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Com’è profondo il lago #5 | Q CODE Magazine

Decrescita e derivati

di Matteo Spertini

North Leitrim, Irlanda

Sto falciando il prato da stamattina e ho una fame che ho provato poche altre volte nella vita.
Da tre settimane non mangio altro che porridge, patate bollite, marmellate e pane fatto in casa. A volte c’è del riso, a volte anche un paio di uova o del burro.
Sean arriva sul campo a dare un occhio. Un irish mezzo sangue abruzzese dentro un logoro maglione di lana color granata, azzurri gli iridi e pupille piccole, sguardo meditativo e barba incolta.

Osserva il mio lavoro. Dice che non sono molto veloce ma assai preciso e puntiglioso. Poi dice che voi siete pazzi. Anche io, di solito. Ma non oggi. Oggi sono con lui sulla collina. Sano, puro e decrescente.

E i pazzi siete tutti voi laggiù. Impegnati a inseguire gli aumenti della busta paga nei tailleur grigio fumo o impiccati alle cravatte. Che ve ne fottete della vita dei polli che comprate al supermercato strizzati nel cellophan, nati e cresciuti in gabbie più piccole del loro stesso corpo.

E delle vacche nate in Bosnia, allevate in Italia, munte in Belgio, macellate in Francia, confezionate in Spagna eccetera. Il cui latte diventerà il vostro yogurt della mattina, sintetizzato e chiuso nella confezione di plastica stampata a colori accattivanti, a sua volta sigillata con la pellicola in alluminio e un secondo cazzo di coperchio trasparente che non si sa mai; e poi infilato dentro il cartoncino decorato che scintilla sotto i neon dei banchi-frigo di tutto questo fottuto mondo, così che possiate fare colazione come Christiano Ronaldo, ovunque vi troviate.

Ma noi no. Noi due quassù, soli e scalzi nel fresco fango irlandese siamo liberi e puri. Decresciamo, beviamo acqua piovana,leggiamo Fukoka e Latouche e da questa collina senza un nome sulla mappa nemmeno la vediamo l’assurda bolgia di catrame, televisori, villette a schiera e mutui e botox in cui voi altri pazzi vi rotolate come in un porcile.

Sono arrivato venticinque giorni fa in sella al mio pollice alto al bordo della carreggiata con l’indirizzo del Green Leitrim Pub scritto su un pezzetto di carta. “Vediamoci lì,” mi aveva detto Sean in italiano al telefono. “Casa mia non esiste”.

Duecentosessanta chilometri in nove ore, che odissea. Dalle Cliff of Moher a Glasgow in due passaggi velocissimi, oh Irlanda come ti amo, pensavo. E poi acqua e freddo e indicazioni sbagliate e altra pioggia.

E tossivo, fradicio e sorridente come un ebete sotto il cappuccio grondante del k-way che non mi lasciava vedere, mentre i camion un metro e mezzo oltre la linea bianca alzavano incredibili onde degne della vicina Strandhill Beach (Co. Sligo) che si infilavano chissà come nelle mie mutande italiane.

E alla fine quel tizio al secondo piano smise di fissarmi divertito, appoggiato al davanzale. Scese giù, prese la Ford dal garage e mi buttò avanti di una dozzina di chilometri. Nobile sentimento la misericordia, pensavo in macchina mentre mi asciugavo con la salvietta che si era premurato di portarsi dietro per me. Arrivai al pub prima di sera e dormii nell’umida roulotte nel bosco di betulle, e Sean in macchina, perché i materassi della casa erano esauriti dai quattro volontari slovacchi arrivati qualche ora prima, dagli scout catalani e dalla messicana piccola e bruna.
Se ne sono andati tutti durante queste tre settimane.

Ho fame, dicevo. Il capo da nove anni cerca di stare lontano dal consumo e dal marketing in questo Rifugio del Silenzio. Per questo sono qua con la mia reflex.
Ma la verdura è pochissima, i volontari molti e i soldi inesistenti, per cui buttare un tozzo di pane su quella tavola somiglia a lanciare una bistecca nella vasca dei piranha.

“Sean” gli disse tempo fa lo scout catalano più alto, partito la settimana scorsa: “com’è che non fai i fagioli, i pomodori, le carote? C’è un sacco di rabarbaro, menta e mirtilli. Ma mancano proteine e carboidrati e…”
“Attenta osservazione!” gli fece lui accigliato. “Al momento non saprei risponderti. Penso che il motivo sia…” cercava parole adeguate allungando passi profondi e lenti nel prato. Sembrò trovarle osservando la boscaglia vicina.

“Beh, mi piacciono i mirtilli!” Poi continuò: “per le patate eccetera posso andare al supermercato, quando sono sufficienti i soldi. Ci rifletterò, comunque.”

Insomma siamo qua. Lui, il cane e io. Scalzi e decrescenti, impegnati ad affilare le nostre falci sotto un cielo affollato di nuvole gravide e migranti. Che se questo folle mondo si sta precipitando a frantumarsi l’osso del collo consumando e producendo spazzatura, non sarà a causa nostra.
“Matteo questa sera dormo da Anne (la sua compagna), sto un po’ con lei e la bambina, le cose si stanno complicando e ho bisogno di stare vicino. Smetti di lavorare quando non ne hai più voglia, non c’è problema.”

Sebbene non abbia mai vissuto nel Belpaese, parla un ottimo italiano a volte farcito da misurate bestemmie altre da citazioni a Pasolini o Gramsci. Conosce correttamente, oltre l’inglese e l’italiano, gaelico irlandese, polacco, tedesco, spagnolo, francese.

“Ah!” aggiunge con sufficienza “ho raccolto un po’ della mia erba e la sto essiccando. Non ti preoccupare, è sufficiente che non lasci spegnere la stufa.
Fuma pure, se ti va.”
Avrà raccolto quelle quattro cime, penso fra me e me; che sarà mai. “Nessun problema. Buona serata!”, lo congedo. Rimaniamo soli Roua ed io. Il cane deve il proprio nome al pelo color rame tipico dei capelli delle ragazze irlandesi (Roua significa infatti rosso in gaelico). Perse un occhio alcuni anni fa per mezzo di un proiettile sparato da un pastore, mentre rincorreva pecore lontane dalla sua competenza.
Finisco di falciare il prato. Poso gli utensili, mi godo un’ultima volta la vista dalla collina e torno casa.

Cristo quanta erba! Buste postali di carta gialla contengono decine di cime ciascuna. C’è ganja ovunque. A chili.
Ma sì. Mettiamo un disco. E facciamo questo spinello. Che ne dici Roua?
“Ma sì. Non è mai morto nessuno.” Dice lui.
Ma sì. Che tanto mamma non sta leggendo.
Sempre problematico preparare l’ordigno. A Brera ho decisamente sprecato il mio tempo. Va beh può andare.

Mi siedo in poltrona, Joni Mitchell intanto dallo stereo strilla piena di rabbia che laggiù hanno – avete? – asfaltato il paradiso e fatto un parcheggio. Avvicino il fiammifero acceso.
E ventisette poliziotti irlandesi della squadra antidroga accompagnati da feroci pastori tedeschi fanno rumorosamente irruzione in casa. Molti di loro indossano passamontagna e imbracciano pesanti armi automatiche. Sopra le nostre teste pale di elicotteri fanno un rumore assordante e insopportabile, alzano terra avvolgendo la casa in una nube polverosa e violentano le piante coltivate a permacoltura.

Illuminano la casa con luci rotonde nella buia notte celtica e tank sbucano da dietro gli alberi come se mi trovassi nel mezzo di un fronte di guerra. Mi puntano arroganti torce negli occhi.

Sono confuso e ho lo stesso sorriso idiota di quando faccio l’autostop sotto il diluvio, in bocca la canna malfatta è ancora spenta. Il loro comandante è molto alto, brizzolato sotto un cappello enorme e decorato, sul petto molte medaglie. Mi sbraita in faccia un inglese stretto e tagliente.

“No ma senta” gli balbetto io, “non so nulla di tutto questo e anche se non ho un contratto io sono solo un volontario italiano e tra l’altro vorrei fare il fotografo che poi non è che cioè sì che mi piacerebbe da morire ma è tutto un casino adesso con internet e Instagram e le entry fee dei concorsi chi ce li ha tutti sti cazzo di soldi ma ora non la vorrei annoiare con questa storia le giuro non lo so neanche cosa sia la marijuana tra l’altro io sono sempre andato all’oratorio e il reggae nemmeno mi piace scusi ma com’è che funziona da voi mica avrete la Fini-Giovanardi quassù spero e comunque ci sarà una soluzione che poi guardi qua non sono nemmeno capace a fare su e purtroppo adesso il padrone di questa baracca abusiva in mezzo al nulla non c’è ma questo imbarazzante equivoco è solo un malinteso non c’è motivo di presto sarà tutto chiarito le garantisco che.”

Meglio accendere.
E non pensarci più.

***
Ogni nome – eccetto il mio – presente nei testi di questa rubrica è fittizio, al fine di proteggere l’identità dei soggetti, i quali invece, come i fatti, sono reali.
Parte dei contenuti di questa rubrica sono un’estensione testuale del mio lavoro di fotografia documentaria, che potete approfondire a www.matteospertini.com

L’intro della rubrica è stata pubblicata qui
Il primo qui
Il secondo qui
Il terzo qui
Il quarto qui

Sorgente: Com’è profondo il lago #5 | Q CODE Magazine

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