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I pezzi grossi del Parlamento che potrebbero dire addio dopo il 4 marzo

C’è chi dichiara di non volersi più ricandidare per “scelta di vita” o, più prosaicamente, perché ha fiutato l’aria e preferisce anticipare una decisione imbarazzante da parte del gruppo dirigente del proprio partito. Ma c’è anche chi di tornarsene a casa non ne ha voglia e si sta preparando a resistere per tentare di conservare il proprio seggio parlamentare. Fatto sta che per i pezzi da Novanta di Montecitorio e Palazzo Madama i tempi si sono fatti difficili, come testimoniano le defezioni eccellenti annunciate da alcuni veterani nei giorni scorsi.

Bisognerà vedere a quale delle due categorie appartiene Umberto Bossi, ora che il leader leghista Matteo Salvini ha scoperto le carte riguardo all’eventuale ricandidatura del Senatur: Salvini ha ribadito che non ha nulla in contrario a ricandidarlo a Roma, a patto che il senatur limiti le sue critiche, molto aspre in passato, alla linea nazional-sovranista impressa dal ‘capitano’ leghista. Forse per questo Bossi negli ultimi tempi è parso fare un passo di lato, limitando dichiarazioni e visibilità. Per lui – se tutto andrà bene – si potrebbe aprire una possibilità a Palazzo Madama, dove è certa la ricandidatura di un altro big storico come Roberto Calderoli. Sarebbe una novità per Bossi che, malgrado il soprannome senatur, è sempre stato eletto a Montecitorio, tranne il primo mandato da parlamentare.

Sembra invece tramontata l’ipotesi di candidare il vecchio ‘capo’ al Pirellone, come si vociferava nei mesi scorsi. Una prima scrematura delle candidature è attesa per mercoledì, quando si terrà una riunione ad hoc in Bellerio. Le liste dei candidati alle politiche, come da tradizione in Lega, sono fatte dal segretari nazionali (regionali) ma l’ultima parola, in particolar modo su Bossi, spetta a Salvini.

Chi parte e chi resta

Nel caso di esito negativo, il nome di Bossi si andrebbe ad aggiungere a quelli di altri parlamentari di lungo corso ormai sul piede di partenza, come il ministro degli Esteri Angelino Alfano, Anna Finocchiaro, Carlo Giovanardi, i forzisti Martino e Colucci, i Dem Bindi, Chiti, Sposetti e Lanzillotta, con un punto interrogativo per Luigi Manconi. Nomi che, a loro volta, si aggiungono a quello di chi, come il grillino Alessandro Di Battista, ha detto basta per motivi personali dopo un solo giro o ai peones che cadranno preda della regola dei due mandati e non potranno beneficiare della deroga.

A rimpolpare le fila dei parlamentari vintage ci dovrebbe essere l’annunciato rientro dell’ex-premier ed ex-segretario Ds Massimo D’Alema, in rampa di lancio nello storico collegio di Gallipoli con Liberi e Uguali, mentre non mancano casi, come ad esempio quello della vicepresidente Dem della Camera Marina Sereni, di parlamentari che sarebbero anche disposti a lasciare ma che potrebbero essere invitati a restare in sella a causa del loro peso sul territorio. Il ritorno dei collegi uninominali, infatti, potrebbe costringere alcuni big a rinviare il congedo, per risparmiare al proprio partito sconfitte clamorose in collegi amici, laddove non esista un rimpiazzo di qualità.

Sorgente: I pezzi grossi del Parlamento che potrebbero dire addio dopo il 4 marzo

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