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Morti di “democratico dissenso” in Tunisia – DINAMOpress

La “rivoluzione dei gelsomini” sembra aver partorito in Tunisia una democrazia malata. Tra corruzione, ingerenze straniere e austerità, in questi giorni i tunisini scendono di nuovo in piazza

La mattina dell’11 gennaio da noi è Repubblica ad uscire con poche righe a riguardo. Sulla scia di ciò che sta accadendo in Iran, si dice, in Tunisia esplodono di nuovo manifestazioni, che presto degenerano in veri e propri scontri. A questo punto, vandali e ladri entrano in scena costringendo le forze dell’ordine ad agire per riprendere il controllo e ripristinare la legalità. Un ragazzo muore, il Ministero dell’Interno dichiara che si tratta di un asmatico cronico che è stato colto da un malore. Viene smentito ogni uso della forza, e di nuovo, coincidenza vuole che tra i cittadini e le forze dell’ordine si verifichino nuovi decessi, inspiegabili quanto i vecchi. Il racconto diffuso è approssimativo ma è sufficiente a dare un’immagine sminuita di quanto accade.

Le autorità Tunisine evitano di fare i conti col gravissimo malcontento dei cittadini. Un malcontento che deriva si dagli effetti delle politiche di austerity ma ancor più in una consapevolezza ormai maturata. L’esito più lampante della “rivoluzione dei gelsomini è stato quello di partorire una democrazia già malata, immediatamente degenerata in una “parentopoli” di amici e sodali pronti ad occupare poltrone ben remunerate. Si sono costituite lobby di potere pronte a soffocare qualsiasi forma di partecipazione o contestazione democratica da parte dei cittadini. Esattamente come accadeva con Ben Alì. La Tunisia del post rivoluzione si è progressivamente indebitata, è stata colpita dal jihadismo e dall’ignoranza con cui l’Europa ha letto il fenomeno. Ha perso i capitali del turismo, è precipitata nella crisi economica, la moneta non vale quasi più nulla, la disoccupazione è altissima, mentre di basso profilo se pur determinante è l’ingerenza estera sulle questioni economiche e sociali. La transizione democratica della Tunisia è stata da un lato uno spazio per realizzare grandi affari, e dall’altro il percorso di un tradimento. Si perché mentre i governi si stringevano con nuove mani a suggellare intese rinvigorite dalla comune identità democratica, immediatamente traducibile in industrializzazione e commercio, il tema vero caro ad ogni tunisino/a, quello dei diritti civili, è stato subito espulso dalla rosa delle azioni urgenti di democratizzazione.

La Tunisia che con affanno resisteva barcamenandosi tra soprusi e corruzione non è morta con la caduta di Ben Alì, e non è resuscitata. Qualcuno dice che ora a sedere intorno alla torta non è più la famiglia ristretta del dittatore, ma quella allargata delle forze di governo, e che al di là di questo cambia poco o nulla. La forma mentis e il modus operandi di chi occupa un posto di potere è il medesimo di quello pre-rivoluzionario. Gli apparati militari e di polizia ad esempio hanno continuato a sentirsi in diritto di estorcere denaro, malmenare, e abusare ripetutamente della divisa e delle armi. Non è stato superato il bisogno di avere un amico al posto giusto per mandare avanti una pratica, o per affossare una denuncia, né si è potuto minimamente ragionare della depenalizzazione del consumo di hashish, o del diritto alla presunzione di innocenza. Le persone in Tunisia cominciano a chiedersi chi ha guadagnato cosa, e chi ha raccolto i frutti di quella rivoluzionaria primavera. Sul caro vita esiste ad esempio una versione governativa che parla di una manovra finanziaria che si orienta all’austerity, ma in rete circolano video di cittadini tunisini che in Germania, all’interno dei supermarket, riprendono prodotti made in Tunisia che costano meno che a casa. Prodotti che sono cheap in Europa e che in Tunisia le persone ormai faticano ad acquistare. Oppure la frutta, una bellissima prima scelta di ortofrutta made in Tunisia che davvero imbarazza i banchi dei supermercati della capitale. La Tunisia vende la prima scelta all’Europa e sfama i suoi cittadini con una terza scelta ammaccata e mezza marcia. La Tunisia sigla accordi di cooperazione transfrontaliera e accoglie 850 imprese italiane sul suo territorio concedendogli di retribuire i suoi ragazzi 200 dinari al mese, 75 euro circa. La Tunisia sigla accordi milionari per il controllo delle frontiere, ed è pronta ad uccidere i suoi cittadini speronandoli in mare pur di dimostrare un eccellente partenariato. La Tunisia va d’accordissimo con Gentiloni anche se i tunisini a Lampedusa arrivano al suicidio. I cittadini tunisini vivono una gigantesca alienazione. Hanno combattuto una rivoluzione ma non sanno più cosa hanno ottenuto vincendola. Dal 1°Gennaio, con l’entrata in vigore degli aumenti, le persone sono tornate in piazza. A chi si giustificava con l’austerity, i manifestanti rispondevano argomentando su come fosse lampante lo squilibrio tra stipendi di 3/5 milioni di dinari, e stipendi da 150 dinari, o 20 dinari per i lavoratori a giornata.

A Tebourba le persone si erano radunate in una zona centrale, in prossimità della stazione. Esprimevano la loro contrarietà e il loro dissenso, la loro delusione forse. La polizia si è subito avvicinata e ha cercato di disperdere la folla dicendo che una donna incinta aveva bisogno di soccorso e che quindi fosse indispensabile liberare la strada. Questo accadeva intorno a mezzogiorno dell’8 gennaio. A manifestare per strada c’erano uomini, donne, anziani, ragazzi, c’erano tutte le persone che erano per strada. Alcuni manifestanti hanno provato ad interloquire con la polizia chiedendo agli agenti di non prestarsi a queste prese in giro, e piuttosto di comprendere se non di ammettere la verità delle ragioni espresse. La polizia però ha reagito insistendo per disperdere la folla, spintonando, e alla fine utilizzando lacrimogeni. Sono stati colpiti anche alcuni bambini, uno di dieci anni sul viso. Così la folla ha a sua volta reagito.

La manifestazione si è trasformata in breve tempo in scontro aperto tra cittadini e forze dell’ordine, le quali colpivano chiunque, con i gas, con i manganelli, e con le auto. Per disperdere la folla la polizia ha cominciato ad entrare forzatamente con gli automezzi tra i gruppi di persone che, scansandosi per evitare di rimanere colpiti, effettivamente si disperdevano liberando la carreggiata. In questa dinamica è stato colpito e ucciso il ragazzo che la cronaca definisce “morto d’asma” riproponendo la versione del Ministero dell’Interno tunisino e silenziando tutte le altre. Eppure è disponibile in rete perfino il video dell’investimento. È molto mosso, tutto intorno è già buio, ma si vede bene la macchina che sfreccia tra le persone per strada, si sente un urto e il freno dell’auto che inchioda. La macchina che riparte in retromarcia, e un corpo che rimane a terra. Hanno già testimoniato in molti di aver visto personalmente il fatto. Anche il padre e il fratello della vittima sono già stati intervistati, e hanno già dichiarato l’assenza di qualunque patologia cronica o dossier ospedaliero a suo carico. Le foto del suo corpo a terra mostrano la schiena ferita e sanguinante, e un ragazzo che ho intervistato mi ha detto che hanno sentito le sue ossa spezzarsi.

Anche in questa occasione la versione delle autorità è l’unica che interessa, come negli altri casi in cui l’abuso di forza e potere dell’apparato di pubblica sicurezza ha prodotto decine di morti. È stata aperta un’inchiesta hanno detto, come per il naufragio dell’8 Ottobre. E come all’indomani della proclamazione dell’inchiesta dell’8 Ottobre abbiamo saputo che la colpa era comunque senza dubbio dello scafista, l’indomani dell’omicidio a Tebourba abbiamo dovuto sapere dell’esistenza di una cartella clinica per un’asma cronica sconosciuta perfino al fratello e al padre. Del giovane suicida tunisino a Lampedusa, allo stesso modo abbiamo dovuto ascoltare di patologie conclamate e terapie farmacologiche interrotte mentre anche qui i parenti hanno dichiarato tutt’altro.

In generale in questi giorni ascoltiamo di vandali e ladri, di manifestanti che vengono criminalizzati o screditati come si può, di cittadini che vengono umiliati e sconfitti da poteri con cui non hanno relazioni e contro cui non hanno scampo. Qualcuno dice che ci sono forze politiche che pagano giovani bisognosi di soldi per distruggere e appiccare fuochi, così da poter poi giustificare reazioni forti della polizia.

A Tebourba però questa volta non ci sono stati furti o devastazioni gratuite, ci sono stati i fuochi accesi per strada per impedire ai mezzi della polizia di scagliarsi contro le persone a piedi. I ragazzi non hanno saputo reagire diversamente dal tirar loro pietre. Ma all’arrivo dei militari la vendetta della polizia non si è fatta attendere. Adesso perlustrano il quartiere e prelevano i ragazzi dalle case. Ne hanno messi molti in stato di fermo, e al di là di come andrà a finire, un sacco di botte per allora gliele avranno già date.

 

Articolo comparso sul sito dell’Associazione Diritti e Frontiere ADIF

Sorgente: Morti di “democratico dissenso” in Tunisia – DINAMOpress

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