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Milano, i giudici respingono il Cox 18. Lo spazio occupato è illegale

«Lo sgombero è stato un po’ una vigliaccata», affermò in un pomeriggio di gennaio 2009 il regista Gabriele Salvatores, alla partenza di un corteo che raccolse 5 mila persone. Protestavano contro lo sgombero del «Cox 18» di via Conchetta, avvenuto all’alba del 22 gennaio; furono giornate di scontri, il periodo di più alta tensione intorno a quel luogo, che è un pezzo di storia dell’antagonismo italiano. Il Conchetta venne rioccupato tre settimane dopo, a metà febbraio. E da quel momento, sotto traccia, senza pubblicità, sono andate avanti le udienze di una battaglia legale tra l’«Associazione Cox 18 Milano 2000» e il Comune, proprietario dell’immobile. Il contenzioso s’è chiuso con una sentenza della Cassazione depositata qualche giorno fa. Il centro sociale riteneva di essere ormai legittimo proprietario dell’immobile «per usucapione». Per due volte, in primo e secondo grado, il «Cox 18» ha perso la causa. La Cassazione, in cinque pagine di argomentazioni, mette il sigillo finale e definisce l’illegalità dell’occupazione: aprendo un «fronte» che, per la giunta Sala, sarà prima di tutto politico.

Cox 18, la cronistoria
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La nascita

«Cox 18 è uno spazio sociale, occupato e autogestito dal 1976 – spiega il sito -. Dal 1992 il centro ospita la libreria Calusca City Lights di Primo Moroni e dal 2002 è sede dell’archivio Primo Moroni», un patrimonio di libri, raccolte, e testimonianze della controcultura e della contestazione a partire dagli anni Settanta. A sostegno del centro sociale nel 2009 presero posizione Dario Fo, Moni Ovadia, Franca Rame, Paolo Rossi, Bebo Storti, Elio Fiorucci. Era un’altra Milano: Letizia Moratti e Riccardo De Corato in Comune; la battaglia intorno al «Cox 18» al centro del dibattito politico per settimane; le condanne dei vandalismi (i cortei in centro città accolsero gli anarchici e i danni furono pesanti); il centrodestra che tuonava contro i centri sociali, ma il sindaco Moratti che comunque assicurava: «L’archivio Primo Moroni sarà tenuto in vita». La battaglia legale sulla proprietà dello stabile iniziata dal centrodestra risale a quegli anni, e arriva a conclusione oggi, depositando nelle stanze di Palazzo Marino un pronunciamento giudiziario di «vittoria» che rischia però di diventare una pesante grana politica. Perché oggi la giunta di centrosinistra si ritrova in mano il documento che certifica l’occupazione abusiva e che sarebbe la base per chiedere di «rientrare in possesso dello stabile».

Per capire quanto la materia sia sensibile, bisogna tornare ancora al 2009, ma al mese di dicembre, quando il consiglio comunale, ancora a maggioranza di centrodestra, approvò un emendamento proposto dal Partito democratico per escludere alcuni spazi del Comune dal fondo dei beni immobiliari pubblici da dismettere. «Palazzo Marino “salva” il Conchetta», titolarono allora i giornali. Destinare quegli spazi alla dismissione avrebbe significato accelerare il procedimento per lo sgombero e la vendita. «La decisione di sgomberare questi luoghi storici di Milano – esultava il Pd – avrebbe spaccato la città». Oggi, in teoria, la giunta a maggioranza Pd avrebbe meno discrezionalità in una decisione del genere, perché il percorso sulla legittimità dell’occupazione s’è definitivamente chiuso. L’occupazione risale al 1976, i primi sgomberi (seguiti da nuove occupazioni) sono del 1989, poi altre azioni legali del Comune nel 2001, fino all’ultima del 2007, che venne iniziata proprio per interrompere il periodo che avrebbe alla fine portato all’usucapione. L’ultimo controricorso dell’associazione del centro sociale è datato invece 2009, appena dopo l’ultimo sgombero. La sentenza della Cassazione, in questo percorso, rappresenta l’atto finale: almeno dal punto di vista giudiziario.

Sorgente: Corriere della Sera

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