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Le donne nella Grande Guerra raccontate da Piero Badaloni – Remocontro

2018, cento anni della fine della Grande Guerra, la prima delle guerre mondiali.Piero Badaloni ne legge per noi uno degli aspetti ancora oggi trascurati: il ruolo delle donne in quella immane tragedia.

Di Piero Badaloni

Con il 2018 si conclude il triennio di celebrazioni per il centenario della Grande Guerra

Tanti i temi toccati dai mass media ma ce ne è uno rimasto finora nell’ombra, e che merita invece di essere approfondito: il ruolo delle donne in quella immane tragedia.
– Allo scoppio del conflitto molte di loro si misero al servizio del Paese, nonostante l’opposizione di buona parte della società ancora fortemente maschilista.-
– Alcune uscirono di casa per propria volontà, altre lo fecero per necessità. In ogni caso il loro impegno fu fondamentale per consentire allo Stato di andare avanti in un momento di grandissima difficoltà.
– Si trattò della prima grande opportunità di parificazione dei diritti e di emancipazione per il mondo femminile.

 

A dimostrare l’importanza del ruolo assunto dalle donne su entrambi i fronti della prima guerra mondiale, ci sono le tante storie, piccole e grandi, raccolte negli archivi dei musei storici o gelosamente conservate alla memoria familiare, negli archivi privati.
Sono le storie delle mogli, delle madri, delle sorelle di chi lasciava la casa per andare al fronte e che ricoprirono gli spazi lasciati vuoti dai loro mariti, padri e fratelli, negli uffici, nei campi e nelle fabbriche, ma anche nei trasporti e nell’amministrazione pubblica.
Sono le storie delle “donne soldato” in Trentino e delle “signore del vento”, le portatrici carniche, in Friuli, che svolsero un ruolo preziosissimo di cerniera fra il fronte e la “vita normale”. Con carichi di 40 chili sulle spalle, tra munizioni, cibo e biancheria, affrontavano ogni giorno dislivelli di oltre mille metri rischiando la vita. E c’è chi la perse.

Storie di sacrificio, ma anche di coraggio e generosità, come quello mostrato dalle ragazze cadorine di Venas nell’anno terribile dalla ritirata di Caporetto, l’anno dell’occupazione austriaca e della fame, la “signora Anna”, come la chiamavano per esorcizzarla.
Storie di tante donne sballottate fuori dalla loro casa con i figli piccoli, nel sud dell’Italia, fra gente spesso ostile nei loro confronti, colpevoli solo di essere vissute e nate in terra di confine allo scoppio del conflitto.
Profughe loro malgrado, spesso con la famiglia smembrata, che dovettero attendere anni per poterla riunire.
Ci furono anche le “madrine della guerra”, donne dell’alta borghesia, soprattutto del nord Italia, che confortarono con lettere e pacchi i soldati al fronte, oppure organizzarono raccolte di denaro da devolvere alle loro famiglie, specialmente quelle più bisognose.

Molte altre partirono come infermiere volontarie negli ospedali da campo, a ridosso delle prime linee, fra i malati, i feriti e i moribondi: un lavoro all’inizio molto osteggiato dal personale medico maschile, che non accettava di ricevere ordini da “crocerossine femmine”.
Poi ci sono le “signore del tempo”, come vennero definite le donne diariste, che scrissero cronache dettagliate e struggenti della guerra, senza le quali non sarebbero arrivate fino a noi le sofferenze e gli atti di eroismo dei soldati al fronte, riportate poi nei libri di storia.
E come non citare quelle donne che ebbero il coraggio di rivoltarsi contro la guerra, a partire dal 1 maggio del 1917, nelle fabbriche del nord? Le più scalmanate pagarono con il carcere, ma almeno le razioni di farina, che cominciava a scarseggiare, non diminuirono.

Che fine fanno queste donne nel momento in cui la guerra finisce e ritorna la pace?
Qual è il loro ruolo nella ricostruzione del Paese?

Tra il 1915 e il 1918, ben 174 donne vengono decorate al valor militare per le loro azioni eroiche. Ma dopo, quale riconoscimento hanno tutte le altre per il loro impegno al servizio della patria?
Quanti spazi riescono a mantenere fra quelli che avevano faticosamente conquistato nell’emergenza dei lunghi anni del conflitto?

Dopo la fine della guerra, moltissime donne dovettero fare i conti con una triste realtà: il licenziamento, per far posto ai reduci di guerra.
Quella che era sembrata la conquista di una dignità rivendicata a lungo e vanamente prima della guerra, dalle suffragette, il primo movimento femminista della storia italiana, si rivelò un’amara illusione.

Il Parlamento sentenziò che le donne dovevano “dignitosamente ritirarsi in disparte e riprendere la loro vita domestica, ridando agli affetti familiari la loro indiscussa preminenza”.
Tutto questo scatenò malumori e proteste. Ma le donne non si arresero e ripresero a combattere per raggiungere una maggiore emancipazione, insistendo in particolare per il diritto al voto.

Il cambiamento era ormai avviato, le prospettive pian piano cambiate, così come la consapevolezza delle donne, trasformata e protesa a ottenere i diritti fondamentali.
Ma ci vollero ancora decenni di lotta e un’altra guerra mondiale per riuscirci.

Sorgente: Le donne nella Grande Guerra raccontate da Piero Badaloni – Remocontro

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