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Dieci conflitti armati da monitorare se vogliamo tutelare la pace a livello mondiale nel 2018

fotografia: Madri Rohingya in attesa di ricevere assistenza medica presso una delle nostre MOAS Aid Station in Bangladesh

Il 2 gennaio l’International Crisis Group ha pubblicato un articolo riguardo i 10 conflitti da monitorare durante il 2018 per tutelare la pace a livello mondiale. Si tratta di paesi ben noti e caratterizzati da un contesto interno fragile a causa di conflitti, guerre civili o rivolte protrattesi nel tempo o di catastrofi naturali che aggravano scenari socioeconomici già precari.

Nella lista citata, la crisi dei Rohingya che coinvolge Myanmar e Bangladesh si trova al terzo posto fra i conflitti più pericolosi mentre la Siria devastata dalla guerra rimane il paese più pericoloso al mondo contrariamente all’Islanda che è quello più pacifico, stando al Global Peace Index del 2017.

Le terribili conseguenze della “crisi di rifugiati che si sviluppa più velocemente” sono evidenti, ma talvolta non ricevono adeguata attenzione in Europa e nel mondo. Secondo le stime ufficiali, 655.500Rohingya hanno lasciato il Myanmar dopo che le violenze sono drammaticamente aumentate a partire dal 25 agosto per cercare riparo in Bangladesh dove questo enorme afflusso di persone vulnerabili e disperate sta mettendo a dura prova le risorse nazionali.

Il Bangladesh sta, infatti, fronteggiando grandi difficoltà nel tentativo disperato di dare accoglienza a questi fratelli e sorelle musulmani. Noi di Moas sappiamo bene cosa significhi questo esodo senza precedenti sia per la minoranza Rohingya in fuga con un enorme fardello di violenze fisiche e psicologiche sia per le comunità bengalesi che li ospitano.

Vale la pena ricordare il background storico dei campi profughi e degli insediamenti improvvisati dal momento che i flussi attuali si stanno di fatto accavallando su quelli precedenti. Durante gli anni ’70 e ’90 ci sono state altre notevoli ondate migratorie di Rohingya al punto che alla fine del 2017 alcune aree hanno quasi raddoppiato il numero di abitanti.

Inoltre, la proposta di accordo per il rimpatrio stipulato fra i 2 paesi è altamente controversa e difficile da mettere in pratica perché i rifugiati Rohingya vorrebbero vedersi finalmente garantita la libertà di movimento, il rispetto dei diritti umani e l’accesso alle organizzazioni internazionali, come ha spiegato Jaru, una donna Rohingya che abbiamo intervistato e che ci ha raccontato com’era la sua vita in Myanmar.

MOAS

La comunità internazionale sa che il governo del Myanmar ha limitato la distribuzione di assistenza umanitaria, danneggiando i più vulnerabili, mentre in Bangladesh un altro tema molto preoccupante riguarda le risorse e i fondi stanziati per gestire le attività d’emergenza che potrebbero non bastare per garantire la copertura di tutti i programmi, cui si aggiungono anche le previsioni riguardo il tasso di nascite.

Stando alle stime, “48,000 bambini Rohingya dovrebbero nascere quest’anno (…) 130 al giorno”: questi bambini cominceranno la loro vita in condizioni di sovraffollamento e mancanza di igiene con un destino incerto davanti a sé. Proprio alla luce di questi dati, le nostre MOAS Aid Station non sono soltanto delle strutture fondamentali per ricevere assistenza medica e aiuti umanitari, ma anche oasi di cura e conforto.

Dopo la crisi dei Rohingya troviamo la guerra civile in Yemen, che avevo precedentemente descritto come “una crisi dimentica e una continua tragedia” già lo scorso agosto dopo che alcune persone erano state intenzionalmente annegate dai trafficanti proprio davanti le coste yemenite.

Entrambe le crisi possono apparire molto lontane dalla nostra Europa, ma le loro conseguenze possono essere più vicine di quanto ci si possa aspettare come dimostra il numero di arrivi in Italia via mare dal Bangladesh durante tutto il 2017. Essendo un paese a reddito medio-basso, molti bengalesi partono in cerca di un futuro migliore e l’attuale crisi non fa che peggiorare le cose. In entrambe le situazioni, poi, la mancanza di generi alimentari, di acqua potabile e di accesso alle cure mediche ha un impatto negativo sulla salute delle persone, scatenando delle emergenze dovute a malattie trasmissibili o a vettore idrico.

L’articolo oggetto di questa riflessione si occupa anche della crisi in Congo e della relativa emergenza umanitaria come una delle peggiori a livello mondiale, le cui conseguenze sono visibili sui corpi delle donne in un paese dove lo stupro è divenuto un’arma di guerra.

Come sempre, il prezzo più alto lo pagano gli individui fragili e vulnerabili, soprattutto donne e bambini a cui viene negato un presente decente e un futuro migliore. Lo stesso succede in Siria dove alcuni bambini non hanno mai conosciuto la pace, ma solo macerie e privazioni. “Oltre 13milioni di persone hanno bisogno di assistenza dentro il paese”, secondo l’UNHCR.

È arrivato il momento di prendere atto del fatto che siamo di fronte a una svolta ed è necessario un cambiamento immediato per affrontare la migrazione e i suoi fattori scatenanti. Più che mai c’è bisogno di negoziati diplomatici e missioni umanitarie per evitare che sempre più persone intraprendano viaggi mortali nelle mani dei trafficanti a scapito dei diritti umani. Pertanto, siamo impegnati ad alleviare la sofferenza delle comunità di migranti e rifugiati più vulnerabili al mondo.

Sorgente: Dieci conflitti armati da monitorare se vogliamo tutelare la pace a livello mondiale nel 2018

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