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Il destino “cinico e baro” del primo parlamentare che propose le case chiuse in Italia

Intervista ad Antonio Bruno, veterano tarantino della Prima Repubblica. Propose una soluzione alla prostituzione in strada, la Dc volle la sua testa 

“Il destino con me è stato cinico e baro. Quando la proposta la feci io, la Democrazia cristiana chiese la mia testa e non entrai nel governo, ora è un punto di forza delle campagne elettorali”. A parlare è Antonio Bruno, veterano tarantino della Prima Repubblica che può vantare una lunga militanza nel Psdi, uno dei partiti-icona di una stagione politica che sta guadagnando una schiera sempre maggiore di nostalgici.

Nel proliferare di anniversari storici, Bruno ne rivendica uno tutto per sé, ora che il tema pare diventato di gran moda: 30 anni fa, da semplice deputato laico del Pentapartito, presentò una proposta di legge per la regolamentazione della prostituzione. Esattamente quello che il leader leghista Matteo Salvini va ripetendo in modo martellante dall’inizio della campagna elettorale, confortato dai sondaggi che certificano il favore della grande maggioranza degli italiani per la riapertura delle case chiuse.

“Non sempre però è stato così”, ricorda Bruno, raccontando come la sua carriera politica fu azzoppata dopo la presentazione della proposta, nell’ottobre del 1988. “Ero in macchina con la mia famiglia – racconta – attraversavo Taranto e mia figlia, allora una bambina, vedendo dei fuocherelli con delle donne svestite accanto, mi chiese che cosa stessero facendo. L’imbarazzo per me fu tale che decisi di fare qualcosa, prima costituendo dei comitati di cittadini, poi presentando la legge”.

Apriti cielo: “La Dc – ricorda Bruno – andò su tutte le furie perché governavamo assieme, ma anche la sinistra non fu tenera. Il Pci mi criticò perché secondo me andavo contro la dignità delle donne, e lo stesso ragionamento arrivò dal Psi, nostro storico alleato”. Morale della favola, al momento di costituire il Governo Andreotti VI, il nome di Bruno, che era in ballo per un posto di sottosegretario o addirittura da ministro senza portafoglio, fu “bandito” per esplicita richiesta della Democrazia cristiana, a causa dell’uscita sulle case chiuse.

“Era un argomento tabù anche nel mio partito – spiega Bruno – e dovetti accettare il veto su di me. A monte c’era la posizione del Vaticano, che mi fu illustrata da un Cardinale che ricopriva allora il ruolo di Segretario di Stato alla Sanità del Vaticano, che parlò di impossibilità di ‘accettare il meretricio’. Ma le norme che proponevo – ricorda ancora Bruno – andavano proprio nel senso di restituire dignità alle donne, perchè le toglievano dalla strada, dallo sfruttamento, dal rischio di contrarre malattie veneree e di trasmetterle ai clienti. Non dimentichiamoci che all’epoca stava esplodendo l’Aids“.

Proprio all’emergenza Aids è legata la seconda iniziativa che sancì l’estromissione definitiva di Bruno dall’area di governo. Dopo un periodo di quarantena, infatti, la Dc tolse il veto su di lui, che fu inserito nel governo Andreotti VII come sottosegretario alla Difesa. Tutto bene, fino a quando non decise di dotare le caserme di un’ingente scorta di preservativi per combattere la diffusione di malattie sessualmente trasmesse, dopo aver verificato che il fenomeno era molto alto a causa dell’attitudine del soldati ad avere rapporti occasionali, soprattutto sotto la naja. “La Dc – racconta mesto Bruno – si ricordò di me, e censurò l’iniziativa. Gli anni successivi – conclude – hanno dimostrato che avevo ragione, ma nessuno all’epoca lo sapeva”.

Sorgente: Il destino “cinico e baro” del primo parlamentare che propose le case chiuse in Italia

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