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Dal Pakistan al Nord Africa, la grande fuga di Al-Baghdadi – La Stampa

fotografia: Il 29 giugno 2014, Abu Bakr al-Baghdadi decretò la nascita del Califfato nella città irachena di Mosul

Caduto l’Isis, tutti a caccia del califfo dato per morto molte volte

A Kobane, nelle retrovie della battaglia di Raqqa, fra gli «specialisti» americani che istruivano i guerriglieri curdi c’era qualche reduce dei «cacciatori», l’unità speciale che nel 2003 aveva inseguito Saddam Hussein. Ayman, fluente nell’arabo colloquiale iracheno, aveva fatto parte del gruppo ed era fra quelli incaricati di rompere il muro di omertà tribale che proteggeva il raiss. Nel 2017 i nuovi «cacciatori», forti anche dei consigli di veterani come Ayman, erano a Raqqa, a Mosul. La preda era un’altra, Abu Bakr al-Baghdadi. Ma in pochi credevano che si sarebbe lasciato intrappolare. Ed è stato così. Del califfo non c’è traccia. Gli specialisti hanno cercato fra le macerie. Fosse stato ucciso, sepolto sotto un diluvio di bombe, qualcosa sarebbe emerso. Vero è che il suo ultimo segno di vita è l’audio all’inizio della battaglia di Mosul, novembre 2016, ma l’ipotesi più probabile è che sia in fuga, anche se i russi credevano di averlo eliminato con un raid il 28 maggio del 2017. I servizi americani hanno smentito, la caccia continua. Sono tre le piste principali.

 

Nel deserto

La prima è una fuga in stile Saddam Hussein. Il raiss fugge da Baghdad all’inizio di aprile del 2003 e riesce a nascondersi fino al 13 dicembre. Lo fa nella sua terra d’origine, Tikrit, a cento chilometri dalla capitale. Il nascondiglio, un buco sotto una casa di campagna, è nel villaggio di Al-Daur. A coprirlo è la gente del posto, della sua stessa tribù. Al-Baghdadi è nato a Samarra, fra Baghdad e Tikrit, stesso ambiente tribale, beduini risaliti lungo il corso del Tigri nel XIII secolo. Il rifugio più logico e facile da raggiungere è in qualche villaggio abitato dai suoi, in quel deserto dell’Anbar che si estende dal Tigri fino al confine con la Siria, abitato da pastori nomadi che ora, invece dei cammelli, usano i fuoristrada. Mimetizzato, con attorno una piccola cerchia di fedelissimi, il califfo potrebbe muoversi senza dare nell’occhio, e preparare «la rinascita dalla ceneri» dello Stato islamico, come aveva fatto fra il 2008 e il 2011, dopo che il generale David Petraeus aveva distrutto l’Al-Qaeda irachena.

 

La rotta africana

Il califfo però sa che la seconda fase dell’offensiva condotta dalla coalizione a guida Usa, e da quella russo-iraniana, ha come obiettivo impedire che si ripeta lo scenario del 2013, la rinascita. I droni continuano a sorvolare il deserto, le valli del Tigri e dell’Eufrate. Manipoli di forze speciali si infiltrano nei territori ancora controllati dall’Isis. La taglia da 25 milioni comincia a diventare per le spie un incentivo più forte della paura. E anche Saddam, alla fine, è stato trovato. Si affaccia la seconda ipotesi. Una fuga fuori dalla Mesopotamia. I cacciatori seguono una seconda pista, che attraversa prima il confine poroso fra Siria, Iraq, Giordania, e poi arriva fino in Sinai. I servizi mediorientali hanno lanciato l’allarme sul trasferimento di «centinaia di foreign fighters» nel Nord dell’Egitto. La Wilaya Sinai è in ottima salute, e a un livello di crudeltà pari ai peggiori momenti di Raqqa, come dimostra il massacro di 300 fedeli sufi lo scorso 24 novembre.

 

Come Bin Laden

Il Sinai è anche il terminale dell’autostrada della jihad che attraversa il Nord Africa dalla Mauritania all’Egitto. Se è riuscito ad arrivare fin lì, il califfo può muoversi su uno dei fronti più promettenti per i jihadisti. Voci, infondate, lo avevano dato a Sirte già nel 2016. La Libia di oggi assomiglia alla Siria e all’Iraq del 2013: potere centrale debole, scontri tribali, rivalità etniche, traffici. Anche la Libia, però, è sotto stretta sorveglianza da parte di droni e forze speciali. E l’Isis locale è ridotto a poche centinaia di combattenti. Resta un’ultima ipotesi. Si chiama Wilaya Khorasan, la provincia che abbraccia Afghanistan e Pakistan. I servizi russi hanno segnalato l’esodo di migliaia di foreign fighters centrasiatici, persino europei, dalla Siria alle montagne afghane. Al-Baghdadi, come Osama bin Laden, potrebbe aver trovato il suo nascondiglio nella roccaforte dello jihadismo sunnita. Poco distante, forse, dal suo rivale, l’attuale leader di Al-Qaeda, Ayman Al-Zawahiri. Con un rischio: i taleban, alleati di Al-Qaeda, vedono nell’Isis un intruso da distruggere. Il califfo deve guardarsi dalle truppe speciali americane ma anche dagli ex amici qaedisti.

Sorgente: Dal Pakistan al Nord Africa, la grande fuga di Al-Baghdadi – La Stampa

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