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Così i neofascisti italiani traslocano sui social russi – La Stampa

Immagini di Mussolini, inni antisemiti e pugnali con le svastiche: gli estremisti espulsi da Facebook fuggono su piattaforme estere

Minacce di morte. Insulti razzisti, pesanti e irripetibili. E poi un fiume di materiale negazionista, apertamente antisemita. Foto di coltelli, passamontagna e richiami di guerra. È la rete dell’ultradestra, con social pronti ad accogliere tutti i «patrioti» espulsi da Twitter, Facebook o Google. Oppure a dare spazio ai messaggi più imbarazzanti delle organizzazioni politiche neoafasciste, come CasaPound, pronte a cercare consenso nelle urne. Parole e manifesti che è meglio non mostrare sui canali social più noti, pena la chiusura degli account.

 

Lo spazio alternativo più noto è diffuso si chiama Vkontakte ed è gestito da San Pietroburgo. Considerato oggi il social network più usato in Ucraina e in Russia, è stato fondato nel 2006 da Pavel Durov, dal 2014 il network appartiene a una serie di imprese riconducibili a uomini vicinissimi a Putin, tra i quali Alisher Usmanov, il multimilionario russo proprietario dell’Arsenal. CasaPound, con i suoi 2288 follower, è sicuramente tra le organizzazioni politiche italiane più presenti. Con una curiosità, che però rivela molto: la stragrande maggioranza dei post sono scritti in ucraino e sostengono apertamente la fazione nazionalista. La galleria delle immagini pubblicate negli ultimi tre anni richiama soprattutto lo scenario ucraino e la minoranza serba in Kosovo, diventando una sorta di vetrina geopolitica. Tantissimi gli aperti riferimenti al fascismo, senza nessun timore di censure. Braccia alzate, pugnali con la firma Mussolini, fasci littori e la solita paccottiglia nostalgica del Ventennio. Il disegno di un ultras della Lazio, con in mano un pugnale e la scritta «Arremba sempre», titolo di una canzone degli ZetaZeroAlfa, è l’immagine visibile del contatto con il mondo delle tifoserie. E per essere ancora più chiari, tre coltelli incrociati, con il commento «assicurazione sulla vita».

 

Su Vk i gruppi antisemiti trovano facilmente spazio, senza tanti problemi. La community «Revisionismo storico», nonostante i pochi iscritti (sessantanove, quasi tutti italiani), pubblica da diversi mesi post e immagini per negare l’esistenza dell’Olocausto. Attività che diventa quasi frenetica a ridosso della giornata della memoria del 27 gennaio. L’iconografia utilizzata è la stessa che è possibile trovare sul sito neonazista Usa «Stormfront», colpito negli anni passati da due inchieste della magistratura romana.

 

Meno conosciuta è la rete gestita da una società Usa, Gab.ai. È nata nel 2016 ed è pensata come una comunità del movimento radicale alt-right statunitense. Il logo è il «meme» (immagine virale usata in rete) «Pep the frog», la rana simbolo dell’estrema destra a livello internazionale. Qui trova ospitalità chi è stato cacciato dai network più conosciuti. L’account italiano «Celeste Bazzoli» – creato un paio di settimane fa – è riferibile a un omonimo utente di Twitter cancellato lo scorso dicembre dopo alcuni post violenti: «I coglionazzi di Twitter mi hanno bloccato e mi hanno rubato 2300 follower», commenta. Poco prima su Gab aveva pubblicato un messaggio di aperte minacce nei confronti della presidente della Camera Laura Boldrini, allargato per l’occasione a quasi tutto l’arco costituzionale: «Boldrini, Kienge, Chaouki, Karaboue, Alfano, Renzi, Boschi, Bindi, Fiano, Grasso. Hanno devastato la nostra patria! La sentenza è già stata emessa, vanno giustiziati». Molti gli utenti italiani bloccati su Twitter per post razzisti, violenti o offensivi, passati al network dell’alt-right: «Benvenuto Kirios, qui si può tranquillamente dire che la Boldrini è una sguattera di Soros e nessuno ti rompe le …», scrive l’utente Autari König. Gab è anche utilizzato per scambiarsi informazioni su come evitare problemi con altri social: «Se ti interessa ho trovato un modo per rientrare su Twitter N volte anche se ti sospendono in continuazione», scrive un altro utente italiano, The Jocker.

 

Gab è soprattutto la piattaforma di riferimento delle principali organizzazioni della destra radicale anglosassone. Su questo social network ha trasferito il proprio account Jayda Fransen, l’autrice inglese dei video islamofobi rilanciati da Donald Trump lo scorso dicembre, suscitando la forte irritazione del governo May. Twitter, dopo quei post, aveva chiuso le bacheche di Fransen e del partito Britain First, ritenuti canali di diffusione delle campagne di odio nei confronti di rifugiati e migranti. Oltre alla Fransen è presente sul social dell’alt-right anche Nick Griffin, vice presidente di Alliance for Peace & Freedom, il partito europeo di estrema destra fondato e diretto da Roberto Fiore, leader di Forza Nuova. Griffin su Gab parla senza grandi problemi di «genocidio bianco», diffondendo le tesi complottiste della sostituzione etnica.

 

Più sofisticato e complesso è il progetto dell’organizzazione della destra europea «Generazione Identitaria», presente in Italia, Francia, Austria, Germania e Gran Bretagna. Si chiama «Patriot Peer» e una applicazione dedicata ai «patrioti». Ha una funzione di radar sociale, che permette di riconoscere e incontrare altri aderenti all’organizzazione, scansionando un codice. Ha un’agenda di eventi – dalle «azioni dirette» ai volantinaggi – che permette di acquisire punti e accedere a funzioni riservate della app. Il progetto è ancora in fase di sviluppo ma promette la massima riservatezza e server sicuri per tutti i militanti. Un network nero e riservato.

Sorgente: Così i neofascisti italiani traslocano sui social russi – La Stampa

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