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Condividere sui social le foto dei vostri figli non è una buona idea – anche dal punto di vista legale | Euronews

Se avete bimbi piccoli e continuate a condividere le loro immagini su Facebook o Instagram, con leggerezza, fermatevi un attimo e pensate bene alle conseguenze del gesto. Anche legali. Il Tribunale di Roma ha stabilito che una mamma dovrà versare fino 10mila euro al figlio 16enne in caso continui postare “notizie, dati, immagini e video” relative al minore e non proceda subito alla rimozione di tutti questi contenuti. La sentenza (procedimento 39913/2015) emessa dal giudice Monica Velletti il 23 dicembre scorso mira a salvaguardare il ragazzo, già sotto tutela, infastidito dal comportamento della madre che non lesinava dettagli della storia familiare e personale del figlio sui social.Una situazione insostenibile per il minore che ha chiesto ai giudici la possibilità di proseguire gli studi all’estero, in un college negli Stati Uniti, al fine di “stare lontano dall’attuale contesto sociale, nel quale tutti i compagni sarebbero a conoscenza delle sue vicende personali, rese note dalla madre con uso costante e sistematico dei social network”. La mamma non si era astenuta dal pubblicare anche “contenuti relativi alle vicende processuali tra genitori”, creando “disagio” al figlio per questo continuo spiattellare la sua vita privata in quella che la Cassazione una volta definì “una agorà virtuale, una piazza immateriale” con un numero indeterminato di accessi e visioni. La sentenza accoglie anche la richiesta di deindicizzazione dai motori di ricerca.Il quadro legislativo”Si tratta di un precedente unico in Italia, che detta un principio di diritto forte a tutela dei minori”, scrive il Sole 24 Ore, “tanto che le disposizioni che regolano la gestione pubblica dell’immagine dei minori da qualche anno sono entrate anche nelle condizioni dei ricorsi per separazione consensuale e di divorzio, per evitare controversie: i genitori si mettono d’accordo da subito sull’utilizzo delle foto dei figli sui social o come sfondo dei profili Whatsapp, in genere vietandone l’utilizzo e chiedendo l’omologa da parte del tribunale”.La decisione fa riferimento all’articolo 96 della legge sul diritto d’autore, secondo cui: “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa”. Tranne nei casi di volto noto o di interesse pubblico. La fotografia, come qualsiasi altro elemento identificativo, è un dato personale e non può essere diffuso se non c’è l’autorizzazione dell’interessato.I minori inoltre godono di una tutela rafforzata data dall’articolo 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata in Italia con la legge 176/1991: vietata ogni interferenza arbitraria o illegale nella vita privata del fanciullo. C’è poi l’articolo 10 del codice civile, secondo cui “qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei congiunti, l’autorità giudiziaria, su richiesta dell’interessato, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento dei danni”.Il testo unico sulla privacy (d.lgs. 196/2003) all’articolo 23 prevede infine il trattamento dei dati personali col solo consenso dell’interessato. Nei casi di genitori separati in cui l’esercizio della patria potestà è condiviso, la legge predilige in ogni caso la tutela del minore. Un genitore separato non può pubblicare foto del figlio minore senza il consenso dell’ex coniuge, nemmeno sul proprio account Facebook.La situazione all’esteroIn Francia si rischia una condanna di un anno di carcere o il pagamento di una multa di 45mila euro, segnala Repubblica, se i figli dovessero decidere di denunciare in futuro i genitori per violazione della loro privacy. La legge prevede che i genitori siano in obbligo di proteggere l’immagine dei loro figli.Il precedente simile arriva dall’Austria dove una 18enne ha denunciato i genitori per aver pubblicato su Facebook centinaia di foto che la ritraevano bambina in momenti intimi e privati, senza chiedere il suo permesso. In base alla normativa sulla protezione dei dati austriaca, rischiano una multa tra i 3.000 e i 10.000 euro scrive il Corriere.I precedenti italianiA Bologna il Tribunale civile potrebbe presto ritrovarsi a decidere su un caso analogo, scrive Wired. Nel contesto di una causa di separazione, un padre si è rivolto al magistrato per chiedere che l’ex moglie cancelli foto e video dei propri figli piccoli (hanno 6 e 9 anni) e non ne pubblichi di nuove.Una sentenza di Mantova fa scuola e impone il consenso di entrambi i genitori mentre a Brescia il Tribunale ha disposto il divieto per i genitori non solo di pubblicare le foto della figlia minore su blog e social, ma anche di usarne le immagini per il profilo su WhatsApp.

Il regolamento europeo unico

Il 25 maggio entrerà in vigore in Europa il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR, General Data Protection Regulation). I fornitori di servizi Internet e i social media, dovranno richiedere il consenso ai genitori o a chi esercita la potestà genitoriale per trattare i dati personali dei minori di 16 anni, soggetti ad una “protezione specifica” in quanto meno consci dei rischi e delle conseguenze dell’uso dei propri dati personali online. Ci sarà anche l’ obbligo di dare informazioni sulla raccolta di dati con un linguaggio semplice, comprensibile anche ad un minore.

Il Regolamento UE 2016/679 “supera ogni previsione contrastante a livello europeo, fa tabula rasa e parifica un po’ tutte le posizioni creando un unico quadro normativo valido per tutti”, dice a euronews Maurizio Mensi, Membro del Servizio giuridico della Commissione europea e titolare del corso di Diritto dell’informazione e della comunicazione presso il Dipartimento di Scienze politiche della LUISS.

“Avrà portata normativa e applicativa su tutti gli stati membri: rispetto alle direttive, che dovevano essere recepite, in questo caso si può parlare al 100% di uniformità comunitaria”, conferma l’avvocato Giuseppe Croari, esperto di diritto di informatica giuridica e diritto dell’informatica.

Un problema di coscienza o di legalità?

Nel caso della sentenza di Roma, secondo l’avv. Croari, è stato violata prima di tutto la licenza Facebook che presuppone che chi posta una foto è il proprietario delle immagini o ne detiene tutti i diritti.

La responsabilità genitoriale di padre e madre erano già state sospese con la separazione “a causa delle condotte gravemente pregiudizievoli per l’interesse del figlio”.

Inoltre, cosa ancora non sottolineata, la sanzione potrà essere ripetuta per ogni violazione futura: il provvedimento rimarrà quindi vivo nel tempo e dovrebbe impedire alla madre, o al padre, di condividere foto del figlio sui social senza il suo consenso anche nei prossimi anni.

“Si tratta di un atto già ampiamente regolamentato da norme precise del codice civile”, commenta il Presidente di Privacy Italia, Raffaele Barberio che ricorda come condividere gli scatti sulla pubblica piazza espone i figli a “rischi incredibili”.

Le foto possono essere “ritoccate e utilizzate in materiale pedo-pornografico” ma non solo: “un malintenzionanto potrebbe trovarsi nella condizione di individuare il percorso da casa a scuola del minore, o localizzarlo geograficamente, o capire le abitudini di famiglia”.

Un’altra considerazione riguarda il fatto che un ragazzo minore che si iscrive a Facebook a 13 anni lo fa “con un contratto che ha valore nullo nel paese di appartenenza”.

Inoltre, aggiunge Barberio, anche se i genitori fossero in armonia fra loro nella decisione, “a livello contrattuale quelle foto appartengono di diritto a Facebook o a Instagram”.

Tuttavia, puntualizza Barberio, il GDPR introdurrà da maggio la nozione che il dato appartiene alla persona e la sua proprietà non può essere alienata.

Ma se Facebook dice che la foto è sua, e la UE dice che appartiene all’individuo, come si esce dall’impasse? “I singoli Paesi, come stanno facendo Francia e Germania, dovranno iniziare a mettersi di traverso: sono battaglie che non può fare un individuo ma devono raccogliere gli Stati sovrani”.

Un occhio al futuro

Secondo quanto spiegato dall’esperto di etica e di diritto Eric Delcroix a Le Figaro, “tra pochi anni, i bambini di oggi potranno facilmente portare le loro mamme e i papà, colpevoli di aver pubblicato le loro foto online, di fronte a un giudice. Critichiamo gli adolescenti per il loro comportamento in rete, ma i genitori non si comportano in maniera migliore”.

La questione etica

Sempre Wired mette in guardia dal partecipare alle grande fiera delle vanità, trattando i neonati alla stregua di “triste cavia per spingere l’engagement”.

“Un figlio non è un pezzo di torta da condividere, una barca a vela da sfoggiare o un cane da esposizione: è un individuo che dipende da noi allo stesso modo in cui, venendo al mondo, da noi si separa e inizia un suo percorso di autonomia. Anche a pochi giorni o anni di vita. A noi il compito di guidarlo, non di tradirlo”.

Se alcuni pediatri suggeriscono di chiedere il permesso agli stessi bambini quando questi hanno almeno 6-8 anni, “a fronte della pubblicazione delle foto sui social occorre sottolineare la necessità, per i genitori, di guardare all’interno più che all’esterno”, puntualizza Huffington Post. “Non è raro osservare genitori con la testa chinata sullo smartphone mentre i figli cercano, invano, un segnale di attenzione”.

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