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BENE…BRAVI…NO AL 41BIS – La stanza rossa

Dall’art.90 al 41bis, la vocazione repressiva dello Stato liberal-borghese -comprendente arresti indiscriminati, carceri speciali, tortura, fino alle forme detentive restrittive, che violano i diritti umani- ha sempre trovato il sostegno della sinistra manettara. A partire da quel P.C.I. -autoproclamatosi difensore assoluto della classe operaia- che, nel nome della governabilità, di un simulacro di “democrazia” sempre più elitaria, e dell’accesso secondario al banchetto di Montecitorio, cui avrebbe partecipato anche in livrea, ha contribuito non soltanto a mandare in galera centinaia di compagni, non solo a distruggere il più grande movimento rivoluzionario all’interno di quell’Occidente capitalista, che proprio la classe operaia e lavoratrice, con il proletariato, ha massacrato e continua a massacrare, ma all’affermazione di un giustizialismo sempre più forcaiolo, peronista e di destra. Quel giustizialismo di cui, oggi, in Italia, si fa corifeo culturale, tanto per intenderci, il Movimento 5 Stelle che, giusto a sinistra, sembra aver riempito vuoti ideali e politici incolmabili.
Dunque, nulla di nuovo se l’ex parlamentare Manuela Palermi, il neo nascente PCI dalle ceneri del vecchio Pdci del ministro della giustizia Oliviero Diliberto -colui che nel 1999 istituì il GOM (Gruppo Operativo Mobile), reparto di polizia penitenziaria addetto al controllo dei detenuti in regime di 41bis e alla repressione dei disordini carcerari, della  cui violenza hanno fatto e fanno le spese molti compagni ancora in galera- e ex rifondaroli si scagliano contro il punto programmatico di Potere al Popolo, che prevede l’abolizione del 41bis.
Ho già espresso, senza pregiudizi e argomentazioni speciose, ma puntualmente motivandoli, i miei dubbi sulla lista. Dico però ancora che, se Potere al Popolo vuole effettivamente segnare uno spartiacque con i vecchi tatticismi politici di quella sinistra compatibilista fino al punto di divenire la più fervente sacerdotessa della statolatria borghese o la più servile vassalla del pensiero neo liberale -si pensi alla linea della fermezza tenuta dal Partito Comunista durante il rapimento Moro o alle attuali derive coercitive, con uso indiscriminato di manganelli e fermo di polizia, in materia di controllo sociale e immigrazione, adottate dal Pd – e porsi come embrione di qualcosa di veramente rivoluzionario, allora deve necessariamente liberarsi della zavorra rappresentata dai vecchi “professionisti della politica” -mi si passi la locuzione à la page- ancorché  compagni, e fare chiarezza su questioni dirimenti. La battaglia contro il 41bis, come quella per l’introduzione di un reato di tortura che non sia un capolavoro di incongruenza -specie in un momento in cui il Decreto Minniti e la repressione delle forze antagoniste costituiscono l’agenda politica di un governo impegnato attivamente nella cancellazione del dissenso: che si tratti di dicasteri in mano al Pd o al centro destra poco importa- rappresenta una battaglia culturale imprescindibile per il movimento comunista. Una battaglia su cui non è concesso trattare. E non sono concessi neppure sofismi o astruserie giuridiche, come i cinque anni di detenzione attenzionata per i boss della criminalità organizzata. Sappiamo, infatti, fin troppo bene, per esperienza, che simili provvedimenti, una volta emanati, vengono, alla lunga, estesi anche ad altre fattispecie e, quindi, a pagarne il prezzo sarebbero, in futuro, anche altri detenuti, specie i politici. La mafia infatti, se la si vuol sconfiggere, va combattuta sui territori, attraverso lotte e interventi di carattere sociale, politico, economico e, appunto, culturale.Non certo con il ricorso al 41bis o a secoli di galera, che servono più a ripulire la coscienza di un apparato statale spesso complice, che non ad eliminare un fenomeno incistato in una struttura sociale che nessuno, a quanto pare, vuol modificare.
Per questo, accanto ai No all’Unione Europea, all’Euro, alla Nato e al pagamento del Debito, è per me irrinunciabile il No al 41bis: tra l’altro, sovente, divenuto vile strumento di ricatto per costringere il detenuto a delazioni fittizie, quando non totalmente false, sull’onda emotiva della paura o sulla base di un calcolo puramente utilitaristico e personale.. Come il No all’ergastolo. E il superamento dell’istituto punitivo della pena, pensato come unico strumento di deterrenza del crimine o, peggio, come metodo rieducativo. In tal senso, le galere hanno fallito. E falliscono ancor di più le teorie che producono svolte restrittive e autoritarie.
D’altronde, come ho già scritto altrove, non dimentichiamo che  secondo il filosofo e psicologo francese, Michel Foucault, tra la nascita del capitalismo e l’instaurazione del potere disciplinare esiste una causalità irriducibile e biunivoca: ciascuno dei due fenomeni ha alimentato l’altro e nessuno dei due avrebbe potuto mai assumere le proporzioni che ha assunto se non si fosse potuto poggiare sulle acquisizioni e sugli effetti dell’altro.
Scrive in pratica Foucault, in “Sorvegliare e Punire”: «L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione “ideologica” della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere, che si chiama “la disciplina”. Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: il potere produce; produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità. L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione». Stando, dunque, a quanto dice Foucault, il potere produce innanzitutto sovrastrutture, morali e culturali, codici di comportamento, simboli, linguaggio e, di conseguenza, senso. Ecco, il potere produce senso e quindi, com’è facile comprendere, determina la differenza –storica e culturale- tra il Bene e il Male, tra ciò che è legale e ciò che non lo è, tra lecito e illecito, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In una parola, stabilisce e precisa l’ethos all’interno di una società e di un particolare momento storico. Ne deriva che una delle principali peculiarità e finalità del potere –e specifichiamo che, quando Foucault parla del potere, si riferisce a quello dello stato borghese e liberale- risiede in ciò che egli definisce governamentalità, concetto che racchiude in sé quelli di sovranità e disciplina, affermatosi in Occidente proprio con la nascita del liberalismo e che, inequivocabilmente, conduce ad una gestione analitica, economica e disciplinare appunto delle masse. Con l’avvento dello stato liberale, insomma, siamo entrati nell’era della biopolitica e del biopotere.
Se si vuole continuare a definirsi marxisti e comunisti, quindi, è necessario rompere con questi paradigmi del pensiero borghese e cominciare a declinarne di nuovi. Ampliando gli orizzonti e spaziando liberi in essi.

 

VINCENZO MORVILLO

Sorgente: la stanza rossa: BENE…BRAVI…NO AL 41BIS

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