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Afghanistan, così muore un paese tra Talebani e Isis

Una guerra nella guerra. Per la supremazia nel fronte jihadista. Combattuta con gli strumenti del terrore: kamikaze, assalti coordinati e ambulanze-bomba

Una guerra nella guerra. Per la supremazia nel fronte jihadista. Una guerra combattuta con gli strumenti del terrore: kamikaze, assalti coordinati, e ora anche ambulanze-bomba. L’Afghanistan sostituisce Raqqa e Mosul e diviene la trincea avanzata della Jihad globale. E’ un massacro”. Così Dejan Panic, coordinatore di Emergency in Afghanistan, ha definito le conseguenze dellattacco suicida avvenuto sabato mattina a Kabul, nei pressi della vecchia sede del ministero dell’Interno.

L’edificio ora ospita l’Alto Consiglio di pace (Hpc) e sorge nei pressi di un ospedale e numerosi negozi. Nella zona si trovano anche gli uffici dell’Unione europea e di una agenzia di intelligence afghana, gli uffici del Dipartimento nazionale della sicurezza e le ambasciate di India, Indonesia e Svezia. Il bilancio, che va aggiornandosi di ora in ora, parla di almeno 95 morti e 163 feriti. Secondo le ricostruzioni l’azione sarebbe stata portata a termine con un’ambulanza carica di esplosivo.

“L’attentatore suicida – ha spiegato il portavoce del ministero dell’Interno, Nasrat Rahimi – ha attraversato un primo posto di controllo affermando di dover trasferire un paziente all’ospedale Jamuriate; al secondo controllo è stato riconosciuto, e si è fatto esplodere”. L’onda d’urto dell’esplosione è stata tale da mandare in frantumi i vetri delle finestre nel raggio di un paio di chilometri e persino di far crollare le mura delle abitazioni più vicine.

A rivendicare la strage sono i talebani dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. In un tweet in inglese il portavoce del movimento, Zabihullah Mujahid ha precisato che l’operazione è stata condotta da cinque mujaheddin e che nell’albergo era in corso un incontro fra responsabili militari stranieri e personalità del governo afghano. È la risposta dei Talebani all’attacco compiuto nei giorni scorsi alla struttura ospedaliera di Save the Children a Jalalabad City; assalto rivendicato dall’Isis. Nell’ultimo anno la capitale afghana è stata colpita più volte da attentati con esplosivi poi rivendicati dall’Isis e dai Talebani.

Solo una settimana fa l’attentato con 43 morti all’Hotel Intercontinental, nel cuore di Kabul. Non si tratta solo di una disputa sul controllo del territorio. Perché dire Afghanistan, significa parlare di traffico di droga, che frutta ai signori della guerra un giro di affari miliardario. Quella dei Talebani è una holding plurimilionaria che supporta a pieno regime l’azione militare. “Nei report del SIGAR del 2015 e del 2016 – annota in proposito Marco Leofrigio, in un articolato saggio su “AD” (AnalisiDifesa): – si legge che la ‘fabbrica’ talebana di oppiacei mantiene salda la prima posizione mondiale, infatti l’eroina afgana raggiunge quasi tutto il globo, citiamo due dati: copre il ‘fabbisogno’ del 90% del Canada e dell’85% circa delle richieste mondiali. La produzione e gestione del traffico di droga è la fonte principale di finanziamento dei Talebani.

Un traffico enorme, fortemente consolidato nella sua catena di produzione-vendita-incasso di milioni di dollari di profitti. Il prodotto viaggia sfruttando tutti i mezzi di trasporto: le rotte aeree e marittime permettono all’eroina afgana di giungere ovunque (eccetto il Sud America, qui vi sono i cartelli narcos che hanno il ‘loro’ prodotto). Le vie terrestri coinvolgono pesantemente Iran e Pakistan, costretti ad impiegare sempre più risorse per contrastare questi flussi…”.

Il responsabile dell’agenzia Onu anti-droga a Kabul, Andrey Avetisyan, realisticamente ammette: “il papavero fornisce sostentamento da tre a quattro milioni di afgani”, ovvero oltre il 10% la popolazione del Paese. Purtroppo l’uso delle droghe si è via via diffuso anche tra la popolazione afgana, con una incidenza media del circa 6%. UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) evidenzia che nel 2016 la produzione di oppio è aumentata del 43%, difatti nel 2015 la produzione totale era di 3300 tonnellate di oppio, mentre nel 2016 si è arrivati ad oltre 4800 tonnellate; ecco quindi un dato nuovo che emerge: questo incremento della produzione di oppio è collegata ad una maggiore resa per ettaro. I costi della sporca guerra sono enormi e sempre meno giustificabili senza una vittoria definitiva in vista.

Dal 2001 solo gli Stati Uniti hanno speso 783 miliardi di dollari. Per Washington il dispiegamento di un solo soldato per un anno incide per circa un milione di dollari sul bilancio. Questa situazione continua a costare al tesoro statunitense tre miliardi di dollari al mese. A ciò si aggiunge il prezzo, altissimo, in vite umane. I soldati della Coalizione caduti dall’inizio della guerra, sedici anni fa, sono 3529, di questi 2393 americani, e 54 italiani, e oltre 170mila militari e civili locali. Il calcolo delle vittime afghane è più controverso . Almeno 35 mila militari, dai 20 ai 30 mila civili, secondo le stime dell’Onu e del Watson Institute della Brown University. Ma i Talebani hanno ora un concorrente agguerrito, ferocemente determinato a conquistare la guida della Jihad e degli affari ad essa collegati: è lo Stato islamico.

La regione, in cui Isis continua a crescere gettando la propria sfida ai Talebani e dalla quale partono “missioni” terroristiche che nell’ultimo anno e mezzo hanno creato grossi problemi nelle due città di Kabul e Jalalabad, è quella del Khorasan, tra Afghanistan e Pakistan. Prende, infatti, proprio il nome di Wilayat Khorasan, il movimento terroristico affiliato ad Isis in Afghanistan che è riuscito, pur di fronte all’azione di contrasto da parte di Usa ed esercito afghano, a guadagnare posizioni. Anche gli Usa, infatti, non riescono più a negare che Isis abbia ormai il controllo di vaste e popolate aree nella provincia di Nangarhar e che la sicurezza, nella zona, sia particolarmente deteriorata.

La strategia dell’Isis in Afghanistan è stata quella di attingere le nuove forze fresche proprio dal movimento talebano. Una recente inchiesta della Bbc metteva in evidenza come l’adesione allo Stato Islamico fosse divenuta economicamente più appetibile per gli afghani, considerato lo stipendio di 500$ mensili, cui il movimento talebano (in guerra dal 2001) non può sicuramente entrare in concorrenza. Dunque più si indeboliscono i talebani, più si rafforza l’Isis. E per contrastarne la penetrazione i talebani schierano le loro forze speciali contro Isis. Il loro nome ufficiale è saraqitah “Red Group, Danger Group o Red Cell”. L’Emirato Islamico ha annunciato di aver schierato nell’est del Paese, in particolare tra le province di Laghman e Nangarhar, le sue unità top per dare la caccia ai piccoli gruppi Daesh presenti in zona e consolidare la leadership. Ciò dopo che i miliziani dello Stato Islamico avevano inflitto perdite alla formazione concorrente, conquistando porzioni di territorio.

Finora, invece, i commandos jihadisti avevano operato soprattutto nel sud della nazione asiatica, nella guerra contro le forze di sicurezza (ANSF) di Kabul. Perciò, l’Isis – che in passato era definita spregiativamente poco più di una banda di criminali – è stato promosso a nemico numero. Forse anche prima delle forze internazionali e delle istituzioni afghane. Il pericolo di un progressivo sbilanciamento di forze a favore delle bandiere nere era stato denunciato dallo stesso leader Mullah Omar, ora defunto, in una lettera proprio rivolta al Califfo Al-Baghdadi. Nella stessa il Mullah intimava il Califfo di “non cercare di penetrare in Afghanistan” e che la sua azione stava “pericolosamente dividendo il mondo musulmano. Nessuno – spiega un comandante talebano intervistato dal Guardian – sa chi sia la figura di riferimento di queste persone in Afghanistan e Pakistan. Semplicemente sono gruppi di una decina di persone che vanno su e giù per le montagne”.

Le giovani reclute, sottolinea l’intervistato, e i Talebani sono mondi separati. Entrambi i gruppi puntano all’imposizione della sharia, la legge islamica, ma il Califfato non riconosce Stati né confini nazionali, mentre i Talebani sono nazionalisti che vogliono trasformare il proprio Paese. Sempre secondo il comandante talebano intervistato dal Guardian, ci sarebbe anche una differenza dottrinale. “Quando le persone – afferma – chiedono ai militanti del Califfato che missione stia compiendo, loro rispondono ‘la vostra fede è debole e noi vogliamo renderla più forte'”.

Gli ideologi dell’Isis sarebbero quindi troppo settari e intolleranti per i Talebani. Ed eserciterebbero una violenza cieca e insensata che i ribelli afgani avrebbero da anni respinto. Questi ultimi avrebbero quindi rinnegato la furia distruttrice verso opere d’arte e intere comunità esercitata in passato. Una guerra nella guerra. Venticinque ottobre 2017: intensi scontri si susseguono nella provincia settentrionale afghana di Jawzjan fra militanti dei talebani e uomini dell’Isis, con un di almeno 23 morti. Le vittime sono 13 seguaci del ‘Califfo’ e dieci dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Lo scrive oggi l’agenzia di stampa Pajhwok. La battaglia, simile a quelle che in passato hanno contrapposto i due gruppi nelle province di Nangarhar e Nuristan, si svolge nel distretto di Qush Tepa, come ha confermato all’agenzia il suo capo amministrativo, Aminullah. La stessa fonte ha precisato che “le fazioni si stanno scontrando attualmente nei villaggi di Baiksar e Khanqa, facendo uso di armi sia pesanti che leggere”. Secondo Aminullah i Talebani avrebbero fatto convergere nella zona “almeno 1.000 combattenti provenienti dalle province di Helmand, Ghor, Badghis e Faryab. Mille combattenti armai dai russi.

Perché questa è l’altra, significativa novità, sul fronte afghano. In funzione di contenimento della penetrazione dei foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq nelle repubbliche caucasiche ex sovietiche, Mosca ha stretto un’alleanza “sotterranea” con i Talebani. Nel luglio 2017 il giornale inglese “Daily Mail” e la “Cnn” pubblicavano una serie di foto , in cui alcuni talebani venivano ritratti in possesso di armi russe. E ancora lo scorso 22 ottobre 2017 il “Guardian” riportava l’accusa esplicita fatta dal governo di Kabul contro Mosca, colpevole di continuare a rifornire di armi il movimento talebano. Si parla nello specifico, come era già stato dimostrato dalle foto, di armamenti leggeri e non eccessivamente sofisticati. Insomma mitragliatrici, lanciagranate e al massimo visori notturni per cecchini. Zamir Kabulov, inviato del presidente Putin in Afghanistan, sintetizza così la nuova politica: i Talebani diventano i nostri alleati contro l’espansione di Abu Bakr al-Baghdadi in Asia centrale e Caucaso. In cambio, gli concediamo una patente di legittimità politica (ed anche soldi e armi, ma questo Kabulov non può esplicitarlo). E anche in Afghanistan vale il patto d’azione Mosca-Teheran.

Rispetto agli interessi militari e geopolitici, la religione viene accantonata e così l’Iran sciita si allea, con i Talebani (sunniti), L’obiettivo iraniano è quello di mantenere il governo afghano debole, in due modi aumentando la sua influenza nelle province occidentali afghane, vicine al suo confine, come Farah e Herat; e sostenendo i talebani, che si oppongono anche alla presenza in Afghanistan degli americani e dello Stato islamico, entrambi nemici dell’Iran. E a rendere ancora più ingovernabile il Paese è la frammentazione etnico-tribale, che ha assunto tratti sempre più profondi: alla maggioranza etnica Pashtunsi aggiungono Tajiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni e Baluchi. Questo è il quadro afghano a sedici anni dall’inizio di una guerra, post 11Settembre, che avrebbe dovuto distruggere al Qaeda, liquidare i Talebani, sradicare i gruppi jihadisti, rafforzare la sicurezza internazionale. Gli attentati a raffica che insanguinano Kabul raccontano un’altra storia. La storia di una guerra perduta (stavolta dall’Occidente, come prima era avvenuto per l’Armata rossa) nel “cimitero degli imperi”.

Sorgente: Afghanistan, così muore un paese tra Talebani e Isis

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