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abstract/ “CAMBIARE ROTTA”

ELL’USO STRUMENTALE DEL REDDITO GARANTITO PER FINALITÀ POLITICHE

/il ”lavoro di cittadinanza” del ceto residuale della sinistra novecentesca

/Il reddito come misura sempre più subordinata all’obbligo del “lavoro”

/dal welfare al workfare: l’assistenza garantita solo a chi ha i mezzi finanziari per sostenerla

 Che l’Italia sia un paese ipocritamente intriso di etica del lavoro è cosa nota. Che i partiti di sinistra e i sindacati siano sempre stati i più strenui sostenitori dell’obbligo/obiettivo della piena occupazione lo è altrettanto. L’idea che solo il lavoro tradizionalmente inteso sia fonte di dignità e di rispetto, elemento di inclusione e di cittadinanza, è dura a morire. Eppure, il lavoro, a meno che non venga inteso come opus o ozio creativo, quasi mai è frutto di libera scelta, non finalizzato a produrre valore di scambio ma a soddisfare i propri bi/sogni in un’ottica di autonomia soggettiva e di autodeterminazione. E ciò vale tanto più oggi, in un’epoca in cui assistiamo alla diffusione generalizzata del lavoro non remunerato. Si tratta di una realtà che è perfettamente coerente con i processi di valorizzazione e di sfruttamento del capitalismo bio-cognitivo. Sempre più la vita e la soggettività degli esseri umani tendono a costituire l’input principale per la produzione cognitivo-relazionale (socialità e sessualità) di cui il capitalismo contemporaneo si alimenta. Siamo tutte e tutti, nessuno escluso, “produttori di dati e di relazioni” che entrano in modo sempre più diretto nei processi di accumulazione capitalistica, o per via di espropriazione o per via assoggettamento. La remunerazione simbolica tende a sostituirsi alla remunerazione monetaria.
Per questo è necessario ribadire che il reddito di base, lungi dall’essere forma di assistenza, è lo strumento della remunerazione del lavoro contemporaneo (relazionale e della cooperazione sociale) sfruttato – ora organizzandolo esplicitamente; ora in modo parassitario – dal biopotere del capitale.
Ciò non è presente nel dibattito attuale del reddito e nessuna forza politica, anche quella più antagonista, sembra in grado di cogliere il passaggio: il fatto che la discriminazione sociale oggi si definisce tra chi svolge un’attività produttiva riconosciuta (e quindi remunerata, seppur in modo sempre più precario) e chi, pur partecipando alla creazione di valore (di scambio), non viene remunerato. Non vi è differenza tra chi oggi è occupato e chi ufficialmente viene definito disoccupato: entrambi, pur nelle diversità, partecipano direttamente alla produzione di valore. La differenza è tra chi percepisce reddito e chi no. Il tema dirimente non è la continuità di lavoro ma quella di reddito.
Ne consegue che il reddito di base è forma di remunerazione, è reddito primario, come da tanti anni sostenuto da Carlo Vercellone; di conseguenza, per definizione, deve essere incondizionato. Non è un caso che è proprio su questo attributo che è possibile comprendere se le proposte di reddito (di cittadinanza, di inclusione o di dignità) sono effettivamente proposte di reddito di base.  Nessuna di queste lo è.                                           Solo se il reddito di base è incondizionato può realmente rappresentare un’opzione di cambiamento reale dello stato di cose presente e aprire alla possibilità di autodeterminazione della vita e di autonomia della soggettività. Altrimenti, continueremo a essere schiavi delle nostre e delle altrui catene.

Sorgente: abstract/ “CAMBIARE ROTTA”

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