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In Yemen le cose si sono fatte (ancora) più complicate – Il Post

Guida essenziale per capire cosa sta succedendo nel paese dove è in corso la “peggiore crisi umanitaria” al mondo, e dove oggi è stato ucciso l’ex presidente Saleh

Sabato scorso il potente ex presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, aveva annunciato in tv di aver cambiato fazione nel complesso conflitto che da due anni e mezzo è in corso nel suo paese. Saleh aveva chiesto alla popolazione di ribellarsi agli Houthi, la milizia sciita con cui era alleato, e aveva detto di voler collaborare con la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che da marzo 2015 bombarda il paese e lo tiene sotto embargo. Subito dopo il discorso sono iniziati scontri nella capitale Sana’a tra i sostenitori di Saleh e le milizie Houthi, che hanno accusato l’ex presidente di “tradimento”. La svolta di Saleh però è durata poco: oggi i media vicini agli Houthi hanno annunciato la sua morte.

Gli Houthi hanno mostrato in televisione le immagini di un corpo che sembra quello dell’ex presidente Saleh, con una vistosa ferita alla testa. Con la morte di Saleh sembra essere fallito anche l’ultimo tentativo della coalizione guidata dall’Arabia Saudita di mettere fine a un conflitto che si è rivelato costoso e inconcludente, e che ha attirato sul governo saudita critiche sempre più forti da parte della comunità internazionale, a causa dell’enorme crisi umanitaria che ha prodotto (“la peggiore del mondo”, ha scritto questa settimana l’Economist). La rapida fine di Saleh sembra confermare invece che il conflitto è ancora molto lontano dall’essere concluso.

La guerra in Yemen, in breve
La crisi è cominciata nel settembre del 2014, quando gli Houthi, una milizia sciita appoggiata dall’Iran e proveniente dalle montagne nel nord del paese, hanno occupato la capitale dello Yemen, Sana’a. La loro rapida avanzata fu dovuta in buona parte all’aiuto proprio di Saleh, che da allora, e fino alla scorsa settimana, era stato il loro principale alleato nel paese. Saleh aveva governato lo Yemen per 30 anni, creando un’estesa rete di alleanze con il potere civile, militare e quello delle tribù. Nel 2012, in seguito ad alcune rivolte nel paese e alla pressione degli stati vicini, Saleh aveva accettato – in cambio dell’immunità – di passare il potere al suo vice, Abdrabbuh Mansur Hadi. Nonostante il suo ritiro dalla vita pubblica, Saleh aveva continuato a esercitare un forte controllo su parte dell’esercito e della pubblica amministrazione, un controllo che fu prezioso quando gli Houthi decisero di occupare la capitale.

L’occupazione di Sana’a aveva portato in breve tempo a un intervento militare in Yemen, guidato dall’Arabia Saudita, con l’appoggio degli Emirati Arabi Uniti e di altri paesi arabi sunniti. La coalizione, formata da paesi sunniti, vede negli Houthi un pericoloso strumento del loro principale avversario regionale, l’Iran sciita: per questo nel caso dello Yemen si è parlato spesso di “proxy war” o “guerra per procura”. A spingere per l’intervento è stato in particolare Mohammed bin Salman (che la stampa spesso abbrevia in MbS), all’epoca ministro della Difesa saudita, diventato negli ultimi mesi erede al trono e l’uomo politico più potente del paese. Le operazioni militari, però, non hanno prodotto grandi risultati. L’Arabia Saudita e i suoi alleati controllano la parte meridionale del paese, gli Houthi la capitale Sana’a e il nord: nessuno sembra avere le forze per spezzare questo stallo.

Nel frattempo il paese è stato bombardato pesantemente e il blocco a cui è stato sottoposto ha causato una gravissima crisi umanitaria. Già prima della guerra lo Yemen era uno dei paesi più poveri del mondo; oggi si calcola che circa 20 milioni dei suoi abitanti abbiano bisogno di aiuti umanitari. Nel paese è anche scoppiata un’epidemia di colera che ha già causato la morte di più di duemila persone. Altre ottomila sono morte negli scontri e nei bombardamenti, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno perso più di 280 soldati. Nel frattempo la guerra ha favorito le infiltrazioni di gruppi estremisti e fondamentalisti, che hanno consolidato il loro controllo sulla parte orientale e desertica del paese.

Come se ne esce?
Negli ultimi tempi il costo della guerra e la mancanza di risultati hanno spinto l’Arabia Saudita e i suoi alleati a cercare una via d’uscita dal conflitto. Questa “uscita” però per loro non può arrivare al prezzo di lasciare gli Houthi al potere, poiché, dal punto di vista di MbS e degli altri leader arabi, significherebbe consentire la creazione in Yemen di una forte base per il loro principale avversario, l’Iran. È in questo scenario che è maturato il “tradimento” di Saleh: il voltafaccia dell’ex presidente avrebbe dovuto essere il modo per sbarazzarsi degli Houthi dall’interno, ponendo così fine al conflitto. Il piano, però, sembra essere andato storto.

Al Jazeera ha cercato di ricostruire la storia intervistando alcuni funzionari yemeniti che hanno preferito restare anonimi (Al Jazeera è un’emittente del Qatar, un paese da tempo in rotta con l’Arabia Saudita perché accusato, tra le altre cose, di avere un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’Iran). Secondo la ricostruzione, la decisione di Saleh sarebbe stata organizzata dagli Emirati Arabi Uniti, che avrebbero offerto all’ex presidente il ritorno al potere in cambio della sua alleanza nella lotta contro gli Houthi. Gli Emirati, quindi, avrebbero offerto ai loro alleati sauditi una scelta: continuare a sostenere l’attuale presidente Hadi e quindi restare impelagati in un lungo e costoso conflitto in Yemen, oppure scaricare Hadi, allearsi con Saleh, e usarlo per liberarsi degli Houthi.

MbS avrebbe accettato l’offerta e lo scorso giugno il figlio di Saleh, Ahmed (che da cinque anni vive negli Emirati Arabi Uniti), avrebbe sottoscritto l’accordo con gli emissari dell’Arabia Saudita. Per il resto dell’estate l’accordo è rimasto segreto, ma qualcosa poi probabilmente è iniziato a filtrare poiché ci sono stati numerosi incidenti tra le milizie Houthi e le milizie fedeli a Saleh. Nel corso dell’ultima settimana gli scontri si sono fatti sempre più intensi fino all’annuncio in cui, sabato scorso, Saleh ha detto di aver cambiato le sue alleanze. Nel suo discorso, l’ex presidente aveva chiamato a raccolta gli yemeniti contro gli Houthi, aveva chiesto alle forze militari di disobbedire ai leader delle milizie e aveva invitato la coalizione a interrompere il blocco che sta affamando la popolazione del paese.

La rapidità con cui gli Houthi sono riusciti a raggiungere Saleh e ucciderlo fa pensare che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti abbiano sopravvalutato la sua capacità di controllare il paese e le sue forze armate dopo più di due anni di dominio degli Houthi. Se la fazione di Saleh sarà liquidata con altrettanta rapidità del suo leader, gli Houthi resteranno l’unica forza al potere nella capitale San’a e la fine del conflitto, con ogni probabilità, si allontanerà ancora di più.

Sorgente: In Yemen le cose si sono fatte (ancora) più complicate – Il Post

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