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Voci dal Venezuela al voto: gli insegnamenti del Socialismo del XXI secolo – La Città Futura

CARACAS – L’ennesima frode elettorale in corso in Honduras si aggiunge ad altri esempi eclatanti, che mostrano – dentro e fuori il continente Latinoamericano – quanto proprio i cultori della democrazia formale purchessia siano disposti a calpestarla se cerca di esprimersi fuori dal recinto. Il voto, insomma, dev’essere espresso in una certa maniera. Altrimenti non piace e va “invalidato”, perché non riceve l’imprimatur dei gendarmi del pianeta: soprattutto se, come accade in Venezuela, ha archiviato il balletto asfittico della democrazia borghese, in cui il popolo comunque non conta perché chi viene eletto deve comunque rispondere a chi sta più sopra. Con la vittoria di Chavez, a dicembre del 1998, il Venezuela ha invece scommesso su una seconda indipendenza, articolata a un progetto di integrazione regionale che va in senso opposto a quanto avviene nella nostrana “integrazione europea”. Perseguire “la massima felicità possibile” del popolo – come disse Bolivar e come ripetono i dirigenti chavisti – risulta una bestemmia quasi simile a quella espressa a suo tempo da Brecht quando disse “il vero ladro non è chi rapina la banca ma chi la fonda”.

E dunque. Che da luglio al 10 dicembre il chavismo abbia organizzato e vinto tre elezioni, raggiungendo il record di 24 consultazioni elettorali in meno di 18 anni, non conta. Che di queste 24, ne abbia perse due e abbia rispettato il risultato, non importa. Che centinaia di osservatori internazionali abbiano certificato l’inattaccabilità di un sistema elettorale, utilizzato peraltro anche dall’opposizione per le sue primarie, non viene considerato. I media mainstream continuano a denunciare “la dittatura” di Maduro e ad appoggiare il progetto di un “governo di transizione” impiantato con la forza dagli Usa.

Il 2018 – anno di elezioni presidenziali in Venezuela, ma anche in altri paesi dell’America latina come la Colombia e il Brasile – si annuncia infuocato. Gli Usa e i loro paesi vassalli non possono permettersi che il socialismo bolivariano si consolidi e consolidi il suo modello di “diplomazia di pace” – la pace con giustizia sociale, non quella del sepolcro – in un continente così ricco di risorse strategiche.

Come presidente del Mnoal (il Movimento dei Non Allineati, secondo organismo internazionale per estensione dopo l’Onu), Maduro si è riunito in Turchia con i paesi islamici per dare uno stop all’impennata coloniale di Usa e Israele contro il popolo palestinese. Il 14 dicembre del 2014, per impulso di Cuba e Venezuela, venne creata l’Alba-Tcp, un meccanismo di integrazione regionale basato sull’interscambio solidale e non sull’asimmetria. E giovedì Maduro si è recato a Cuba per festeggiare la ricorrenza e ricordare le conquiste dell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America – Trattato di libero commercio dei popoli. Nell’Alba funziona un meccanismo di compensazione regionale basato su una moneta alternativa, il Sucre. E per sottrarsi al blocco economico-finanziario imposto dagli Usa e dall’Europa, per far fronte al contrabbando del dollaro parallelo che distorce l’economia, il chavismo ha lanciato una criptomoneta, il Petro, basata però su riserve reali in oro, petrolio e diamanti.

Per far implodere l’integrazione regionale dell’Alba-Tcp e di Petrocaribe (un’alleanza tra il Venezuela e alcuni paesi dei Caraibi a cui il governo bolivariano vende petrolio a prezzo preferenziale), gli Usa hanno già iniziato un processo di infiltrazione e cooptazione che si fa evidente nella crisi politica in corso in Ecuador tra l’ex presidente Rafael Correa e quello attuale, Lenin Moreno. Nei confronti dei leader più titolati in due grandi paesi, come Cristina Kirchner in Argentina e Lula da Silva in Brasile, è in corso un attacco securitario basato su un modello di “giudiziarizzazione” della politica ben noto in Italia: e purtroppo bene incrostato persino in una certa sinistra che vuole “difendere” il comunismo con l’ottica del berlinguerismo “giustizialista”.

Usare le lenti giuste per osservare il Venezuela serve a evitare le buche sotto casa? Sì. Nel sistema-mondo non siamo monadi o gattini ciechi, ma portatori di radar che sono stati schermati, assopiti, deviati. Se il capitale è globale, anche la lotta per distruggerlo deve esserlo. Per consentire un “secondo tempo” alla partita del comunismo dopo la caduta dell’Unione Sovietica, per renderlo nuovamente “appetibile” alle classi popolari tenute lontane dalla paura della “dittatura” e ammansite dalla “fine della storia”, in Venezuela lo hanno chiamato “socialismo del XXI secolo”. La sostanza, però, non cambia. A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e a 50 dall’assassinio del Che in Bolivia, gli scogli che si presentano a chi si avventuri verso il medesimo orizzonte, sono gli stessi. Al largo delle coste dove non ci sono più paesi a cui chiedere consigli sulla rotta – a parte l’isola Cuba –, s’incontreranno mari di plastica, bottiglie senza alcun messaggio.

Dal cielo nemico, cadono siluri sconosciuti. Ma basta leggere la storia delle rivoluzioni per ritrovarne spinte e controspinte, passi avanti e passi indietro, insomma l’inevitabile dialettica della lotta di classe con i suoi schieramenti necessari, che riposizionano amici e nemici. Nel 2017, in Venezuela, la dialettica della lotta di classe ha subito un’accelerazione. Da qui, la corsa allo stigma, la presa di distanza delle anime belle, sempiterne come la sempiterna paura di schierarsi, di prendere posizione nei momenti cruciali. Si è gridato alla “dittatura”, ma la “dittatura” non c’è stata. Il chavismo è tornato con successo alle urne.

Repressione? Il governo bolivariano è riuscito a disinnescare quattro mesi di violenze efferate con un impiego minimo di forza e coercizione. La reazione di Rajoy in Spagna contro i manifestanti catalani è solo l’ultimo dei paragoni eclatanti. Populismo? Alla prova della “democrazia partecipativa” e del potere popolare organizzato che agisce vivacemente in Venezuela, neanche questa categoria tiene. Ma allora cos’è e dove sta andando questo “proceso” bolivariano? Quali sono gli elementi “unici” e quali i temi generalizzabili, fermo restando l’inutilità di ricercare “modelli” o stampini per il terzo millennio?

Certamente l’Italia non è un paese petrolifero, né torna utile confondere le storie e i percorsi, il quadro oggettivo, gli attori politici, le forme e i tempi dell’alternativa al capitalismo. Tuttavia, la lotta di classe in Venezuela è per noi in qualche modo più vicina, più assonante. E tuttavia, con licenza di analogia, possiamo evidenziare alcuni punti che rendono utile e vicino un confronto con la nascita e lo sviluppo del socialismo bolivariano.

Intanto, il socialismo bolivariano, non è nato in rottura con una delle tante dittature a guida Cia che hanno sconvolto il panorama latinoamericano negli anni ‘70 e ‘80. Nel Secondo dopoguerra, non si è imposta una tipica dittatura sudamericana a guida Cia, ma una democrazia dell’alternanza voluta da Washington per impedire il contagio della rivoluzione cubana. Nel dicembre del ’98, Hugo Chavez ha vinto al termine di un lungo processo di fratture e ricomposizioni che ha scompaginato il quadro, i partiti e le alleanze esistenti nella IV Repubblica. Un sistema di governo basato sull’alternanza tra centrodestra (il partito socialcristiano Copei e suoi satelliti) e centrosinistra (il partito Ad e i suoi alleati) aveva retto fino ad allora un paese prevalentemente allineato al consenso di Washington (a parte qualche breve sprazzo dovuto all’insistenza della lotta di classe).

Una democrazia portata ad esempio in Occidente, ma forgiata sull’esclusione di due componenti determinanti nella cacciata del dittatore Marco Perez Jimenez, avvenuta nel 1958: i comunisti e gli ufficiali progressisti, che continueranno ad appoggiare l’opposizione e la guerriglia, la prima del continente dopo la rivoluzione cubana.

Le chiavi per comprendere la natura del chavismo rimandano a due date cruciali, il 1989 e il 1992: il Caracazo e la ribellione civico-militare capeggiata dall’allora tenente colonnello Hugo Chavez Frias. Anni in cui le sinistre nel mondo han dovuto fare i conti con la caduta del Muro di Berlino e con le macerie dell’Unione sovietica, dissolta l’8 dicembre del 1991. Il 27 febbraio dell’89 ha luogo in Venezuela la grande rivolta popolare passata alla storia come il Caracazo. Un’esplosione spontanea contro le misure neoliberiste decise dal governo di centrosinistra di Carlos Andrés Pérez, detto popolarmente Cap. Il suo paquete económico modello Fmi avrebbe dovuto portar fuori il paese dalla crisi in cui si dibatteva dal Venerdì nero del 1983.

L’anno prima, Pérez era stato eletto con il 48% dei voti. Nonostante l’evidenza del disastro economico e dell’esclusione sociale, in molti avevano voluto vedere in lui il ritorno alla “Venezuela Saudita”, agli anni della sua prima presidenza (dal 1974 al 1979) e del boom del prezzo petrolifero. Per reprimere la rivolta, Cap scatena l’esercito: e il Caracazo costerà al paese oltre 3.000 morti, per lo più negati e fatti sparire nelle fosse comuni. “A Caracas – dirà alla fine Pérez – ci fu un’esplosione di scontento popolare compresso durante tutti questi anni di difficoltà, perché stiamo dedicando al pagamento del debito oltre il 50% del valore delle nostre esportazioni”.

Di togliere la testa dal cappio delle grandi istituzioni internazionali, però, neanche a parlarne. Nella decade degli anni ’80 e fino alla metà dei ’90, l’America latina – “il cortile di casa” degli Stati Uniti – modulerà la dottrina economica dei “Chicago Boys” nei diversi contesti. In Venezuela, a celebrare il dogma del “libero mercato” penseranno i governi nati dal Patto di Punto Fijo: l’alleanza sorta fra tre partiti politici, Accion Democratica (Ad), Copei, e Unión Republicana Democratica (Urd) dopo la cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez, il 23 gennaio del 1958. Un patto per escludere dal gioco politico i comunisti, concluso nell’ambito della Guerra fredda.

Di fronte alle misure economiche dettate da Washington e adottate dal presidente Romulo Betancourt (eletto nel febbraio del ’59), le forze di sinistra scelsero allora di giocare una partita frontale, anche armata. Nell’aprile del ’60, Ad si scinde per dar vita, nell’agosto dello stesso anno, al Movimento de Izquierda Revolucionaria (Mir). Nel marzo del 1961, il Partito comunista del Venezuela (Pcv) – il cui segretario generale era allora Pompeyo Marquez – adotta la resistenza armata durante il suo III Congresso nazionale. A metà del ’62, anche un settore dell’Urd, diretto da Fabricio Ojeda prende la stessa decisione.

Nell’89, pezzi consistenti di quella sinistra rivoluzionaria erano però trasmigrati a destra, pronti a seppellire una volta per tutte il socialismo in nome della “fine della storia”. Ojeda era stato ucciso nel ’66, ma già nel ’69 Marquez aveva accettato il processo di pacificazione offerto dal governo di Rafael Caldera. Insieme ad altri ex esponenti del Pcv come Teodoro Petkoff creerà il Movimento al socialismo (Mas), di orientamento socialdemocratico, con il quale eserciterà alcuni incarichi parlamentari nell’ex Congresso della Repubblica, oggi Assemblea nazionale.

Sia Marquez che Petkoff usciranno dal Mas nel 1998, in disaccordo con la linea del partito di appoggiare la candidatura di Chavez. Anche pezzi di una sinistra più recente, come la Causa Radical (Causa R) e altri dirigenti del Mir, del Pep e di Bandera Roja accettarono di governare con la classe politica che aveva riservato loro in precedenza carcere e repressione, e che aveva dotato il paese di un triste primato in America latina: la pratica di far scomparire i propri oppositori politici, eccedendo le leggi della democrazia.

Il Caracazo mostrò dunque sia l’arretramento della sinistra che la consunzione del sistema di potere in sella fino ad allora. E aprì la strada alla insurgencia del 4 febbraio ’92. Una ribellione che ebbe anche un altro momento di incontro il 27 novembre dello stesso anno, anche quello però senza esiti vittoriosi per gli insorti. E anche quello senza una reale direzione proveniente dalla sinistra. Nel ’92, quegli avvenimenti misero però in cantiere una nuova combinazione politica: nata all’interno delle Forze armate progressiste “stanche di sparare sulla folla” e alimentata dai filoni più attenti e vitali della sinistra venezuelana.

Anche l’attuale presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, allora autista del metrobus, partecipò all’insurrezione civico-militare contro Carlos Andrés Pérez. Quell’insieme di aspirazioni venne catalizzato e messo a sintesi dalla figura di Hugo Chavez, dalla sua intuizione e dalla tenacia che lo porterà a vincere le elezioni politiche del 1998 e a governare il paese per 14 anni.

Il chavismo riuscì a rivitalizzare correnti e tradizioni presenti nella sinistra, destinate altrimenti alla scomparsa o a un’esistenza residuale. Incluse anche alcuni piccoli rivoli che di sinistra non erano ma fecero ‘come se’. Nel Venezuela bolivariano oggi si configura così una nuova sinistra: che racchiude in sé il portato delle principali matrici del marxismo attive tra il 1927 e il ’60 – lo stalinismo, la socialdemocrazia e la rivoluzione cubana – ma anche rivoli trotzkisti, anarco-libertari, sindacali, culture di extralegalità da periferia e tendenze che da noi definiremmo derivati dell’autonomia operaia. È anche forte la presenza di settori – soprattutto giovanili – che si sono formati nel chavismo e che non hanno conosciuto precedenti militanze politiche.

Una miscela vitale e contraddittoria, attraversata e alimentata dal protagonismo di forti movimenti sociali e politici di base. Queste istanze hanno consentito il superamento del nazionalismo militare, presente all’inizio. Disegnano così il profilo di una forza dalle potenzialità ancora in sviluppo, ma dai tratti originali, decisa a risolvere le domande in sospeso dopo la caduta dell’Unione sovietica in un nuovo Socialismo del XXI: sul piano interno e su quello internazionale. Sul piano simbolico, anche. E su quello delle forme di aggregazione e di organizzazione, di propaganda e di attivazione di coscienza in un continente che ha ancora avuto bisogno di eroi.

Populismo “di sinistra”? Oppure nuova articolazione di classe, frutto iniziale di un fronte unico dal basso e dall’alto che sta entrando in collisione e i cui esiti sono tutt’altro che scontati? Le sollecitazioni di una base scalpitante e combattiva, di oltre venti movimenti sociali all’interno e quasi trenta come alleati nell’Alba, rivelano la forte componente anticapitalista che si propone come spina dorsale del nuovo stato “comunale” ipotizzato.

Una geografia in cui si ritrovano Consigli Popolari, federazioni di contadini, comitati settoriali, 200.000 componenti delle milizie popolari, gli oltre 480 mezzi di comunicazione comunitari, consigli di fabbrica e di controllo operaio, organismi e associazioni che si definiscono “classe media socialista”, comitati degli abitanti delle case popolari e quelli per la produzione agraria…

Spinte variegate, anti-dogmatiche e anche anti-sistemiche che animano o sostengono quel grande contenitore costituito dal Partito socialista unito del Venezuela (Psuv). Dal 2007, il Psuv rappresenta questa sinistra di lungo e nuovo corso, sia sul piano elettorale che su quello politico: oltre 7 milioni di iscritti e circa 300.000 militanti attivi, capaci di mobilitarsi e moltiplicarsi raggiungendo fino al milione, in occasioni di emergenza o per particolari campagne, elettorali o sociali. La forte interlocuzione esterna con movimenti e formazioni che sostengono pur senza aver accettato di sciogliersi nel partito vivacizza ulteriormente la dinamica interna, complicando anche i compiti di direzione e egemonia. L’ultimo congresso, fortemente interrogato dal basso e dalle rappresentanze giovanili, ha mostrato però grandi spinte alla sintesi e coscienza dei problemi in campo.

Dal 1989, il chavismo è andato definendo la sua coscienza di classe nel corso di mille battaglie anticapitaliste e anticolonialiste, nonostante le spinte endogene ad accomodarsi nei privilegi di quella che i settori più coscienti definiscono Boliburguesía (borghesia bolivariana). Un combinato che, dopo la morte di Chavez, ha incontrato il “governo di strada” del primo presidente operaio, Nicolas Maduro per definire una direzione collegiale che moltiplichi l’eredità del leader.

L’incapacità di cogliere la novità della rivoluzione bolivariana da parte della sinistra italiana nasce anche dall’appoggio e dai legami che ha sviluppato nella IV repubblica con certe componenti sindacali, nel frattempo passate dall’altra parte? È forse dovuta alla lunga affezione a quel tipo di alchimie istituzionali e di alternanze, la sua perdurante assenza di sostegno?

Grazie alla determinazione di Hugo Chavez, la parola socialismo non è finita nel sottoscala della storia, come invece è purtroppo accaduto da altre parti dopo la scomparsa dell’Unione sovietica. Nella sua legge “Contro l’oblìo”, discussa e votata in tutto il paese, il Venezuela bolivariano rivendica il diritto dei popoli a ribellarsi, anche in armi, non solo contro le dittature ma contro le democrazie camuffate. E numerosi sono, nel governo, uomini e donne che provengono dalle passate guerriglie.

È forse la rivendicazione di quel passato e di quel portato, pur rivisitato nella situazione inedita del XXI secolo che spinge le anime belle e i cantori del pentitismo a ritrarsi dalla rivoluzione bolivariana?

Una rivoluzione, certo, avviata con la vittoria elettorale, ma difesa nelle strade, nelle fabbriche e nelle caserme senza alcun feticismo delle forme elettorali. Un’indicazione preziosa: perché anche la parziale riduzione delle forme e dei rapporti di proprietà porta alla reazione isterica dei poteri forti. Il capitalismo è ben deciso a tenersi il controllo di tutta la torta. Da qui, la guerra economica, il sabotaggio, l’attacco mediatico e le violenze organizzate con finalità eversive. Tutto il corredo che abbiamo visto e continuiamo a vedere all’opera in Venezuela. Un altro punto che ci riguarda, nel caso riuscissimo a imporre una strada diversa da quella delle cosiddette larghe intese.

L’attacco che inizialmente i grandi media spagnoli hanno riservato a Podemos – quando ha fatto appello a un nuovo potere costituente richiamando l’esperimento bolivariano – e anche l’iniziale, furibondo, attacco alla coalizione greca Syriza, sono esempi dello stretto connubio tra latifondo economico e latifondo mediatico, che ha i suoi accaniti difensori anche nel cuore delle democrazie complesse. Quando poi si affaccia una possibilità di cambiamento sostanziale nei rapporti di potere interni e internazionali, il capitale si difende con le unghie e con i denti. Difendere il Venezuela socialista, quindi, significa difendere i nostri propri interessi di classe, e il futuro dell’alternativa al capitalismo.

Sorgente: Voci dal Venezuela al voto: gli insegnamenti del Socialismo del XXI secolo – La Città Futura

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