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Il terrorista nero Tramonte in carcere per strage – La Città Futura

Brescia. “Sarebbe stato grave se fosse riuscito a far perdere le proprie tracce” ha detto il procuratore generale di Brescia Pierluigi Maria Dell’Osso parlando dell’arresto in Portogallo e dell’estradizione in Italia di Maurizio Tramonte, terrorista fascista ed ex informatore dei servizi segreti condannato in via definitiva dalla Cassazione all’ergastolo per la strage avvenuta in Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974. Mancano ancora tessere per completare il mosaico su quella strage. Ci sono ancora due procedimenti aperti, uno in Procura dei Minori a Brescia e il secondo dalla Procura ordinaria. Dopo la sentenza della Cassazione ha parlato anche il sindaco di Brescia Emilio Del Bono esprimendo soddisfazione per “la vittoria di una città che testardamente ha voluto la verità processuale che non era scontato arrivasse”. La sentenza ha chiarito la matrice politica nera di quella strage.

Con molti libri e film, con molte inchieste giornalistiche e storiche si è andata intensificando negli anni la ricerca per capire il periodo degli anni Settanta del Novecento italiano, anni di svolta, anni di rivolta.

Torniamo nel 1974, al momento della strage di Brescia. Stava esaurendosi la fase dei governi di centrosinistra e da lì a poco tempo si sarebbe avviata la fase dei governi di solidarietà nazionale con il progressivo coinvolgimento del PCI nelle maggioranze parlamentari. Da qualche anno, dal chiudersi degli anni Sessanta, c’era instabilità politica. Il 12 maggio 1974 gli italiani avevano bocciato il referendum abrogativo della legge sul divorzio. Dopo la strage di Brescia, il 4 agosto ci sarà la strage del treno Italicus, dodici morti per mano fascista. Nell’estate del 1974 verrà alla luce il tentato golpe della “Rosa dei venti”, con gli Stati Maggiori di alcuni corpi d’armata trasferiti per il timore che potessero parteciparvi. Poi, ancora, un altro tentativo di golpe, quello di Edgardo Sogno.

Il 28 maggio in Piazza della Loggia era in corso una manifestazione antifascista indetta per protestare contro una serie di attentati culminati nella morte del giovane terrorista di destra Silvio Ferrari, vittima dall’esplosivo che lui stesso stava trasportando in motorino nel centro di Brescia, a Piazza del Mercato. Eccoci con il ricordo a Brescia alle ore 10 e 12 minuti del 28 maggio 1974, in Piazza della Loggia durante il comizio antifascista. Eccoci al momento in cui esplode un chilo di tritolo, nascosto in un cestino della spazzatura. Eccoci al momento della morte di 8 persone e del ferimento di altre 94.

La strage di Piazza della Loggia, lo si intuisce immediatamente, è un altro episodio di quella che viene chiamata strategia della tensione, la lunga scia di attentati fascisti coordinati con i servizi segreti: da Piazza Fontana alla Bomba alla Questura di Milano, al treno Italicus. Anni di sangue in Italia dalla fine degli anni Sessanta fino al 1984. Le indagini sull’attentato furono lunghe e complesse, pur se la paternità della strage venne rivendicata da Ordine nero e da Anno zero-Ordine nuovo. Già il giorno prima del fatto un messaggio proveniente da Ordine nero-Gruppo Anno zero-Briexien Gau, diretto a quotidiani di Brescia, aveva preannunciato attentati contro esercizi pubblici. Nel messaggio si dichiarava l’intenzione che con gli attentati venisse ricordata la morte di un giovane bresciano avvenuta qualche giorno prima a seguito dello scoppio di una bomba trasportata sulla sua moto. Silvio Ferrari, militante in formazioni extraparlamentari di estrema destra, era in contatto con elementi dell’oltranzismo nero di Milano e Verona e la sua morte aveva destato a Brescia viva emozione.

Il fatto aveva rafforzato l’opinione che gli attentati e le molte aggressioni di quei giorni nelle scuole e contro sedi di partiti della sinistra e di organizzazioni sindacali mettevano la città lombarda al centro di una manovra eversiva della destra fascista diretta a contrastare mutamenti sociali in senso progressista. Dopo l’attentato di aprirono le indagini e nel giugno di cinque anni dopo, siamo nel 1979, alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana vennero condannati perché considerati responsabili dell’attentato. In carcere, in attesa della condanna d’appello, uno di loro, Ermanno Buzzi, venne ucciso da altri due detenuti di estrema destra. Buzzi era il personaggio chiave dell’intero processo e morì appena trasferito nel carcere speciale di Novara, prima del processo di appello.

Nel 1980 i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia assolsero tutti gli imputati, mentre un anno dopo la Cassazione annullò le assoluzioni. Si fece, allora, un nuovo processo di appello dove gli imputati vennero nuovamente assolti. E la Cassazione confermò le assoluzioni. Siamo arrivati al 1985 e un anno prima era stato aperto un nuovo filone delle indagini, dopo le rivelazioni di alcuni pentiti. Il principale imputato era Cesare Ferri, estremista di destra del gruppo di Ordine Nuovo, accusato anche dalla testimonianza di un prete che diceva di averlo visto nei paraggi di Piazza della Loggia il 28 maggio. L’inchiesta si allargò coinvolgendo tutta l’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, ritenuta responsabile della strage di piazza Fontana a Milano. Con Ordine Nuovo venne coinvolto anche il Gruppo della Fenice, un’altra organizzazione eversiva di stampo fascista.

A processo erano Cesare Ferri e Alessandro Stepanoff, che gli aveva fornito un alibi. Furono entrambi assolti, prima con formula dubitativa e poi, nel 1989, con formula piena in appello e in Cassazione. Le inchieste e i processi furono complicati: si basavano solo su testimonianze. Di prove sui fatti ce n’erano poche. Depistaggi, invece, molti. Due ore dopo la strage di Piazza della Loggia fu impartito ai pompieri l’ordine di ripulire con le autopompe il luogo dell’esplosione, cancellando così tutto, proprio tutto: impronte, oggetti, reperti.

Addirittura sparirono dall’ospedale i reperti prelevati dai corpi dei morti e dei feriti, che avrebbero potuto dire molto sull’ordigno utilizzato. Poi, passato ancora del tempo, emerse il ruolo di Maurizio Tramonte, militante del Movimento Sociale Italiano e di Ordine Nuovo che era anche informatore per i servizi segreti sotto la copertura del nome “fonte Tritone”. Le sue rivelazioni e le sue informazioni passate ai servizi segreti divennero utili all’apertura del terzo processo dove finirà anche lui accusato di avere preso parte alla strage. Si arriva così agli ultimi processi. Nel 2010: gli imputati erano Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi (medico veneto responsabile della cellula veneziana di Ordine nuovo alla quale apparteneva anche Zorzi), Maurizio Tramonte, Pino Rauti (fondatore di Ordine nuovo), Francesco Delfino (ex generale dei carabinieri e responsabile investigativo ai tempi della strage), Giovanni Maifredi (collaboratore dell’allora ministro degli interni Paolo Emilio Taviani).

I procuratori chiesero l’ergastolo per tutti gli imputati con l’accusa di concorso in strage, eccetto che per Pino Rauti per il quale era stata chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove. Furono invece assolti tutti con formula dubitativa (insufficienza di prove). L’impianto accusatorio saltò anche per la morte a causa di un ictus di uno dei tre pentiti su cui si basava l’indagine, Carlo Digilio.

Maurizio Tramonte ritrattò che nelle veline da lui passate ai servizi segreti si parlasse del coinvolgimento di Ordine Nuovo e dei militanti di estrema destra del Veneto nella strage di Brescia. Il 14 aprile 2012 la Corte d’assise d’appello di Brescia confermò l’assoluzione di Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino. Nel febbraio del 2014 la Corte di Cassazione annullò le assoluzioni di Maggi e Tramonte e confermò quelle di Zorzi e Delfino. Si svolse allora un nuovo processo d’appello contro Tramonti e Maggi.

Il 22 luglio 2015 i giudici della Corte di assise di appello di Milano hanno condannato all’ergastolo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte che hanno presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza, ma la suprema corte ha confermato le condanne. A 43 anni dalla strage, dopo quindici processi, cinque istruttorie e diversi gradi di giudizio, c’è stata la sentenza definitiva con la condanna all’ergastolo dell’ex militante di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e dell’ex fonte ‘Tritone’ dei servizi segreti Maurizio Tramonte che ha partecipato a tutta la fase di preparazione dell’attentato, mentre Maggi, oggi ottantenne ai domiciliari è stato il mandante.

È stata accertata la matrice neofascista della strage consentendo di collocarla tra le azioni terroristiche da attribuire all’area veneta dell’organizzazione Ordine Nuovo, stessa matrice della strage di piazza Fontana a Milano. Tramonti, estradato in questi ultimi giorni dal Portogallo, era per gli inquirenti pronto alla fuga. Lui, arrestato dalla polizia portoghese a Fatima, si è difeso dicendo di trovarsi lì “per pregare”. Era arrivato in auto attraversando Francia e Spagna. Tramonte risulta ancora proprietario di un’agenzia immobiliare a Brescia, dove continua ad avere la residenza in centro storico. L’anno scorso era andato a Lourdes e, poi, a Montpellier dal fratello. Adesso compirà 65 anni in galera.

Sorgente: Il terrorista nero Tramonte in carcere per strage – La Città Futura

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