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Stretta sui permessi ai migranti: “Così finisce il modello Torino” – lastampa.it.torino

lastampa.it.torino – Stretta sui permessi ai migranti: “Così finisce il modello Torino”Braccio di ferro con la questura sull’immigrazione: “Punito chi ha lavoro, una beffa” – gabriele martini

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E pensare che Torino era diventata un modello di accoglienza, lodato come un esempio virtuoso di gestione dell’immigrazione e copiato da mezza Italia. Imprese e istituzioni locali avevano fatto sistema ottenendo un risultato senza precedenti: ai migranti che avevano un contratto di lavoro veniva concesso il permesso di soggiorno.
Poi qualcosa s’è inceppato: la questura ha fatto marcia indietro smettendo di accogliere le domande d’asilo reiterate da chi aveva ottenuto risposta negativa. Gli operatori che gestiscono i progetti di accompagnamento sociale dei rifugiati e li aiutano nell’iter burocratico per ottenere i documenti – riuniti nelle rete SenzaAsilo – hanno scritto una lettera al questore Sanna domandando spiegazioni: «Le nostre richieste di appuntamenti – si legge – non hanno avuto risposta e non capiamo quali siano le motivazioni di tale silenzio». Ma dalla questura non è arrivata alcuna spiegazione.
Che cos’è successo? Perché si è interrotto il meccanismo virtuoso che ha permesso a decine di profughi di restare legalmente in Italia e alle imprese di assumerli? Prima di rispondere occorre fare un passo indietro.
LA LETTERA DELLE IMPRESE
Questa storia comincia quasi nove mesi fa, con un’altra lettera. A inizio marzo cento aziende torinesi scrivono al prefetto Renato Saccone, alla sindaca Chiara Appendino e al governatore Sergio Chiamparino.
Ristoratori, artigiani, agricoltori e commercianti avanzano una richiesta precisa: «Metteteci nelle condizioni di assumere i migranti».
Si tratta di donne e uomini africani, che durante stage e tirocini hanno dimostrato laboriosità e impegno. Le aziende chiedono di fornire a queste persone i documenti per restare. Cosa tutt’altro che scontata: l’Italia accoglie chi fugge, non chi si è integrato trovando un impiego.
La risposta delle istituzioni alla lettera delle imprese arriva a inizio luglio. Con un’iniziativa senza precedenti il prefetto chiede alla commissione territoriale di esaminare le nuove domande di protezione avanzate dai profughi che abbiano un datore di lavoro pronto ad assumerli.
Ed è così che decine di migranti – che in un primo momento si erano visti respingere le domande d’asilo – hanno ottenuto i documenti per rimanere in Italia.
LA RETROMARCIAIl permesso di soggiorno come una sorta di premio a chi si è integrato trovando lavoro: il caso Torino ha fatto scuola. Altre città si sono mosse nel solco tracciato dal prefetto Saccone, che nel frattempo ha incassato anche l’apprezzamento del ministro Minniti. Sembrava una favola a lieto fine, ma da fine agosto la questura ha alzato un muro negando gli appuntamenti ai migranti.

«È un atteggiamento sconfortante che produce disparità» dice Lorenzo Trucco, avvocato e presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Che aggiunge: «Anche perché ormai in vari tribunali italiani viene concesso il permesso umanitario per motivi d’integrazione».

Il questore Sanna, finora, non ha motivato il dietrofront. Nei corridoi della prefettura commentano con amarezza, chiedendo l’anonimato: «Ci sta boicottando». E raccontano di uno scambio di mail piuttosto duro in cui la questura avrebbe messo nero su bianco la contrarietà al rilascio del permesso di soggiorno ai migranti con un lavoro.

BEFFA TRIPLA

Così naufraga l’esperimento che aveva trasformato Torino nella città capofila in tema di accoglienza. Il risultato è che alcuni migranti hanno già ricevuto il decreto di espulsione.

Una beffa tripla: per i profughi, che da un giorno all’altro vedono sfumare la possibilità di costruirsi un futuro in Italia; per le imprese che, dopo aver investito nella formazione di queste persone, si ritrovano a doverne fare a meno; e, infine, per lo Stato, che trasforma i migranti lavoratori (e quindi contribuenti) in fantasmi.

Sorgente: Stretta sui permessi ai migranti: “Così finisce il modello Torino” – La Stampa

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