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Sorpresa: Simón Bolìvar è ancora qui

Ricorderete che questa estate non passava giorno che i giornali non ci informassero della devastante situazione in Venezuela – crisi economica, proteste violente, atti terroristici, centinaia di morti – sicura anticamera del rovesciamento del governo bolivariano di Nicolàs Maduro, il peggior “dittatore” al mondo (Eduardo Galeano, il grande scrittore uruguaiano, ricordava la stranezza di questa “dittatura”: elezioni ogni anno, questa è la 22°, e riconoscimento delle sconfitte quando sono avvenute).

Sono stati 120 giorni (da aprile a giugno) di brutale offensiva, una guerra fatta di terroristi perfettamente addestrati ed equipaggiati – stile truppe speciali statunitensi – paramilitari, uso di tecnologie di ultima generazione ed impiego di propaganda che ha visto la stampa globalizzata trasformata anch’essa in un esercito mediatico che combatteva la guerra psicologica. Questa è andata ad aggiungersi alla guerra economico-finanziaria – fatta di accaparramento e scarsità di generi alimentari e medicine organizzata da 20 multinazionali dei settori.
Bene, domenica 15 ottobre il popolo venezuelano ha per l’ennesima volta assestato un sonoro ceffone agli uccellacci del malaugurio, come sempre male informati. Con una partecipazione elettorale superiore al 61%, il chavismo si è assicurato 18 dei 23 stati, raccogliendo il 54 per cento dei voti.
Convinta anch’essa di vincere, l’ultradestra raggruppata nella MUD (Tavola di Unità Democratica), aveva nei giorni precedenti “legalizzato” nella sede di Washington dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) un Tribunale Supremo di Giustizia e fatto capire che accarezzava l’idea di formare un Potere Esecutivo parallelo. Ora è a pezzi, si scambia accuse di collaborazionismo e vede andarsene sbattendo la porta l’ex candidato alla presidenza Enrique Capriles.
Prima di cercare di analizzare perché il progetto bolivariano ha vinto un’altra volta, e in quali condizioni, una piccola nota di casa nostra: il 26 ottobre scorso, con perfetta scelta di tempo, l’Unione Europea ha assegnato il Premio Sakharov di quest’anno proprio all’opposizione di destra e a sette “prigionieri politici” venezuelani, tra i quali Lorent Saleh, estradato dalla Colombia, dove si era rifugiato dopo aver tentato di organizzare piani cospirativi contro il governo tra cui, come disse in un video, trasmesso dalla televisione venezuelana, “ammazzare 20 pupazzi in 48 ore”, alludendo ad assassinii selettivi di figure importanti del chavismo.
Il premio consiste in 50.000 euro, e dal 1988 è stato curiosamente assegnato tre volte a cubani anti-castristi (José Payà, le Damas de Blanco e Guillermo Farinas). Il premio dovrà essere ritirato il prossimo 13 dicembre da Julio Borges, presidente dell’ex Assemblea nazionale e capo del partito associato alla MUD Primero Justicia.
Peccato che il partito di Borges sia stato sonoramente sconfitto nelle elezioni, abbia perso lo Stato di Miranda e si sia affermato nel solo Stato di Zulia.
La presidentessa dell’Assemblea Nazionale Costituente, Delcy Rodrìguez, ha commentato che l’Unione Europea “sorride al fascismo”. Difficile non essere d’accordo con lei.

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Il Piano Coniglio

Il popolo venezuelano ha votato sotto gli effetti di una implacabile guerra economica che dura da tre anni, e il governo si è imposto anche negli stati più colpiti da questa guerra asimmetrica.
Perché il governo bolivariano continua a vincere, pur nelle condizioni di un feroce attacco economico, militare, mediatico? Per cercare di capirlo non ripeteremo quali sono stati gli avanzamenti del popolo venezuelano in questi ultimi 15 anni, che i nostri lettori conoscono bene, ma useremo un piccolo esempio: il Piano Coniglio.
Qualche tempo fa il presidente Maduro, per combattere la crisi alimentare che dall’avvento del presidente Chàvez colpisce il paese – crisi dovuta al fatto che la rete di distribuzione è tuttora in  mano alle multinazionali che allargano e stringono le maglie, oltre ad organizzare il contrabbando di alimentari e materie prime nella vicina Colombia – annunciò l’incremento dell’allevamento dei conigli. Omeriche risate, dentro e fuori il Venezuela.
Ma il “piano Coniglio” è solo uno dei progetti dei Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione, i CLAPS, che sono formati non da funzionari o incaricati governativi ma da lavoratori e sono responsabili della distribuzione casa per casa di “borse” di alimenti a basso prezzo. Non sono le sole organizzazioni di “democrazia partecipativa”. Insieme alle “Misiones” istituite da Hugo Chàvez, rappresentano decine di migliaia di persone organizzate e mobilitate che, contemporaneamente al loro ruolo sociale, sono impegnate nella denuncia costante dei nemici della rivoluzione e nell’organizzazione di quel “sottosuolo della patria” rappresentato dai più sfruttati. I CLAPS sono legati ad altri programmi, come Una Mujer, le Unidades de Batalla Hugo Chàvez, il Fronte Francisco Miranda, le Milizie popolari, gli Attivatori produttivi, i “pubblici ministeri popolari” che hanno il compito di denunciare gli speculatori. Un grande ventaglio di organizzazioni popolari, quotidianamente a stretto contatto con la parte più sfruttata e oppressa del popolo venezuelano, che considera “suo” il progetto storico bolivariano ed è cosciente di cosa significherebbe tornare al passato. Le spietate campagne sviluppate all’interno e all’esterno del paese in questi anni naufragano davanti alla realtà reale, quotidiana.

I nemici esterni

La presidenza Trump inaugura una nuova stagione per il Venezuela: altre, pesantissime, sanzioni e minacce molto più concrete, come le esercitazioni militari congiunte dell’inizio di novembre che hanno visto gli eserciti USA e del Brasile, più effettivi di Colombia e Perù, nella selva amazzonica.
E’ da molto tempo che l’imperialismo USA – e i suoi soci, tra cui l’Unione Europea – sta intervenendo in Venezuela, ma ora deve affrontare una situazione che lo vede “perdente” in varie aree del mondo. E’ impantanato in Afganistan, in Medio Oriente non gli va meglio: la Siria è lì a dimostrarlo. In Asia si è nuovamente riacutizzato lo scontro con la Corea del Nord, e dietro la Corea stanno Cina e Russia.
La Repubblica Bolivariana ha però, come ce l’ha Cuba, una strategia militare basata sull’unione dell’Esercito con le milizie popolari (200 mila soldati e 700 mila miliziani): in caso di invasione militare la Forza Armata Bolivariana si disperderebbe – “ci faremmo terra, aria e acqua” – per condurre la resistenza armata. Il “fallimento perfetto” di Playa Giròn a Cuba ha ancora qualcosa da insegnare.
La guerra continuerà quindi con altri mezzi, prima di tutto quelli economici e finanziari per strangolare il paese, quei mezzi con cui hanno dovuto fare i conti praticamente tutti i paesi che, vinta militarmente la lotta anticolonialista, hanno dovuto affrontare la ri-colonizzazione economica e finanziaria che, nella stragrande maggioranza dei casi, li ha riportati alla loro condizione di schiavi.
Nelle elezioni, l’opposizione ha vinto negli stati di Tàchira, Zulia e Mèrida, zone strategiche di frontiera con la Colombia (e i cui precedenti governatori hanno giocato un ruolo importante nel sostegno e nell’organizzazione del terrorismo di piazza dell’estate), quella Colombia che è il paese chiave nella strategia del Comando Sur USA, che conta su 8 basi militari. Il direttore della CIA, Mike Pompeo, ha già dichiarato che la Colombia è disposta a collaborare “al recupero della democrazia in Venezuela”. Anche perché la Colombia da sempre ha messo gli occhi sul Golfo del Venezuela, zona ricchissima di petrolio (543.000 milioni di barili) e riserve di gas superiori a 192 milioni di metri cubi.
Quindi l’opzione del separatismo è un’altra arma nelle mani dell’imperialismo USA.

… e quelli interni

La situazione economica, come dicevamo, è molto grave e questo può danneggiare i programmi sociali della Rivoluzione. La caduta dei prezzi del petrolio, che rappresenta il 90% delle esportazioni del paese, si ripercuote a tutti i livelli.
L’altro nemico interno è la corruzione. Il 18 agosto l’ex procuratrice generale Maria Luisa Ortega e una serie di altri funzionari sono fuggiti in Colombia per evitare l’arresto. Ora si sono trasformati nella ‘faccia’ critica del chavismo all’estero e da lì tuonano contro il governo, accusandolo addirittura di sostenere il narcotraffico (non vi fa venire in mente tutta una serie di fuoriusciti da Cuba?). A questo va aggiunta l’esistenza di “una burocrazia inefficiente, inefficace e corrotta”, come la definì nell’ottobre 2013 il Comandante Hugo Chàvez.
Non compete a noi, che viviamo in un paese capitalista immerso nella barbarie di una crisi senza fondo che sta inghiottendo persino il futuro delle giovani generazioni e dove le ribellioni sono sporadiche e disorganizzate, suggerire il “che fare” a chi, giorno per giorno, si batte perché il progetto socialista venezuelano resista e avanzi.
Quello che possiamo sicuramente fare è ricordare che oggi il Venezuela è la punta avanzata della lotta contro l’imperialismo, quello europeo compreso; che ogni battaglia persa dall’imperialismo è una vittoria dei popoli del mondo, noi compresi.
E non dimentichiamo che – se la solidarietà antimperialista è la nostra forza – il vero antimperialismo, l’aiuto concreto che possiamo dare ai popoli che portano avanti il loro progetto socialista è lottare contro i nostri governi, contro questa marcia società capitalista: in altre parole è fare la rivoluzione nel nostro paese.

 

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