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Sei candidati premier, in che mani saremo? – Corriere.it

Ho fatto un esperimento: togliete l’audio quando parlano in tv i leader politici, per concentrarvi sulle mani e sul linguaggio del corpo. Le mani dicono e tradiscono molto. E poi, in definitiva,
ciò che ci stiamo tutti chiedendo alla vigilia delle elezioni è proprio in che mani metterci.

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Berlusconi: la capacità di destreggiarsi tra voto utile e usato sicuro

Bisogna partire con le mani di Berlusconi. Perché, forse anche a causa della fissità che hanno assunto col tempo i tratti del viso e l’espressione degli occhi, le mani sono di gran lunga la cosa più mobile nella sua comunicazione. Sono mani che tradiscono l’età, ma sono anche il cuore del suo messaggio, perché servono a esibire il tratto di esperienza di un uomo che, al suo quarto o quinto ritorno, vuole presentarsi esattamente come «a safe pair of hands», un paio di mani sicure: qualcuno di cui ti puoi fidare, perché tanto lo conosci anche nel male, pragmatico al limite del cinismo, e pronto come un camaleonte a vestirsi con le idee degli altri, che siano la flat tax, copyright Salvini, o il reddito di dignità, provenienza Cinquestelle.

Le mani di Berlusconi lavorano in coppia, e in genere in posizione a taglio: sezionano questioni epocali e le risolvono in un istante, spostano milioni di immigrati, sistemano eserciti di disoccupati. Certo, se riaccendi l’audio è difficile sfuggire a una sensazione di déjà vu. L’aliquota unica di oggi non è altro che la prosecuzione delle tre aliquote di vent’anni fa, che manco si fecero. Ma il vero capolavoro delle mani di Berlusconi è di non farci pensare, quando le guardiamo, al 16% di Forza Italia nei sondaggi, bensì al 36-38% di una coalizione che in realtà è solo un cartello elettorale. È bastato questo semplice artificio, reso possibile dalla legge elettorale, e ora Berlusconi può girare a suo vantaggio l’arma del voto utile: siccome siamo gli unici che possono avere una maggioranza, dateci una maggioranza.

Renzi: ha saputo fare il prestigiatore, ma ora dovrà sparigliare

Le mani di Renzi sono l’alfa e l’omega del renzismo. Tutto cominciò con un discorso parlamentare in cui il giovane e sfrontato toscano che voleva rottamare tutte le vecchie liturgie della politica affrontò il Senato con una mano in tasca, e gli annunciò l’imminente fine; e tutto riparte dal Senato, dove invece ora Renzi, a quanto pare, intende candidarsi. Ma le mani di Renzi, meglio non dimenticarsene, sono state anche mani da prestigiatore, capaci di convincere una legislatura nata morta che in realtà c’era una vita da vivere, e che vita: riforma della Costituzione, riforma elettorale, cambiamento epocale del sistema. Poi non è riuscito niente. Ma provate a immaginare che cosa sarebbe stato di questo Parlamento senza l’ambizione e la spregiudicatezza del giovane toscano, e, per dirla tutta, anche senza il trasformismo politico che ha portato ben quattro ex coordinatori del Pdl di Berlusconi a sostenerlo in Parlamento: Alfano, Bondi, Verdini e Cicchitto.

Aver tenuto in piedi la baracca, proprio nel momento in cui l’Italia usciva a fatica dalla recessione, è stato di gran lunga il maggior merito di Renzi. Nel contempo, però, la sua azione di governo ha attirato sul Pd una impopolarità senza precedenti, come testimoniano i sondaggi che lo danno sotto al livello di guardia raggiunto da Bersani cinque anni fa. Deve dunque inventarsi qualcosa. Dopo il referendum il suo messaggio è un po’ vuoto, del tipo «continuare l’opera che abbiamo avviato». Ma con i meriti acquisiti neanche Churchill riuscì a vincere le elezioni, eppure lui aveva vinto una guerra.

Gentiloni: un tocco leggero e istituzionale, chi odia Matteo ama lui

Poi ci sono le mani invisibili di Gentiloni. Le vediamo poco, perché sono così istituzionali che di solito le tiene appoggiate a un leggio, o posate su un tavolo da lavoro, o le nasconde dietro maniche della giacca troppo lunghe. Senza gesticolare, il premier in carica è riuscito però in un piccolo miracolo: ha trasformato un governo ombra nell’unica certezza politica esistente da qui fino al prossimo governo in carne ed ossa, il che equivale a dire da qui a chissà quando. Quando ha varcato il portone del Palazzo lo definirono una sbiadita «fotocopia»; poi, a riprova del principio che il potere logora chi non ce l’ha, ora chiamano lui e il suo staff «Chigi Uno», avendo retrocesso i renziani capitanati da Maria Elena Boschi a «Chigi Due».

Ha imbroccato il vento della ripresa economica e ha fatto di tutto per non disturbarlo con inutili ginnastiche politiche («Qui si governa e non si parla di politica», è il suo motto in Consiglio dei ministri). Ha piazzato anche due colpi non da poco, il reddito di inclusione, prima misura universale per i poveri, e il biotestamento. Le unioni civili invece le ha fatte Renzi. Resta la grande ferita finale dello ius soli, ma Gentiloni si trova nella singolare situazione di non poter rischiare di essere battuto al Senato nemmeno a legislatura finita. Tutti quelli che odiano Renzi dicono di amarlo. Curioso destino per un renziano. È diventato il volto umano del Pd, utilizzabile per tutto, da un governo di larghe intese a un governo d’emergenza, in caso di risultato elettorale non utilizzabile.

Di Maio: dita evanescenti e un po’ gracili, nei sondaggi vola alto

Le mani di Di Maio sono mani di uno studente, o di un prete, sottili e affusolate fino alla evanescenza, niente a che fare con quelle grassocce e piene di energia di Beppe Grillo, e nemmeno con quelle sempre in movimento del motociclista Dibba. Sembrano mani gracili, e sole. Ce la faranno a convincere gli italiani a fare il salto nel buio a Cinquestelle? Il fatto è che più si avvicina il voto e più al povero candidato premier — l’unico rimasto tra l’altro, tutti gli altri si sono defilati, chissà se gli è convenuto farsi nominare — si chiedono risposte che non può dare proprio per l’ambiguità politica tradizionale del Movimento. Uscire dall’Europa o no, per esempio. E quando lui risponde direi di no, ma se si votasse voterei sì, butta a mare tutto il lavoro fatto e i tour per accreditarsi presso ambasciatori e imprenditori.

I Cinquestelle vivono insomma la condizione opposta a quella di Berlusconi: il loro voto non è utile perché non si alleano con nessuno e dunque per andare al governo avrebbero bisogno di un impossibile 51%. Ma a poco meno di un terzo degli italiani sembra un voto utilissimo per spaventare gli altri, e questo basta per tenerli molto su nei sondaggi. Non aver saputo prosciugare questo mare di rancore sociale e politico che sostiene il M5S, anche a dispetto di prove di governo al limite dell’imbarazzante, è il vero fallimento del Pd renziano in questa legislatura. Speriamo che a spaventarsi per la prospettiva di un’Italia ingovernabile in Europa non siano anche coloro che dovranno comprare i nostri Btp quando la Bce smetterà di farlo, cioè presto.

Salvini: nasconde una carta scoperta (se con Silvio andasse male)

Diciamoci la verità: a guardare da vicino le mani di Matteo Salvini si capisce che sono mani di uno che non ha mai lavorato. Non lo diciamo noi, ma addirittura un giudice, che archiviò una sua querela per diffamazione nei confronti di un giornale. Così ora è ufficiale: si può dire che non ha mai lavorato, cioè che è un politico di professione. Cosa che, chissà perché, in Italia ha assunto le dimensioni di un insulto, al punto da provocare querele. Del resto Salvini, pur non avendo mai lavorato, si è dato tanto da fare, e anche bene dal suo punto di vista. Ha salvato una Lega che stava morendo sommersa degli scandali e dal nepotismo, le ha cambiato faccia trasformandola da movimento secessionista in movimento nazionalista, e ha tenuto in piedi un simulacro di centrodestra negli anni del letargo di Silvio, facendogli trovare ora pronta al suo risveglio un’attrezzatura politica che va molto di moda: contro gli immigrati, contro gli stranieri, contro le tasse.

Eppure non appena il Cavaliere si è messo a cavalcare Salvini l’ha scavalcato nei sondaggi: vuoi vedere che lui scuote l’albero e l’altro raccoglie i frutti? Così sembra difficile che possa mai andare a Palazzo Chigi. Gli resta una carta coperta, ma così pericolosa che non può farne parola: un’alleanza post-elettorale dei due populismi, Cinquestelle e leghista. Più probabile che, dopo il voto, si dimostri vero ciò che ne dice Berlusconi, e cioè che è una tigre in pubblico e un agnellino in privato, e finisca come Bossi col passare i lunedì sera ad Arcore, magari in felpa invece che in canottiera.

Grasso: tratto sicuro sulle sentenze, la leadership ancora da testare

Delle mani del Pietro Grasso politico si sa davvero poco. Si sa che da giudice non gli tremarono quando scrisse la sentenza di condanna per tutti i grandi capi della mafia, e si sa che appartengono a un magistrato che non ha usato i suoi processi per farsi largo in politica, almeno per scendere in campo ha aspettato la pensione. Ma in cinque anni al Senato si è visto poco, ha avuto un percorso abbastanza al coperto, fino al gesto clamoroso e inatteso di dimettersi dal gruppo del Pd subito dopo aver gestito, da presidente dell’Assemblea, i cinque voti di fiducia sul Rosatellum. Insomma: le sue qualità di leadership sono quantomeno da scoprire, e perciò molti danno per scontato che a muoversi dietro le quinte saranno i soliti D’Alema e Bersani, quando arriverà il momento di mettere a frutto quel poco (6%) o quel tanto (8%) che avranno raccolto nelle urne tra gli anti renziani di sinistra, che sono molti ma sempre molto in disaccordo su che fare, e comunque mai abbastanza per fare davvero qualcosa.

Tutt’altro discorso sarebbe se proprio mani così estranee alla politica, così poco da professionista, diventassero una novità della campagna elettorale, e riuscissero a farsi intendere anche al di fuori della storia infinita della guerra intestina della sinistra. Bisogna però dire che al momento di questa capacità di espansione non si vede traccia. Liberi e uguali sembra dunque avere al momento una sola speranza e un solo obiettivo: contribuire ad affossare elettoralmente il renzismo. Un po’ poco come programma per fondare un nuovo partito.

 

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