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“Rivoluzioni colorate”: una riflessione

Riflettere sul complesso “arco di fenomeni” costituito dalle cosiddette “Rivoluzioni Colorate” (quelle succedutesi nei paesi dell’area ex-comunista e, quindi, le rivolte arabe, chiamate “colorate” perché associate ad un colore eletto simbolo delle proteste) è davvero difficile: già il solo costituirne un’unica categoria di eventi lontani tra loro nello spazio, nel tempo e nei contesti culturalipotrebbe far gridare al “complottismo” mentre proprio la suggestione complottarda è ciò che dobbiamo scrollarci di dosso.

Pensare che eventi che portano in piazza in modo pacifico, violento o criptoviolento che sia migliaia di persone siano frutto di alchimie concepite negli antri oscuri dei servizi segreti delle grande potenze e da innominabili finanziatori occulti è semplicemente superficiale: guarda caso, i complotti sono così misteriosi ed inenarrabili che il popolo di Facebook ne è sempre informatissimo al minimo dettaglio. Oltre a ciò, non è necessario scomodare la teoria dei giochi per sottolineare come fenomeni di tale complessità e che coinvolgono da centinaia di persone a popoli interi non possano essere gestiti in toto e nel silenzio da occulti burattinai ed orologiai.

Vien quasi da credere – come diceva tra il serio ed il faceto Umberto Eco – che i megacomplotti siano davvero storie messe in giro dagli apparati di potere – come appunto i servizi segreti – per distrarre l’opinione pubblica dai molto più semplici e pedestri complotti reali: in questo la vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion primeggia come esempio. Del resto, credere al totale spontaneismo, all’assoluto pacifismo delle piazze delle Primavere e delle Rivoluzioni e all’ingenuo idealismo dei loro animatori – e sostenitori politici occidentali – è ancor peggio che superficiale: è fanciullesco, e pericoloso ai fini della comprensione del mondo di oggi. Un mondo che – oggi come sempre – non è nero come i complotti o bianco come l’idealismo, ma grigio come la complessità dei fenomeni sociali.

Un lavoro di infiltrazione, provocazione e sovversione di agenti di servizi delle grandi potenze – che è sempre presente – non porterebbe certo a rivolte di massa che scalzano regimi apparentemente solidissimi senza che vi sia una base di vero malcontento popolare, di sincera esasperazione se non mai di tutta una società quantomeno di settori importanti di quella. D’altra parte, senza che qualcuno organizzi la rivolta, la incanali verso un concreto obiettivo di breve termine o ne stimoli quantomeno la deflagrazione nulla può accadere. Molto spesso, il gioco è ancora più raffinato: proteste di piazza vengono spinte nella giusta direzione mediatica a coprire e giustificare l’estromissione di un governo pure legittimo, o a spingerlo verso le dimissioni.

Come vediamo, torniamo con insistenza sul tema della narrazione, sul ruolo che gioca l’interazione media – politica: chi imbecca chi? Chi manipola chi altro? E’ un confine difficile da stabilire. La narrazione pronta all’uso sui media e per i media, nel caso delle Rivoluzioni Colorate è quella del tipo “tutto il popolo unito contro dittatore”, contingenza che nella realtà non si dà mai. Non c’è dittatura che non si regga su di un consenso attivo di una parte della popolazione, consenso ora comprato ora ottenuto per convinzione ideologica, e sul silenzio di un’altra parte – silenzio ora ottenuto col terrore, ora per afasia di quella fetta di opinione pubblica che costituisce la “maggioranza silenziosa” di ogni nazione.

E’ sempre solo una parte della popolazione ad opporsi: quella esclusa dalla spartizione del potere e delle risorse o ancora quella ideologicamente avversa al regime. In Ucraina, ad esempio, a protestare a Majdan contro il governo filorusso di Janukovic non c’era “l’intero popolo ucraino”, ma un misto di cittadinanza urbana avversa in generale alla classe dirigente del paese, ritenuta a ragione corrotta in toto, esponenti dell’ultradestra che andavano dagli ultranazionalisti ai neonazisti da un secolo almeno nemici di un’Ucraina saldata alla sfera di influenza russa, russofobi per tradizione, filoamericani per convenienza e non certo per convinzione, e per finire cittadini dell’ovest del paese, regione la cui economia agricola è legata a quella dell’Unione Europea più che non a quella della Federazione Russa.

Attori sociali eterogenei sono quindi stati dalla contingenze politiche saldati insieme verso un fine unico, concreto e di breve termine: la cacciata di Janukovic, cacciata operata dal Parlamento ucraino che – sotto pressione da parte della Piazza, degli USA e dell’UE – ha destituito il presidente, pare in via illegittima ed incostituzionale e comunque ignorando bellamente la parte del paese a questo favorevole (ci riferiamo ai militanti degli storici partiti di sinistra nemici degli ultranazionalisti e alle popolazioni russofone o etnicamente russe dell’est industriale che con la Russia commercia).

Certo, senza alcuni scatenanti episodi nulla sarebbe avvenuto: senza la controversa tragedia degli spari dei cecchini sulla folla della piazza – a detta degli oppositori mandati dal governo, a detta dei filorussi agenti provocatori stranieri – e senza la pressione enorme dei governi europei su quello ucraino la situazione molto probabilmente non sarebbe precipitata: alla polvere pirica sarebbe mancato il detonatore, detonatore costituito soprattutto da rivoltosi organizzati che hanno agito sul combustibile del malcontento popolare. Esauritasi l’efficacia della narrazione “popolo contro regime” entra in gioco la narrazione settario/etnica: tutto ciò che accade fuori dai confini del cosiddetto “occidente” (Nord America ed Europa Occidentale) si spiega (diciamolo: razzisticamente!) con l’arretratezza dei popoli asiatici, africani e mediorientali quando anche non dell’Est Europa, popoli confinati in un’eterna preistoria in cui sono solo le dinamiche tribali a fare da motore immobile a qualsiasi evento.

Ancora in Ucraina, est russofono contro ovest ucrainofono, mentre nel Medio Oriente tutto si spiega nello scontro sciiti-sunniti (a sentire gli “esperti” da prima serata, anche il clima o la cottura del kebab). Urge ricordare che le Primavere Arabe sono deflagrate nel Nord Africa che – se escludiamo i berberi ed altre piccole minoranze cristiane – è tutto sommato omogeneamente arabo e sunnita. La stessa crisi siro-irachena si spiega più alla luce della rivalità politica iraniano-saudita che non dello scontro di religione sciita-sunnita.

In Siria, ad esempio, non c’è stata un rivolta di tutto il popolo contro Assad e nemmeno una guerra di tutti i sunniti (il 70% circa della popolazione pre-conflitto) contro sciiti, cristiani e drusi, e nemmeno degli arabi (90%) contro i curdi: se Assad si fosse appoggiato solo su quel 30% di minoranze (che non lo sostenevano nemmeno monoliticamente, datasi la generale freddezza di molti drusi e il dissociarsi anche di sparuti intellettuali cristiani e persino alawiti, la confessione sciita cui Assad appartiene) non sarebbe durato un giorno.

Nemmeno possiamo affermare che tutti i sunniti della Siria si siano votati alla ribellione: tra questi sunniti figurano diverse classi della media borghesia urbana ed ancora i curdi, gente che con la ribellione ha avuto poco a che fare al principio e nulla a che fare dopo il rapido netto prevalere dei fondamentalisti islamisti tra le fila di questa. La Guerra Civile Siriana è meglio leggibile alla luce di uno scontro città-campagna, con vasti ma non necessariamente maggioritari settori delle classi urbane – e studentesche – sunnite avverse al blocco di potere siriano nella sua totalità, sciita-politico o sunnita-mercantile che fosse. Iniziata come rivolta “sociale”, è stata quindi rapita dagli islamisti radicali, spesso giunti dall’estero e sempre armati e finanziati dal Golfo. Sottolineiamo un’altra complessità: “cittadino avverso” non significa automaticamente “militante armato”.

In ultima istanza per capire le rivolte dobbiamo sempre analizzare il contesto sociopolitico ed economico locale (più che non quello “antropologico”) e le effettive ingerenze delle grandi potenze. Su quest’ultimo urge investire una riflessione. Non ci è dato sapere quanto invasive fossero state, prima delle rivolte, le ingerenze straniere negli stati collassati e di quanto abbiano preceduto le “rivoluzioni colorate” medesime. Sappiamo però, per certo, che tali ingerenze ci furono.

La rivolta ucraina trovò pronta ad attenderla un’estrema destra locale strutturata, violenta, spesso armata e finanziata da potenti oligarchi locali come il famigerato Igor Kolomois’kij – mentre i partiti nazionalisti ucraini come il neo-nazista Svoboda hanno intrecciato legami con quelli dell’estrema destra europea sin dagli anni ’90; legami che hanno portato volontari europei occidentali in armi nel conflitto del Donbass. Quanto le intelligence ed i gruppi politici occidentali siano estranei a questo sottobosco è argomento di legittimo dubbio, dato il comprensibile attivismo polacco e statunitense nell’appoggiare le forze politiche ucraine antirusse, anche se ogni dubbio privo di prova e fondato su soli indizi rischia di tramutarsi in illazione. E’ certo però che i governi occidentali, la Open Society Fundation del finanziere Soros e le ONG occidentali hanno negli anni lavorato in modo carsico sulla società ucraina creando movimenti locali di opinione e pressione, attivisti già visti all’opera nella Jugoslavija di Milosevic col movimento Otpor e il Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS), non solo ricalcando il modello vincente dell’appoggio a Solidarnosc ma arrivando addirittura a ricreare tante Solidarnosc “in vitro”.

Nei paesi arabi abbiamo assistito non solo alla diffusione di questi gruppi di attivisti direttamente finanziati dalle agenzie americane ed europee per la cooperazione ma anche al crescere nella società civile di movimenti islamisti, efficaci – specie in Egitto – nel supplire all’assenza di stato sociale efficace. La svolta “islamica” dell’Egitto arriva con Sadat e con la sua rottura delle relazioni con l’URSS e il conseguente, correlato allontanamento dagli altri regimi arabi laici ed avvicinamento ad Israele e monarchie del Golfo – presso le quali molti giovani egiziani si recarono a studiare ed in cerca di lavoro, tornandone influenzati. La protesta egiziana contro Mubarak è scoppiata ad opera dei giovani urbani, spesso convintamente laici e democratici, ma dopo iniziali tentennamenti la rivolta fattasi protesta è stata “rapita” dai Fratelli Musulmani, capillarmente organizzati ed in grado di mobilitare le campagne ed i ceti urbani più poveri. Non è mancata la relativa presa degli islamisti salafiti. Sia i Fratelli Musulmani che i salafiti godevano di appoggi politici e fondi provenienti dal Qatar, ai quali i soli salafiti univano un convinto appoggio saudita. Marcato anche l’appoggio della popolarissima rete televisiva qatarina Al Jazeera alle proteste.
Paragoniamo le Rivoluzioni Colorate ai recenti fatti catalani e coglieremo ancora meglio quanto stiamo dicendo, per “modus tollens”. Innanzitutto è mancato al tentativo di rivolta contro il governo di Madrid il primo combustibile e cioè un blocco sociale compatto e prevalente, nel numero o nel “fragore”, votato all’indipendenza. Non sarebbe stato necessario un 51% di indipendentisti ma sarebbe bastato anche “solo” un 49 o un 33% di questi pronto a tutto e capace di prevaricare la maggioranza silenziosa degli indeterminati o degli agnostici: quel che i catalanisti non hanno avuto, né sotto la prima né sotto la seconda fattispecie. E’ mancato poi il catalizzatore, il corpo detonante: un’organizzazione politica strutturata ed orientata ad un obiettivo concreto, reale e di breve termine.

Per concludere, la causa catalana non ha trovato e non avrebbe potuto trovare mai l’appoggio di nessuna potenza straniera: non vi è al mondo una sola grande potenza che possa avere interessi in una Repubblica Catalana, così come non vi è al mondo una sola grande potenza che possa gradire un nuovo, ulteriore fattore di instabilità in un pianeta già sufficientemente caotico di proprio. Urge sottolineare un tema che non deve passare in secondo piano rispetto alle argomentazioni che abbiamo esposto: la necessità di un obiettivo che sia chiaro, visibile e rapidamente realizzabile (“via il governo”, “fuori dall’Unione Eurasiatica a guida russa”), prima che nel medio o lungo termine gli eterogenei blocchi sociali della rivolta si spacchino – borghesie ucraine liberali contro ultranazionalisti, islamisti radicali contro studenti laici. Se gli “ingredienti” delle Rivoluzioni Colorate sono ben quattro – una cospicua fetta di popolo compatta su di un tangibile e visibile obiettivo di breve termine (creare uno stato richiede tempi lunghi, “storici”), uno o più catalizzatori organizzativi politici strutturati e determinati e magari un appoggio straniero – la rivolta blaugrana non ne ha avuto nemmeno uno.

Per concludere, e per smontare dunque tanto le fantasie complottare che le ingenuità idealiste come ci proponevamo all’inizio, c’è un aspetto che non dobbiamo mai scordare: la rilevanza (geo)politica di questi eventi, l’interesse delle grandi potenze a posizionarsi sullo scacchiere strategico, ad avere gruppi sociali “pronti a farsi trovare pronti” in caso di mutamenti politici, quando non a catalizzarli. Non possiamo affermare che siano le grandi potenze e i loro servizi ad orchestrare le rivolte di piazza: possiamo però ricostruire come, sempre, le potenze abbiano interesse a mantenersi opzioni sul tavolo, a legarsi alla parte più a loro favorevole della società civile di un paese, ad influenzarne il corso politico. Se questo non può essere fatto con classici colpi di stato e congiure di palazzo – strumento di cambi di regime più efficiente ma meno efficace sul piano dell’immagine e del consenso dei nuovi governi – si procede lavorando sul lungo periodo, con un’opera di vera e propria infiltrazione.

Amedeo Maddaluno

Sorgente: “Rivoluzioni colorate”: una riflessione

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