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[Reggio Emilia] La presentazione della autobiografia di Pasquale Abatangelo alla Festa della Riscossa Popolare di Reggio Emilia – Partito dei CARC

L’8 dicembre, alla Festa della Riscossa Popolare organizzata dalla sezione di Reggio Emilia del Partito dei CARC è intervenuto come ospite Pasquale Abatangelo, membro dei Nuclei Armati Proletari e delle Brigate Rosse. Il Partito ha presentato il suo libro, Correvo pensando ad Anna, 1 al Centro Sociale Foscato, storica casa del popolo di un quartiere della città sorto dopo la Resistenza. Faccio questo resoconto con l’idea di rendere partecipi dell’evento quelli che non c’erano, di alimentare la discussione con quelli che c’erano sugli importanti argomenti che abbiamo trattato, di alimentare la solidarietà contro la repressione e in particolare quella nei confronti dei rivoluzionari prigionieri, di cui parla il saluto del (nuovo)PCI all’iniziativa che qui riporto.

È un resoconto lungo, il cui intento non è solo narrativo, ma anche quello di stimolare la discussione scientifica sui temi all’ordine del giorno, e in questo senso è in linea con il lavoro di formazione e di ricerca che il Partito dei CARC fa.

La sala era colma. Più di 50 erano i presenti, dei quali 6 o 7 in piedi (e più di 60 sono quelli che hanno partecipato alla “polentata” di polenta taragna, con ingredienti originali dalle Alpi lombarde). È segno dell’interesse che l’opera delle BR mantiene tra le masse popolari del nostro paese, confermato dalla grande partecipazione alle altre presentazioni di questo libro che il compagno Abatangelo ha tenuto a Roma, Milano, Napoli, Firenze, Bologna, Torino e altrove. Questo interesse è dovuto, dice il (nuovo)PCI nell’ultimo numero della sua rivista La Voce

all’opera particolarmente importante svolta dalle Brigate Rosse nella storia del nostro paese, opera che inutilmente il sistema di comunicazione di massa cerca di cancellare dalla memoria e dalla conoscenza: l’accanimento della borghesia nella denigrazione delle BR e nella persecuzione dei prigionieri è un indice dell’importanza dell’opera.”2

A questa opera particolarmente importante è legato, d’altra parte, il militarismo, una delle tare che ostacolano il movimento comunista dal procedere spedito nel costruire la rivoluzione nel nostro paese. Militarismo è “sopravvalutazione del ruolo della violenza e delle armi”3 nella lotta rivoluzionaria. Espressione di questa tendenza ci sarà anche in questa iniziativa, in uno degli interventi che seguiranno a quelli dei relatori.

Ha presieduto l’iniziativa Cinzia Montanaro, della sezione del Partito dei CARC di Reggio Emilia. Vi ha preso parte come relatore Paolo Babini, del Centro di Formazione del Partito, il cui intervento aveva il fine di trattare il bilancio dell’esperienza che le BR hanno fatto nella storia del nostro paese per trarne insegnamenti, e condurre a termine ciò che loro intrapresero, cioè fare la rivoluzione socialista nel nostro paese.

Tra i presenti che furono militanti delle BR c’erano Raffaele Fiore e Tonino Paroli. Fiore, come Paroli era operaio. Fu lui l’uomo che fece scendere Aldo Moro dall’auto in via Fani, e fu il primo a negare il falso che la borghesia diffondeva e continua a diffondere, che l’azione fosse stata organizzata da qualche servizio segreto. La borghesia e i revisionisti del vecchio PCI alla sua coda non potevano accettare ma neanche capire che il massimo dirigente politico dell’epoca potesse essere fatto scendere di macchina per essere giudicato dalla classe operaia, per tramite di Fiore, suo rappresentante. Per loro, la classe operaia non è e non deve essere nemmeno capace di pensare.

L’articolo del (n)PCI di critica al militarismo sopra citato su questa materia dice

Nonostante la successiva sconfitta delle BR a causa della deviazione militarista che prevalse quando dal periodo di ripresa dell’accumulazione del capitale si passò alla nuova crisi generale per sovraccumulazione assoluta di capitale (per questo bilancio rimando all’opuscolo Cristoforo Colombo reperibile in www.nuovopci.it [vedi oltre, nota 19. NdR]), esse hanno lasciato nelle menti e nei cuori delle masse popolari una traccia profonda fatta, a secondo degli individui, di ammirazione, di nostalgia o di speranza contemplativa. Le teorie complottiste (BR frutto di manovre e complotti dei vertici della NATO) veicolate dal sistema di comunicazione di massa non l’hanno cancellata, quasi come la denigrazione borghese, benché aiutata dalla vasta e subdola opera di intellettuali trotzkisti, non ha cancellato dalle menti e dai cuori delle masse popolari l’Unione Sovietica, Stalin e la Resistenza.4

Introduzione

Ha introdotto l’iniziativa Cinzia Montanaro. La sezione del Partito di Reggio Emilia è intitolata alla staffetta partigiana Lidia Lanzi, una delle tante comuniste che questa terra ha generato. Reggio Emilia infatti è una capitale della lotta di classe nel nostro paese, e anche per questo oggi la partecipazione a questa iniziativa è così alta. Questa è la terra dei fratelli Cervi, uccisi dai nazifascisti nel 1943, e di Serri, Reverberi, Tondelli, Franchi e Farioli, gli operai uccisi dalla polizia nel 1960. Qui si è formato un nucleo storico delle BR, di cui fu parte Prospero Gallinari, che molti dei presenti qui ricordano e a cui sono legati per relazioni politiche e personali.

La compagna della sezione di Reggio associa il libro di Abatangelo a Senza tregua, scritto dal comandante partigiano Giovanni Pesce. Anche quella di Abatangelo è stata una vita senza tregua, dice: il correre di cui il titolo parla non è mai cessato, nemmeno durante la prigionia.

La compagna ha letto in questo libro la storia di un proletario che diventa comunista prendendo contatto con una scienza, con una prospettiva rivoluzionaria. Quello che trova qui, dice non è un ribellismo fine a se stesso, ma una visione a lungo termine. Segnala come particolarmente importante il rifiuto del vittimismo e la critica del soggettivismo, e la critica dello sciopero della fame che fu adottato come forma di lotta da Roberto Franceschini, e che fu, non a caso, inizio della sua resa al nemico. La compagna dice che lo sciopero della fame non è strumento di lotta dei comunisti, e cita al riguardo un altro dirigente del primo PCI, Arturo Colombi, e il suo libro Nelle mani del nemico.5 Conclude dichiarando che questo di Abatangelo è un libro di storia in senso scientifico ma anche una storia d’amore.

Parla Pasquale Abatangelo, l’autore

Il compagno ringrazia il P.CARC che ha organizzato l’iniziativa. Il titolo, dice, è stato scelto a libro quasi terminato. Voleva intitolarlo Il giardino degli insorti, ma poi ha deciso di dedicarlo ad Anna, la sua compagna, quando ha saputo della malattia che la ha colpita e che sta ponendo termine alla sua vita.

Quella narrata però non è una storia individuale, avverte. È la storia dei Nuclei Armati Proletari, di cui si è raccontato poco. Inizia quando quelli che sono rinchiusi nelle carceri capiscono che quelli che ci stanno non sono mai i borghesi, ma sempre i proletari. Si fa strada in loro la consapevolezza che per cambiare le cose, e anche il carcere, non basta rivendicare questo o quel diritto, ma bisogna cambiare la società. Entravano allora in carcere i proletari delle metropoli, diversi dal proletariato di origine contadina, gente con la rabbia nel cuore. La repressione poi fa entrare in carcere a fianco a loro i primi militanti rivoluzionari. Monta una rivolta a cui la classe dominante risponde in modo feroce. Il 24 febbraio del 1974 durante la rivolta al carcere delle Murate di Firenze viene ucciso Giancarlo del Padrone. Segue a maggio il massacro nel carcere di Alessandria diretto dal generale Dalla Chiesa. Nasce un nuovo soggetto sociale, che trae alimento dalle esperienze che Franz Fanon descrive nel suo libro I dannati della terra, dalle Black Panthers, dal martirio dei prigionieri durante la rivolta di Attica, nello stato di New York nel settembre 1971, e di George Jackson, ucciso nel carcere di S. Quentin un mese prima.

Si ribalta la concezione del sottoproletariato come strumento della borghesia contro il movimento rivoluzionario. I proletari che si organizzano nelle carceri costituiscono anzi squadre che spazzano via i fascisti dai quartieri e chiudono le loro sedi. È l’antifascismo proletario, che è ben altra cosa da quello istituzionale.

Il compagno torna, nel suo racconto, alla sua famiglia che venne in Italia traversando il mare, espulsa dalla Grecia alla fin della Seconda Guerra Mondiale. Il destino suo e dei suoi fu lo stesso di quello che oggi sperimentano gli immigrati, dice. Questo è scritto in dettaglio nel suo libro, un libro, dice, che è espressione di sentimenti ed emozioni che lo fanno autentico. È stato autentico per lui, che mentre lo scriveva a volte rideva, a volte piangeva, come quando ha descritto la rapina in piazza Alberti a Firenze, dove furono uccisi i compagni Luca Mantini e Sergio Romeo.

Nel libro ci sono in dettaglio le storie delle rivolte al carcere dell’Asinara (1978) e a quello di Trani (1980). Ci trovi tutta la storia del carcere dell’Asinara, dall’idea, alla sua realizzazione, alla sua fine. Qui Abatangelo ha studiato. Non si studiava solo la teoria rivoluzionaria, ma anche l’italiano e la matematica, e le scuole quadri erano molto severe. È grazie a questo studio che Abatangelo è diventato capace di scrivere un libro come questo.

Il compagno quindi arriva all’epoca in cui le BR furono investite dalle scissioni e corrose dalle dissociazioni agli inizi degli anni ’80. Fu un periodo terribile, durante il quale lui, dice, ebbe la fortuna di essere all’Asinara, dove stava a fianco di compagni dirigenti quale lui non era, e che gli servirono come punto di riferimento. Qui segnalo quanto possa risultare strano, al senso comune, dichiarare come una fortuna stare nel peggiore carcere d’Italia. Questo indica, invece, quanto per un proletario e per un comunista contino la fermezza di idee e sentimenti, anche nelle situazioni più dure e bestiali, quali erano quelle del carcere dell’Asinara.

Segnala come questo libro sia stato ignorato dalla cultura borghese. Per farsi ammettere in quel contesto, dice, bisogna dichiarare il “pentimento per le vittime innocenti” della lotta armata. Nel conflitto degli anni ’70, dice, non ci furono vittime, ma caduti in una guerra civile a bassa intensità. Vittime innocenti furono quelle delle stragi di Stato. Chiude ricordando i caduti nella guerra quali Mara Cagol, gli uccisi in via Fracchia, a Genova, dai carabinieri del generale Dalla Chiesa, Anna Maria Mantini, colpiti a morte dopo la resa, o a freddo.

Il saluto del (n)PCI

Dopo l’intervento di Abatangelo, il compagno Andrea Scarfone, segretario della sezione di Reggio, ha letto un saluto inviato dal compagno Ulisse, segretario generale del Comitato Centrale del (n)PCI, che riporto di seguito.

Cari compagni,

a nome del Comitato Centrale del (nuovo) PCI faccio auguri per la Festa della Riscossa Popolare e ringrazio per l’invito a prendere la parola.

Suppongo che oggi la vostra attenzione è concentrata su due temi. In primo luogo sul Centenario della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre e l’ondata di lotte rivoluzionarie che ne è seguita nel mondo intero in tutta la prima parte del secolo scorso; in secondo luogo, grazie alla presentazione di Correvo pensando ad Anna di Pasquale Abatangelo, sul ruolo che le Organizzazioni Comuniste Combattenti e in particolare le Brigate Rosse hanno svolto nel nostro paese nella seconda parte del secolo. Il tutto in vista di tirarne insegnamenti per la lotta contro la Repubblica Pontificia in corso oggi. Ma io non entrerò direttamente in merito a nessuno di questi due temi. Per il primo tema rimando i presenti non solo al numero 57 della rivista del (n)PCI La Voce6 che certamente è a vostra disposizione, ma anche al Comunicato diffuso il 27 settembre dal Comitato Centrale,7 mentre per il secondo tema rimando al saluto che ho mandato il 30 giugno alla presentazione qui a Reggio di Il proletariato non si è pentito8: Comunicato e saluto che trovate sul sito Internet del (nuovo)PCI. Approfitto invece dell’occasione per lanciare un appello a ognuno di voi alla solidarietà con i membri delle Brigate Rosse e delle altre Organizzazioni Comuniste Combattenti prigionieri della Repubblica Pontificia.

L’accanimento della borghesia imperialista contro di loro è la dimostrazione che essi sono ancora oggi una forza politica. Essi godono ancora oggi di prestigio tra le masse popolari. Le loro parole e le loro prese di posizione sono ascoltate e sono importanti per animare e orientare la lotta in corso oggi per la rinascita del movimento comunista e per far fronte al catastrofico corso delle cose imposto nel nostro paese e nel mondo dalla borghesia imperialista e dal suo clero che ha il suo centro mondiale nel Vaticano: in breve sono importanti per la rivoluzione socialista.

Sul finire degli anni ’70 le Brigate Rosse mobilitavano per la ricostruzione del partito comunista gran parte di quegli operai che volevano instaurare il socialismo e che si erano già resi conto che la via parlamentare al socialismo imposta nel PCI da Togliatti e la sua cricca aveva in realtà portato all’asservimento dell’Italia alla NATO, all’occupazione americana del nostro paese e al consolidamento della Repubblica Pontificia. Le Brigate Rosse furono sconfitte non perché la borghesia era forte, ma solo perché, nelle condizioni nuove create dalla seconda crisi generale del capitalismo che iniziava proprio negli anni ’70, non proseguirono con una linea adeguata nel loro proposito di ricostruire il partito comunista: deviarono invece verso il militarismo, cioè verso l’idea che la lotta armata è comunque e sempre la forma principale della lotta di classe. Ma nonostante questa sconfitta, esse godono ancora di grande prestigio.

Quando nel Sessantotto e al tempo dell’Autunno Caldo, contro le grandi e avanzate rivendicazioni delle masse popolari la borghesia scatenava la sua violenza (Commissione Trilaterale, Gladio, piano Gelli, strategia della tensione, stragi di Stato: piazza Fontana Milano, piazza Della Loggia Brescia e le altre), anche in Italia vi fu da parte delle masse popolari una vasta risposta di azioni armate diffuse ma scoordinate. In questo movimento di azioni armate le Brigate Rosse portarono la giusta parola d’ordine strategica della ricostruzione del partito comunista. Da qui il prestigio di cui ancora oggi godono e che fa dei prigionieri una forza politica.

La solidarietà verso i prigionieri non è una questione umanitaria, è un fronte di lotta politica. Essa rafforza i prigionieri e in particolare quelli di loro che fanno valere il loro prestigio per contribuire alla rinascita del movimento comunista.

La borghesia sostiene che ha sconfitto le Brigate Rosse perché il loro proposito di instaurare il socialismo è da pazzi, perché la rivoluzione socialista è impossibile, perché la borghesia è forte. La sinistra borghese sostiene le stesse tesi della borghesia. Vogliono demoralizzare le masse popolari, distoglierle dalla rivoluzione socialista, perché per combattere è necessario avere fiducia, essere convinti di poter vincere. Quelli che furono membri delle Organizzazioni Comuniste Combattenti sono nella posizione più favorevole per spiegare che la rivoluzione socialista è possibile oltre che necessaria, che essi furono sconfitti per i loro limiti nella comprensione della linea da seguire, che erano peraltro limiti di tutto il movimento comunista. Questo è il principale contributo che possono dare alla lotta in corso oggi. Noi con la nostra solidarietà dobbiamo sostenerli perché essi adempiano oggi a questo compito e facciano la loro parte nella lotta in corso.

Per questo chiamo ognuno di voi a essere solidale e a promuovere tra le masse la solidarietà con i rivoluzionari prigionieri. La solidarietà con i rivoluzionari prigionieri rafforza tutti noi. È una manifestazione del legame fraterno che unisce tutti quelli che lottano con dignità e coerenza contro il catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista impone nel mondo.

La rivoluzione socialista è in corso. Che ognuno occupi il posto più avanzato che è in grado di occupare. La nostra impresa è grande. Vi è un posto per ogni persona di buona volontà. Il contributo di ognuno è prezioso.

Compagno Ulisse, segretario generale del Comitato Centrale del (n)PCI.

 

Interviene Paolo Babini, membro del Centro di Formazione del Partito dei CARC

Il Centro di Formazione (CdF) del P.CARC è un organo la cui attività principale è fare corsi sulla concezione comunista del mondo, quella che in origine fu il marxismo, quindi fu il marxismo leninismo, e oggi è il marxismo leninismo maoismo. Fa quindi quello che Abatangelo dice andava fatto a cavallo tra il secolo scorso e quello presente, quello che lui chiama una “nuova alfabetizzazione marxista”. In questo suo libro scrive:

Il ciclo di lotte e di esperienze degli anni 70 aveva conosciuto un lungo strascico nel decennio successivo, ma non poteva replicare le sue forme e le sue ipotesi oltre un certo limite ragionevole. La lotta armata era nata in un contesto storico preciso. Incarnava una sfida politica che presupponeva una società impregnata di comunismo e una forte radicalizzazione delle masse. Queste condizioni risultavano scomparse. Riattivarle era un dovere. Ma non si poteva surrogare un simile lavoro con il ricorso ad azioni isolate, in una Italia dove, semmai, il problema era quello di una nuova alfabetizzazione marxista (…)9

In più città e paesi d’Italia il CdF porta, quindi, a lavoratori ed elementi avanzati delle masse popolari di ogni classe, età, preparazione culturale la forma odierna e più avanzata del marxismo, di cui è sintesi il Manifesto Programma del (nuovo)PCI.10 I corsi si articolano in sessioni dove il libro viene letto insieme, tutto e riga dopo riga, e insieme alla filosofia, alla politica e all’economia impariamo l’italiano. Chi impara più di tutti è l’insegnante, dato che uno studente di corsi magari ne può fare più d’uno, ma l’insegnante li fa tutti. Lo studente, poi, viene per apprendere una materia, per conoscere quale è la scienza che il (nuovo)PCI espone. Non necessariamente deve assimilarla, cioè condividerla (i corsi non sono fatti per convincere, ma per insegnare). L’insegnante, invece, deve esporre la materia, che è sempre la stessa, a decine di uomini e donne diversi tra loro, e quindi ogni volta in modo differente e vivo, per non annoiare studenti che arrivano ai corsi già affaticati dalla vita che fanno, dal lavoro, dalle preoccupazioni che assillano. Spiegare la materia in modo sempre diverso e vivo porta l’insegnante ad assimilarla, e così la impara.

Una delle cose che insegniamo e impariamo è il modo in cui la lotta di classe si sviluppa, e cioè attraverso tre stadi, quello della lotta rivendicativa, quello della lotta politica, e quello della lotta rivoluzionaria.11 Questo sviluppo vale nella storia del movimento comunista dei paesi industrializzati: la classe operaia prima si organizza sul piano delle rivendicazioni sindacali, quindi si dà forma di partito politico (nella seconda metà dell’Ottocento) entro le istituzioni borghesi, quindi si organizza per la rivoluzione socialista, e cioè per togliere di mezzo lo Stato borghese.

Questi tre passaggi si vedono in vari percorsi particolari e anche negli individui singoli. Si vedono anche nella storia delle BR, che cominciano dal piano rivendicativo, quindi passano al piano politico con l’attacco al cuore dello Stato. Lo scrivono in una Autointervista Gallinari, Lo Bianco, Piccioni e Seghetti.12 Questo è un testo di elementi riconosciuti delle BR dove si trovano gli elementi di bilancio più utili allo scopo di comprendere fino a dove le BR sono arrivate e i limiti che non sono state in grado di superare, ai fini di comprendere quei limiti e superarli per portare a compimento l’opera. Il passaggio da lotta rivendicativa a lotta politica è quello che probabilmente non è condiviso da Tonino Paroli, come risulta dal suo intervento in questa iniziativa (vedi oltre).

Per passare oltre, e cioè alla lotta rivoluzionaria non bastano la volontà, l’eroismo o l’uso delle armi, ma è necessario sapere come procedere: è necessaria la teoria rivoluzionaria, quella senza la quale, come ha scoperto Lenin, non c’è movimento rivoluzionario. È qui che si arresta la riflessione dei militanti delle BR sopra citati, quelli che meglio avevano condotto la lotta contro il soggettivismo e il militarismo.13

Nella Autointervista la necessità di sviluppare questa teoria è detta molte volte. Ci sono gli “irrisolti problemi di impostazione e di teoria rivoluzionaria”.14 Serve un “arricchimento teorico”.15 Bisogna individuare “i limiti di elaborazione teorica”16 e “tracciare le coordinate fondamentali di una teoria rivoluzionaria”.17

A questa necessità però i compagni dell’Autointervista non danno seguito. Altri lo faranno. Gallinari e i compagni paragonano qui il loro percorso a quello di Cristoforo Colombo: “Sulla base delle conoscenze dell’epoca, Colombo partì per le Indie; come si sa scoprì l’America. Eppure le teorie che lo avevano guidato erano parzialmente valide.”18 Un anno dopo viene pubblicato e diffuso clandestinamente un testo dal titolo Colombo, ossia di come convinti di navigare verso le Indie approdammo in America.19 Qui si pongono elementi di bilancio e di sviluppo che saranno utili all’opera che porterà alla ricostruzione del partito, e cioè alla costituzione del (n)PCI nell’autunno del 2004, e alla elaborazione scientifica che darà fondamento alla creazione del (n)PCI. È l’elaborazione che la Carovana del (n)PCI sviluppa nei decenni, a partire da questi anni ’80 di cui stiamo parlando in questa iniziativa, quando unisce alla solidarietà con i rivoluzionari prigionieri l’esame scientifico delle condizioni oggettive e soggettive grazie alle quali si danno le possibilità della nostra vittoria.

Questa concezione del mondo, questa scienza, è elemento fondante della rivoluzione socialista, che la Carovana sta portando avanti come si porta avanti una guerra. Una guerra non è solo lotta armata. Si può portare avanti, in determinate fasi, anche con “un grosso impegno in forme di lavoro e mosse definibili tranquillamente di basso profilo.”20 Anche queste, quando consentono di estendere il potere sul territorio, sono forme di guerra, della “guerra di posizione” di cui parla Gramsci.

Qui il compagno del CdF lega il discorso che sta facendo alla Rivoluzione d’Ottobre, di cui ricorre il centenario. Due, dice, sono gli insegnamenti che traiamo dall’ottobre, sintetizzati in uno degli ultimi comunicati del Comitato Centrale del (nuovo)PCI.21

Uno è che la rivoluzione socialista non scoppia, ma si costruisce come una guerra, una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. La conquista del Palazzo d’Inverno nel 1917 è stata un momento di un percorso lungo, iniziato molti anni prima e sviluppato poi. Anche Gallinari e gli altri compagni sanno che la rivoluzione socialista non scoppia: “Noi non pensiamo affatto che si produrranno spontaneamente una serie di “automatismi” tipo la serie crisi economica – peggioramento delle condizioni di vita – ribellione sociale – rivoluzione.”22

Il secondo insegnamento è che la guerra va condotta con metodo scientifico. Non ci sarebbe stata rivoluzione in Russia senza l’elaborazione teorica del partito di Lenin. Quanto a noi, bisogna avere assimilato la scienza della comprensione e trasformazione della realtà, la scienza delle leggi generali che consentono di condurre alla vittoria la rivoluzione socialista in un paese imperialista avanzato. Questa scienza, come ha detto sopra il compagno, resta come aspirazione nelle parole di Gallinari e dei suoi compagni, e nessuno prima di loro la aveva elaborata. L’unico dirigente ad avere intrapreso la via dello studio e dell’elaborazione scientifica in questo senso nel primo movimento comunista fu Gramsci. Dopo di lui, questa via è intrapresa e sperimentata dalla Carovana del (n)PCI, che ha fatto proprio anche il contributo portato dall’esperienza delle Brigate Rosse.

Come dico sopra, si tratta di una scienza organica e integrale che riguarda gli esseri umani non solo in quanto soggetti economici e politici. Riguarda tutto, anche le relazioni personali, i sentimenti. I rivoluzionari devono assimilare questa scienza. Comprenderanno facilmente, in questo modo, perché un libro come questo è vivo. Infatti è un libro che illustra in modo semplice, comprensibile a tutti, la storia delle BR, ma il suo non è un titolo di manuale, o di saggio. Si intitola Correvo pensando ad Anna, Anna che è la compagna e sposa di Pasquale Abatangelo. Il  titolo mostra il legame tra il percorso generale di una classe e quello singolare di uno che a quella classe appartiene.

Infine il libro mostra come uno che la società borghese condanna all’ignoranza e all’emarginazione, grazie alla sua partecipazione al movimento comunista, è capace di diventare scrittore. Secondo Babini questo può benissimo diventare un classico della storia del nostro paese, che è storia della lotta di classe, e supera la produzione letteraria di parecchi autori che sono sul mercato.

A una presentazione del libro alle Murate, che da carcere che era è diventato luogo di ritrovo e di cultura della sinistra alternativa, l’avvocato Mori, famoso a Firenze per essere stato sempre il primo a difendere i compagni in quegli anni ’70 e ’80 di cui parliamo, si meravigliava del fatto che Abatangelo, educato in un posto che era una versione anni ’50 di quelli in cui si rinchiudono oggi gli immigrati, sia stato capace di scrivere questo libro. Infatti quest’opera mostra come il movimento comunista eleva i proletari ad altezze negate agli intellettuali della borghesia. Rafforza la determinazione con cui il Centro di Formazione del partito dei CARC fa scuola, come facciamo oggi a Milano tra i giovani del Centro sociale Gratosoglio Autogestita, a Piombino con gli operai in lotta della acciaieria, a Scampia, dove il partito promuove l’insegnamento della lingua italiana.

Interviene un compagno di Bologna.

Ricorda che Abatangelo fu uno dei prigionieri di cui le BR chiesero la liberazione in cambio della vita di Aldo Moro. Legge un appello dal numero 1 della rivista del (nuovo)PCI ai rivoluzionari prigionieri

 

La Commissione preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo)Partito comunista italiano dando inizio ai suoi lavori rivolge un caloroso saluto ai rivoluzionari prigionieri, esuli e latitanti provenienti dalle Brigate Rosse e dalle altre Organizzazioni Comuniste Combattenti che negli anni ‘70 hanno preso nelle loro mani la bandiera della lotta per il comunismo.

Voi siete stati l’espressione più alta e siete oggi i testimoni vivi della lotta vasta, generosa e accanita condotta in quegli anni dalla classe operaia, dal proletariato e dalle masse popolari. L’importanza che quella lotta ha per la causa del comunismo è pari all’esecrazione sotto cui la classe degli oppressori e degli sfruttatori cerca di seppellirne il ricordo. La sconfitta, le denigrazioni e i tradimenti non cancelleranno mai il contributo che quella lotta ha dato alla causa del comunismo, perché i comunisti faranno tesoro dei suoi insegnamenti. La lotta per il comunismo condotta negli anni ‘70 in Italia è stata la prova generale della prossima rivoluzione socialista. Essa ha reso il nome delle Brigate Rosse celebre in tutto il mondo e fa sì che esse siano ancora oggi invocate dai proletari indignati delle angherie che la borghesia imperialista infligge alle masse popolari. Esse sono ancora oggi vive nel ricordo e ispirano sentimenti e slanci positivi, in particolare tra i giovani. Quelli che si sono eretti a vostri vincitori hanno dimostrato la loro vera natura eliminando le conquiste di benessere e di civiltà strappate dalle masse popolari e spingendole per quanto sta in loro verso un futuro che per le masse è emarginazione, miseria, abbrutimento, barbarie e sofferenza. I nomi dei vostri vincitori, da Moro a Andreotti, dal Papa a Berlinguer, sono già oggi disprezzati e saranno sempre maledetti dai lavoratori che la loro vittoria ha confermato in una condizione che ogni giorno diventa più dura. La loro vittoria è la madre delle barbarie cui le masse popolari oggi devono far fronte.

La lotta per il comunismo riprenderà, correggendo gli errori e superando i limiti che l’hanno portata alla sconfitta, perché la classe operaia, il proletariato e le masse popolari non hanno altra via d’uscita positiva dalla crisi generale del capitalismo che l’instaurazione del socialismo. Il proletariato non si è pentito!

A nome del (nuovo)Partito comunista italiano noi chiediamo a ognuno di voi di contribuire con la propria esperienza e la propria testimonanza alla ricostruzione del partito comunista. Ognuno di voi è depositario di un patrimonio di fiducia e di speranza accumulato da tutti quelli che negli anni ‘70 hanno combattuto. È quel patrimonio che la borghesia imperialista fa di tutto per distruggere o mettere al suo servizio cercando di costringervi alla resa. Esso è prezioso per la causa del comunismo: mettetelo a frutto!

Nello stesso tempo a nome del (nuovo)Partito comunista italiano facciamo appello a tutte le FSRS perché siano proseguite e intensificate tutte le iniziative, come quelle prese nel passato dall’ASP, adatte a promuovere la solidarietà delle masse popolari nei vostri confronti: la solidarietà delle masse popolari è la forza principale di cui voi disponete contro le pressioni della borghesia imperialista.

I compagni caduti combattendo per la causa del comunismo saranno sempre nel cuore e nella memoria dei membri del (nuovo)Partito comunista italiano, le organizzazioni del (n)PCI porteranno i loro nomi accanto a quelli dei dirigenti e dei combattenti che si sono distinti nei 150 anni della storia del movimento comunista.

 

Commissione preparatoria

del congresso di fondazione del (nuovo)Partito comunista italiano23

Il compagno ricorda che nelle carceri italiane ci sono ancora alcune decine di prigionieri comunisti e rivoluzionari, sottoposti a misure di isolamento quali le prevede l’articolo 41 bis. Ricorda che l’esperienza delle BR è stato il secondo tentativo di ricostruzione del partito dopo quello portato avanti dal movimento marxista leninista degli anni 60. L’iniziativa di stasera, dice, si deve collegare alle lotte in corso. Parla dell’Intifada. Parla delle lotte dei lavoratori della logistica organizzati nel SiCOBAS.

Interviene Tonino Paroli

Parla della sua esperienza in carcere, dove entrò da operaio quale era. Parla del suo incontro con i NAP. È stato delle Br dall’inizio alla fine. Le BR, dice, sono nate spaccandosi in tre tronconi, partendo proprio da Reggio e sono terminate spaccandosi in quattro. Narra del ruolo che ebbe nel fare rientrare nell’organizzazione Prospero Gallinari, che tornava indietro da uno dei tronconi finiti nel nulla.24 Paroli racconta del ruolo che ebbe nel mettere insieme il nucleo reggiano, e delle prime iniziative, come l’assalto al sindacato giallo della FIAT.

Secondo Paroli l’errore è stato sciogliere il fronte di massa nel 1977. Le BR presero a fare iniziative distaccate dalle masse. Intende forse che bisognava restare sul terreno rivendicativo? Ha ragione nel dire che l’aspetto costruttivo deve essere principale rispetto quello distruttivo. Nel caso in questione, però, non si trattava di costruire un organismo capace di condurre lotte vittoriose per ciò che la classe operaia rivendicava, ma di costruire il partito.

Paroli dice che il movimento comunista resta un invenzione che aspetta di essere realizzata compiutamente, e che ciò che esso pone è più moderno di quanto esiste. L’esempio che fa è quello delle prime automobili: andavano più lente dei cavalli, ma costituivano comunque il nuovo. Da questo bisognava partire e così si fece. Non si tornò a cavallo.

Interviene Vainer Burani, avvocato

Le BR hanno rotto con una tradizione fossilizzata, dice. L’attualità del socialismo è inconfutabile, dice, e pure bisogna tenere alta la considerazione dell’URSS che fu diretta da Stalin, aggiunge. Per lui è importante il richiamo a Fanon e ai dannati della terra che ha fatto Abatangelo. In realtà sia in questo intervento come in un altro successivo Burani vuole porre come centrale la lotta antimperialista che oggi si svolge nei paesi islamici, e dichiara che la scoperta che le BR fecero fu la lotta armata. Burani quindi considera lotta quella dove si usano le armi, e le questioni scientifiche di cui ha parlato Babini e in generale la questione della teoria rivoluzionaria sono considerate da lui astrazioni e magari modi di perdere tempo a fronte di chi “veramente lotta”. Non tiene conto, quindi, della critica al militarismo che gli stessi militanti delle BR hanno messo al centro delle loro riflessioni. In definitiva, poi, l’uso delle armi non qualifica come rivoluzionaria una lotta, e questo è sufficientemente chiaro. Anche i fascisti usano le armi, e al di là del campo politico, lo fanno anche le Organizzazioni Criminali. La scoperta delle Brigate Rosse fu piuttosto il fatto che la rivoluzione si costruisce, e che si fa qui e ora, e non è cosa da aspettare, come dicevano i dogmatici, o cosa di cui non c’era più bisogno, come dicevano i riformisti del vecchio PCI.

Altri interventi

Cinzia Montanaro chiede a Pasquale Abatangelo quali furono le posizioni delle BR rispetto a Stalin e a Mao. Lui risponde che la loro considerazione di Stalin era sostanzialmente positiva, dato che la loro critica rispetto all’URSS riguarda il periodo successivo alla morte di Stalin stesso, e quanto a Mao dichiara che il marxismo leninismo maoismo, che era la loro ideologia, fu uno sviluppo rispetto al marxismo leninismo.

Lia Giafaglione gli chiede se le scissioni che si verificarono nei primi anni ’80 si potevano evitare. Risponde che le divisioni sono sorte quando sono venuti al pettine i nodi sul percorso da fare, e in corrispondenza agli sviluppi della situazione generale, situazione che le BR non compresero.

Babini interviene per segnalare come la crisi delle BR fu un aspetto particolare di una crisi generale del movimento comunista, e ricorda come negli anni ’80 caddero molti dei primi paesi socialisti. Critica Burani, segnalando come non è possibile fare una cosa nuova e complessa come la rivoluzione socialista in un paese imperialista senza sapere come, e che è sterile andare a cercare esempi di rivoluzioni altrove. Noi sosteniamo da sempre la resistenza delle popolazioni islamiche ma la questione centrale è fare la rivoluzione in un paese imperialista, cosa che dirigenti come Lenin, Stalin e Gramsci sapevano possibile già ai tempi loro, che è possibile oggi e anzi è in corso, anche se non è visibile a tanti: i modi in cui la rivoluzione socialista si sviluppa non necessariamente devono essere roboanti ed eclatanti.

Ramon del Monte, esponente del circolo Medardo Rosso di Reggio Emilia, critica le BR e il P.CARC, il quale valuta la loro esperienza come importante per il movimento comunista. Le BR, dice, non ebbero a che fare con la teoria che del movimento comunista è fondazione, e cioè il marxismo leninismo e pensiero di Mao. Le BR, dice del Monte, non sono state sconfitte perché sono state tradite dai pentiti, ma per i loro errori. Abatangelo risponde che non ha mai considerato il tradimento la causa della loro sconfitta. Il loro problema fu che fecero una analisi sbagliata della situazione. È giusto, dice, verificare quali furono i limiti della loro esperienza.

In effetti, tra le altre cose, il compagno parla di concetti su cui vale la pena di discutere, come il nemico che individuarono, lo Stato Imperialista delle Multinazionali, scoperta che qui hanno considerata importante anche Burani e Paroli. In realtà si tratta di un concetto che ha poco a che fare con il materialismo dialettico e molto a che fare con idee che vengono dalla sinistra borghese. È vero che le Brigate Rosse non riuscirono a unirsi in un partito, ma potevano farlo, mentre la borghesia unirsi non può se non in modo temporaneo e precario, perché è una classe di soggetti che sono tra loro in opposizione, concorrenza e guerra. L’idea di un organismo unico che mira all’oppressione e allo sfruttamento dell’umanità è un idea di Marcuse e dei suoi soci della Scuola di Francoforte.

La discussione su questi argomenti si può fare, ma si tratta di aspetti secondari rispetto ad altri, alle molte scoperte che stiamo facendo e che alimentano nelle file della carovana del (nuovo)PCI e del P.CARC che ne fa parte la consapevolezza crescente che abbiamo preso la via giusta, che non si va più alla cieca, che al nostro orizzonte c’è la vittoria della rivoluzione socialista. Faremo in modo di trattare questo, e spiegarlo, anche nella relazione con compagni come Pasquale Abatangelo e con gli altri che sono intervenuti in questa serata, come ad esempio compagni con i quali stiamo conducendo un lavoro comune di solidarietà con la Repubblica Popolare Democratica di Corea e con i quali miriamo a discutere del materialismo dialettico e di come costruire la scuola di partito.

Le conclusioni di Andrea Scarfone

Questa iniziativa, dice il segretario della sezione di Reggio, è nel solco della Rivoluzione d’Ottobre. Il nemico, dice il compagno non è solo nell’avversario che abbiamo di fronte. È anche nel movimento comunista, ed è un nemico a due teste, di cui una è l’attendismo e l’altra è il disfattismo. La rivoluzione si costruisce, non si attende.

Il compagno critica Burani che esalta la lotta armata e denigra il marxismo, e che ha parlato in modo fuorviante dell’“intellettuale organico” come se fosse una persona colta che decide di stare dalla parte della classe operaia e di assordarla con le sue chiacchiere. L’intellettuale organico non è un individuo, ma è il partito. Gramsci ce lo ha insegnato. Con il partito mettiamo al centro il bilancio dell’esperienza e traiamo insegnamenti per avanzare verso il socialismo, contro la catastrofe che avanza.

Bisogna ergersi a fianco dei popoli in lotta in Venezuela, in Corea, in Palestina, e questo è ciò che il P.CARC fa. Ma bisogna anche e anzi prima di tutto fare la rivoluzione in un paese imperialista. Non averla fatta ha confermato quanto aveva detto Stalin. Secondo lui se non si faceva la rivoluzione in un paese imperialista anche i primi paesi socialisti sarebbero arretrati, e questo è esattamente quello che è accaduto.

Il compagno cita l’articolo della Voce sulla tara del militarismo: le armi sono uno degli strumenti della lotta di classe, non certo l’unico.

Parla del Governo di Blocco Popolare, la tattica con cui oggi si porta avanti la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. È una tappa verso il socialismo, dice, un passo per arrivare n posizioni di forza a quella guerra civile che la borghesia scatenerà contro le masse popolari. È moltiplicazione delle organizzazioni operaie e popolari nelle fabbriche, negli ospedali, nei quartieri. I presupposti del socialismo sono in questa società, e la rivoluzione socialista si costruisce qui e ora. Farla è possibile, e la classe operaia del nostro paese ha mostrato di esserne consapevole, con i tentativi durante l’occupazione delle fabbriche negli anni ’20 dello scorso secolo, con la Resistenza contro il nazifascismo, con le Brigate Rosse negli anni ’70 e ’80.

In conclusione, il compagno parla di un altro valore del libro che stiamo presentando, e cioè l’onestà di giudizio. Si tratta, effettivamente, di capacità di analisi critica e autocritica. Si riferisce al bilancio della rapina in Piazza Alberti, che riporto di seguito.

“La rapina di piazza Alberti e la morte di Luca Mantini e di Sergio Romeo destarono una enorme sensazione tra l’opinione pubblica e nel movimento rivoluzionario. Erano i primi morti della guerriglia italiana dopo Giangiacomo Feltrinelli, e la dinamica apparente dei fatti indusse molti a ipotizzare un agguato dei carabinieri nei nostri confronti. Ma è chiaro che non si verificò niente del genere. Non si tende un agguato contro cinque rapinatori con una pattuglia di tre uomini, di cui due in “pausa colazione”. Se i carabinieri ci avessero davvero aspettato, si sarebbero presentati in forze, e da quella piazza nessuno avrebbe potuto allontanarsi, mentre noi lo facemmo in tre su cinque. La verità è che molto dipese dal caso e dalla nostra cocciutaggine, che ci condusse fino a piazza Alberti, in un sorta di safari improvvisato (…). 

Ma bisogna avere il coraggio di riconoscere gli errori e di guardare in faccia le cose. Peccammo di frettolosità sia nella riunione plenaria, sia sul terreno di azione. La partita di armi era sicuramente importante, ma non abbastanza da autorizzare una rapina priva di inchiesta seria e approfondita (…).

Insisto su questo, non solo e non tanto per rispetto della verità, che pure è importante, quanto per i risvolti, diciamo così, ideologici del vittimismo. Piazza Alberti rimase per anni sinonimo di massacro prestabilito e di strapotere dell’avversario, colorandosi in qualche modo di mistero. Ma le sconfitte spiegate con il ricorso a teoremi fantasiosi non permettono di imparare nulla dall’esperienza. Si finisce per minimizzare i propri errori, proprio perché si immagina un avversario troppo forte, dotato del controllo totale dei nostri movimenti. E anche quando si vince una battaglia, si arriva a pensare di avercela fatta solo in quanto il nemico, per un suo presunto calcolo politico, ci ha permesso di spuntarla. 

È una logica perdente. Porta a giustificare le sconfitte e a mettere in dubbio la natura delle vittorie. Ostacola la comprensione dei fatti e dei conflitti sociali, inquinando e distorcendo la realtà, negando il caso, le scelte incrociate degli individui, e la possibilità di agire sempre più razionalmente in un contesto che non possiamo controllare del tutto, ma abbiamo il dovere di analizzare al meglio. 

E poi ancora una cosa. Il vittimismo ci lusinga sempre con la sua malinconia e il suo donchisciottismo aureolato di eroismo nobile e perdente. Ma in fondo non rende merito neppure ai morti, che non hanno bisogno di essere dipinti come bestie destinate ai mattatoi preordinati dal potere per essere ricordati con affetto e onore”.25

Il compagno chiude, infine, con un richiamo alla solidarietà contro la repressione nei vari modi in cui essa si manifesta, e uno è il caso di Stefania Favoino, che durante una protesta contro dei manifestanti pro-life fu assalita da un prete, e ora si trova lei sotto processo.26

Conclusioni mie

Ho detto sopra che discuteremo con quelli che hanno preso parte a questa serata che sono interessati delle prospettive di vittoria che abbiamo davanti. Non è solo la situazione oggettiva che è sempre più favorevole alla vittoria della rivoluzione socialista. Sono decisive le scoperte che andiamo facendo in corso d’opera, sulla base delle quali vediamo con chiarezza i limiti che hanno impedito alle generazioni di comunisti che ci hanno preceduto e ai loro partiti di portare a termine il proprio compito. Su questa base si forma il partito comunista di tipo nuovo, noi ci formiamo come comunisti italiani di nuovo tipo,27 guardiamo avanti con serenità e lungimiranza e la certezza del successo ci anima e guida.

Paolo Babini

Partito dei CARC, Centro di Formazione

Con il Centro di Formazione del Partito dei Comitati d’Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo, stiamo insegnando filosofia, politica, economia, oggi ai giovani del quartiere di Gratosoglio, a Milano, e agli operai in lotta dell’acciaieria, a Piombino, e stiamo promuovendo l’insegnamento dell’italiano alle Vele di Scampia, a Napoli. Raccogliamo fondi per queste scuole, che vogliamo estendere a tutto il paese. Puoi versare il tuo contributo in

https://paypal.me/pools/c/805GHrPTZS

o alla carta PostePay

5333 1710 0943 1905

intestata a Paolo Babini

Sorgente: [Reggio Emilia] La presentazione della autobiografia di Pasquale Abatangelo alla Festa della Riscossa Popolare di Reggio Emilia – Partito dei CARC

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