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Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti è sotto accusa – Annalisa Camilli – Internazionale

internazionale.it – Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti è sotto accusa –  

I finanziamenti sono serviti anche ad addestrare i guardacoste libici e a fornirgli attrezzature. Secondo l’Asgi, il governo ha usato i finanziamenti per la cooperazione con l’Africa per affidare a Tripoli il controllo della frontiera e la gestione dell’immigrazione irregolare, in contrasto con gli obiettivi previsti per i finanziamenti.

L’avvocata Giulia Crescini ha spiegato: “Abbiamo chiesto un accesso agli atti e abbiamo visto che uno dei decreti del ministero parla di 2,5 milioni di euro per il trasporto e la sistemazione delle motovedette, soldi che rientrano quindi nel finanziamento dell’apparato militare libico”.

“Riteniamo necessario mettere in discussione le politiche attuate dalle autorità italiane ed europee, le quali finanziano direttamente e indirettamente le autorità libiche, le rafforzano con attrezzature e strumentazione”, hanno dichiarato le avvocate Crescini e Cecchini in un comunicato.

“L’Italia e l’Unione europea, in questo modo, delegano il controllo della frontiera alle autorità libiche, di fatto impedendo le partenze, rendendo la fuga dei migranti dalla Libia ancora più pericolosa anche grazie alla strumentazione che inevitabilmente è usata dalle autorità libiche per attaccare le navi delle ong durante le operazioni di soccorso, rendendo ancora più drammatiche le condizioni di vita dei migranti”.

Per i legali e per diverse associazioni, di fatto l’Italia starebbe delegando i respingimenti dei migranti in Libia alle autorità libiche, in particolare alla guardia costiera del paese.

Il ruolo della guardia costiera libica
Il 6 novembre una nave dell’ong tedesca Sea Watch, durante una delle operazioni di soccorso a 30 miglia dalle coste libiche, ha documentato e denunciato la condotta violenta dei guardacoste libici verso i migranti appena soccorsi.

Durante l’operazione, i libici non hanno calato i gommoni per il salvataggio, hanno lasciato annegare un uomo in mare e hanno ostacolato l’intervento della nave dell’ong tedesca.

Gennaro Giudetti, uno dei volontari, ha raccontato che almeno cinquanta persone sono morte davanti agli occhi dei soccorritori, mentre il gommone su cui viaggiavano si è sgonfiato. Tra loro un bambino di due anni, il cui corpo è stato recuperato dallo stesso Giudetti.

Il volontario ha chiesto d’incontrare il ministro dell’interno Marco Minniti, e sulla vicenda è stata depositata al senato e alla camera un’interrogazione al ministro dell’interno il 16 novembre.

In un appello associazioni, giornalisti e attivisti hanno chiesto al parlamento europeo di ascoltare la testimonianza di Giudetti.

“Il materiale video pubblicato dalla ong tedesca Sea Watch mostra con chiarezza che la guardia costiera libica, lungi dall’aver condotto un’operazione di search and rescue, ha agito in modo aggressivo e scoordinato per riportare i profughi in Libia, impedendo alla ong e alle unità italiane e francesi presenti sulla scena del naufragio di procedere nelle operazioni di soccorso, già coordinate dal Mrcc di Roma”, è scritto nella lettera al parlamento europeo.

L’episodio non è un caso isolato: da tempo le organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo hanno documentato una condotta aggressiva della guardia costiera libica verso gli altri mezzi di soccorso.

Il 18 maggio la stessa ong tedesca, la Sea Watch, aveva denunciato alla Corte penale internazionale dell’Aja di essere stata speronata dalla guardia costiera libica, mentre stava per eseguire un salvataggio. I guardacoste avevano aperto il fuoco contro un peschereccio carico di migranti e poi avevano riportato i migranti in Libia.

L’8 agosto il fondatore dell’organizzazione non governativa Proactiva open arms, Oscar Camps, aveva diffuso un video girato in acque internazionali a nord di Tripoli, che mostrava alcuni agenti della guardia costiera libica sparare in aria per intimidire l’equipaggio di una delle due navi dell’ong spagnola.

L’intervista a Gennaro Giudetti di Sea Watch

video:  Propaganda Live – Intervista a Gennaro Giudetti, volontario … – YouTube

Il 27 novembre l’ong Sos Méditerranée – ancora attiva nei soccorsi nel Mediterraneo centrale con la nave Aquarius – ha accusato la centrale operativa della guardia costiera italiana di fermare o ritardare l’intervento dei mezzi di soccorso delle organizzazioni non governative per aspettare quello della guardia costiera libica.

Secondo Nicola Stalla, portavoce di Sos Méditerranée, il 23 novembre l’Aquarius pur avendo avvistato dei gommoni in difficoltà ha dovuto aspettare quattro ore prima di intervenire in loro aiuto, perché la centrale operativa della guardia costiera di Roma aveva chiesto alle motovedette libiche di fare i salvataggi.

Per gli avvocati dell’Asgi, che seguono i ricorsi, quello che l’Italia sta facendo è delegare alla guardia costiera libica il respingimento dei migranti in Libia, una prassi che viola numerose norme internazionali e che è già costata all’Italia una condanna nel 2012.

In quell’occasione l’Italia era stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani e aver rimandato in Libia alcuni cittadini eritrei e somali, che nel paese nordafricano rischiavano di subire trattamenti inumani e degradanti.

“Stiamo pensando di portare il caso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché a nostro avviso l’Italia e l’Unione europea stanno violando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, spiega l’avvocata Giulia Crescini. “L’Italia e l’Unione europea mantengono il controllo di queste operazioni, semplicemente le delegano alla guardia costiera libica, che non potrebbe però fare quello che sta facendo senza l’appoggio sia economico sia tecnico delle autorità italiane ed europee”, conclude.

L’esperto di diritto internazionale Paolo Biondi, che sta studiando la documentazione prodotta da alcune ong, spiega invece che la marina militare italiana e la centrale operativa di Roma stiano violando la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo che prevede che siano le navi più vicine alle imbarcazioni in pericolo a intervenire.

“È successo in un paio di casi recentemente che la centrale operativa della guardia costiera italiana chiedesse alle navi delle ong di aspettare in stand by, nell’attesa dell’intervento della guardia costiera libica”, ricorda Biondi. Ma questa decisione “non segue le regole, né favorisce la sicurezza delle persone che devono essere soccorse come nel caso del 23 novembre”.

Il ministro dell’interno italiano Marco Minniti, intervenendo sulla questione all’Istituto affari internazionali il 27 novembre, si è difeso dicendo che “non è un problema degli ultimi sei mesi: la Libia è un luogo cruciale dei traffici di migranti da almeno quindici anni e non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951”.

Dello stesso tono l’intervento del capo di gabinetto del ministero dell’interno Mario Morcone che, intervenendo a Bruxelles in un’audizione della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo, ha respinto le critiche mosse all’Italia dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e ha smentito le accuse di aver condotto dei respingimenti in Libia.

L’Italia oggi “sta facendo un’azione intelligente di chi vuole fare, chi vuole investire in quei paesi, di chi vuole cercare di recuperare diritti per quelle persone”, e “non si accontenta di gridare alla luna la propria solidarietà e la denuncia di lesione di diritti”.

Il capo di gabinetto Morcone ha detto che l’Italia e l’Unione europea entro il 2023 spenderanno 285 milioni di euro per la guardia costiera libica e il suo coordinamento, nei prossimi mesi partirà anche “un progetto pilota” per la guardia di frontiera sulla terraferma.

A Morcone ha risposto con durezza l’europarlamentare italiana Barbara Spinelli: “Ho qui un prospetto del ministero dell’interno a cui ho avuto accesso, che parla di respingimenti, che quindi ci sono stati. Lei dice che non segue le ‘stupidaggini’ di Amnesty international, ma prima o poi il governo italiano e l’Unione europea che lo appoggia dovrebbero iniziare a vedere delle verità dietro alle stupidaggini”.

L’associazione diritti e frontiere (Adif), che ha chiesto l’accesso agli atti, ha dichiarato che nell’ultimo anno (da maggio del 2016 a maggio del 2017) sono stati respinti dall’Italia alla Libia sessanta cittadini libici, tra cui cinque donne e 55 uomini.

video – Un volontario denuncia i metodi della guardia costiera libica …

Sorgente: Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti è sotto accusa – Annalisa Camilli – Internazionale

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