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Manifest of Blasphemy-Un uomo chiamato viaggio

1) “Professù, stamattina dov’é diretto? Dalla borsa mi pare vicino.”

L’autista dell’autobus accolse con un sorriso bene augurante il vecchio professor di francese Raffaello Nicotra in partenza per il… mondo. Gli tese una mano per aiutarlo a salire il predellino d’accesso, troppo alto per le sue flebili gambette costrette a reggere il peso di un’ingombrante obesità.

“Dove va stavolta? Se non sono indiscreto.”

“Ma niente. Robetta. Un simposio sulla metempsicosi che inizia domani all’università di Bologna.”

“Sulla che?”

“Me-tem-psi-co-si…”

“Ma cos’è una nuova malattia?”

“No, che malattia! Si tratta di una nuova teoria che ha a che fare con la filosofia orientale. Robetta. Fra due, tre giorni sarò di ritorno.”

“E allora buon viaggio e buon simposio, professù”, lo salutò l’autista che sapeva, e fingeva, come tutti in quel paese.

Il bus delle 7,30 era affollato di studenti che andavano a studiare nel capoluogo. Alcuni erano suoi ex allievi. Uno gli cedette un posto in prima fila. Anche loro sapevano e fingevano.

Lo chiamavano, affettuosamente, il “signor viaggio”. L’intero borgo sapeva e fingeva. Una finzione collettiva, pietosa, solidale, complice per proteggerne un’altra drammatica, illusoria ossia quella di Nicotra che sembrava aver smarrito il senso della realtà per entrare nel mondo del fantastico, della stravaganza.

Dopo una vita irreprensibile in cattedra, era divenuto stravagante, curioso, desideroso di viaggi e belle donne. Desideri per lui irraggiungibili per via dell’età e del magro reddito.

Ed ecco, allora, l’invenzione del viaggio. Viaggi quasi sempre immaginari, fantastici che lo portavano da un capo all’altro dell’Italia, dell’Europa, per città rinomate, mitiche.

Una mattina “partiva” addirittura per Paris e rientrava in paese in serata.

Come era possibile? Semplice. Prendeva il primo bus della “Delta trasporti” e verso le 18,00 quello della “Camilleri & Argento”. In tempo per la cena. Il suo “soggiorno parigino” si svolgeva sopra una panchina della stazione, a leggere un libro o il giornale.

Se qualcuno gli domandava cosa stesse facendo rispondeva che era in attesa del treno per Palermo e quindi di quello per Punta Raisi dove imbarcarsi sul volo per Parigi; a qualche altro diceva che era appena arrivato da Parigi e stava aspettando qualcuno che lo portasse a casa.

2) Senza più la sua scuola, rinchiuso nel bilocale a primo piano, in quel paesino si sentiva ristretto, come in cattività.

Era convinto che alle grandi idee non si confanno gli ambienti angusti, gretti, mortiferi come quelli di certi paesini che hanno smesso di essere contadini senza riuscire ad essere altro. Aggregati informi senza più una precisa identità culturale, privi di una configurazione sociale ben definita. Paesi in declino, dove la vita appare segnata dai latrati dei cani e dai rintocchi delle campane a morto. Paesi-fantasma alla ricerca di un nuovo destino che nessuno intravede.

Grandi idee, grandi spazi. Questo era il suo motto. Per dare sfogo ai suoi ambiziosi propositi, il professore necessitava di grandi spazi, desiderava conoscere genti e luoghi lontani, dialogare con altri visionari come lui riteneva di essere, con qualche ragione.

Dai visionari – sosteneva – verrà la nuova élite destinata a plasmare, a guidare la futura umanità. Sempre più avanti della realtà, solo i visionari potranno rompere le catene del pensiero unico, del miserabile profitto che lo genera, ridare libertà e dignità ai popoli del mondo.

Quella mattina si congedò dalla moglie con queste parole: “Vado a prendere il treno per l’aeroporto dove m’imbarcherò sul volo per Bologna.”

La poveretta, sempre premurosa, gli aveva preparato il pigiama di flanella e altro occorrente per due notti. Anche lei recitava in questa sorta di commedia degli inganni.

Fingeva, e piangeva, ogni qual volta il marito “partiva”.

In famiglia, in paese tutti sapevano e stavano al gioco. Un gioco triste che si fece evidente da quando il professor cadde in depressione a causa dell’assegnazione del Nobel per la letteratura a Dario Fo.

Vi chiederete: che cosa c’entri la messinscena con il premio conferito a Fo?

Se avete un po’ di pazienza cercheremo di scoprirlo insieme.

3) La storiella che qui racconto, in parte vera, ha come protagonista un professore pensionato, avvilito della vita grama che la pensione gli aveva riservato. Il suo medico capì subito il problema e gli consigliò un anti-depressivo assai singolare, basato su due “molecole” in particolare: scrivere e viaggiare. In quanto a scrivere aveva scritto tanto, in quanto a viaggiare aveva viaggiato poco. Ma – come detto – pensava di rimediare all’inconveniente anche con l’immaginazione.

Comunque sia, una terapia piacevole che gli consentiva di combattere la depressione e, soprattutto, d’innalzare il livello di autostima, fino al punto di considerarsi degno del premio Nobel per la letteratura. Ogni anno si auto-candidava.

Formalmente, s’intende. Con tanto di lettera raccomandata RR indirizzata alla reale accademia svedese. Certo, costava un po’ quella missiva, ma poteva prendersi la soddisfazione di esibire agli increduli la ricevuta, con tanto di bollo, proveniente dall’Accademia del Nobel.

La candidatura fu sostenuta, così per celia, in vari posti dove il popolo “babbia”. In quei circoli di sfaccendati che, dietro la facciata “culturale”, nascondono attività meno gravose quali il gossip e le bische clandestine. Sodalizi dove l’unica traccia di “cultura” sono il quotidiano locale e qualche rivista, per la gioia di quei soci che vengono a leggere le cronache locali, senza bisogno di passare dalla edicola.

Nacque, soprattutto, fra i tavolini di un antico sodalizio di buontemponi intitolato al grande drammaturgo Luigi Pirandello, illustre conterraneo e Nobel per la letteratura, il quale in una sua novella aveva citato il paesino oggi negletto.

Nei bar, per le vie c’era sempre un qualche figlio di buona madre che lo incoraggiava.

Così Nicotra si convinse che poteva realmente aspirare al prestigiosissimo riconoscimento. Ne era degno al pari di tanti altri recentemente insigniti. Fra i quali, appunto, quel Dario Fo che in vita sua non aveva prodotto una vera opera letteraria.

4) Cominciò a girare con in tasca un testo stampato del suo “Inno all’amore e alla pace” e con il ritaglio di un giornale polacco, dove troneggiava un primo piano del professore-candidato al Nobel – seduto al tavolino della trattoria “da Carmelo” – il quale fra un piatto di trippa alla giurgintana e un “pedi di porco” in umido, illustrava al giornalista straniero gioie e dolori della sua marcia di avvicinamento a Stoccolma.

Anche la stampa internazionale si stava occupando di lui, sosteneva la sua candidatura.

Il professore poteva vantare una produzione letteraria di prim’ordine. Raccolte di poesie, odi e inni a questo e a quello, poderosi poemi che amava recitare, in anteprima, per i soci del “Parnaso”, il circolo dei più raffinati maldicenti del paese. Quel che gli mancava era il grande romanzo.

Il Nobel? In realtà, per lui più che un’aspirazione era un’altra finzione. Un gioco cui, il professore, eterno candidato, in fondo si prestava.

Gli piaceva il ruolo del poeta maltrattato, discriminato, volutamente ignorato perché temuto.

Comunque sia, per “non sapere leggere e scrivere” (un modo di dire nostrano, in questo caso paradossale se applicato a un aspirante Nobel per la letteratura), si diede a spulciare riviste specializzate per conoscere i meccanismi procedurali, le regole che presiedono l’attività dell’Accademia svedese.

Nel caso fosse arrivata “The magic call”, la magica telefonata dell’assegnazione.

Insomma, era pronto a fronteggiare ogni emozione: l’assalto dei giornalisti, dei fotografi, gli auguri delle più alte autorità, gli abbracci degli amici, della gente per le vie, le lettere dei fan, dei suoi alunni sparsi per vari paesi della provincia.

Conosceva anche l’ordine delle premiazioni: prima Medicina, poi Fisica, Chimica, Economia, Pace e infine Letteratura. “A noi tocca per ultimi. Per chiudere in bellezza.”, si compiaceva.

Lui era pronto. Ma quella benedetta telefonata non arrivava.

5) Ogni anno la stessa scena consolatoria, in attesa della prossima assegnazione. I soliti buontemponi, suoi finti estimatori, alimentavano le speranze del professore, ne cantavano le lodi, le eccelse virtù letterarie, la poetica seducente, penetrante.

Lo lasciavano crogiolare nel suo brodo di giuggiole, senza manco informarlo che non bastava una lettera raccomandata per essere ammessi fra i candidati al prestigioso premio.

“Professore non si scoraggi, verrà il suo turno. Alla prossima. Come si dice: non c’è due senza tre.” Il “due” si riferiva ai due Nobel siciliani: Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo. Il tre a lui…

“Non si perda d’animo. Anche a Stoccolma c’è un turno e non sempre è premiato il merito… Lei lo sa meglio di tutti. Però, non si sa mai. Improvvisamente, può arrivare… Il Nobel non è più il riconoscimento riservato ai giganti della letteratura. Anche a Stoccolma è arrivata la lottizzazione. Vi sono giochi politici, editoriali, commerciali, compromessi. La prova? Il Nobel a Dario Fo! Un attore di dubbio talento che non ha scritto nulla per meritarlo.

È chiaro che i membri della giuria, non trovando l’accordo su una candidatura di alto profilo, si sono accordati su una di basso profilo.”

Ricordargli il premio a Fo era come affondare il coltello nella piaga. Il professore perdeva il suo aplomb, gli si spegneva il sorriso bonario, luminoso e, rosso in viso, le mani tremanti, si lasciava andare contro il neo-Nobel.

“A parte il “mistero buffo”, scopiazzato e male assemblato, cos’altro ha scritto questo Fo? La sua letteratura in che cosa consiste?”

6) Non si dava pace. Passava da manifestazioni di acuto nervosismo, che spesso scaricava sulla moglie, a stati depressivi veri e propri. Per evitare conseguenze più gravi, andava a barricarsi nel suo studiolo, illuminato da un pezzo di cielo. La sua piccola porzione di cielo. Passava le ore, i giorni talvolta, a interrogare i suoi libri, i suoi poeti.

Oltre al medico, anche gli amici consigliarono che era meglio “sbariari”, divagare, riprendersi la libertà sopra quella vita soffocata dal provincialismo cafonesco. Questa divenne la sua cura.

E fu così che iniziò a viaggiare… in lungo e in largo.

In realtà, erano gite fuori porta, contrabbandate per viaggi a lungo raggio per partecipare a conferenze di altissimo livello e/o per rendere omaggio, e chiedere conforto, ad alcuni grandi scrittori che tanto amava.

Le destinazioni più frequenti erano il pino del Kaos, dove si raccoglieva innanzi al masso di calcare bianco contenenti un pugno delle ceneri di Luigi Pirandello, il Nobel suo conterraneo che tanto lustro continuava a dare alla sua patria negletta, e la stazione di Acquaviva Platani dove, per un certo periodo, visse con il padre ferroviere, l’altro Nobel siciliano, il poeta Salvatore Quasimodo.

In questo sperduto borgo dell’interno isolano visse anche Elio Vittorini, figlio di un cantoniere siracusano che diverrà cognato di Quasimodo.

Una sorta di pellegrinaggio presso questi due luoghi isolati, in piena campagna, popolati da lucertole e da uccelli di ogni tipo. Il primo, il Kaos, bagnato dal mare “africano”; il secondo dal Platani (“l’Halykos” degli antichi) il fiume-padre (e madre) di questa gran vallata che dai monti Sicani scende fino alle spiagge di Eraclea Minoa, dove – secondo il mito – fu sepolto Minosse, il re di Creta, venuto in Sicilia per vendicarsi di Dedalo spergiuro rifugiatosi presso Kocalo, il re sicano.

Ma quanta bella gente sulle rive di questo fiume un tempo navigabile per quasi l’intero corso!

7) In particolare, al professor Nicotra piaceva soffermarsi nei luoghi pirandelliani. Oltre alle visite al Kaos, passava spesso per via della Verdura a rimirare la casa in cui il Nobel visse la sua adolescenza agrigentina. Qualche volta, faceva una puntatina a Porto Empedocle dove c’era la sua scuola o ad Aragona presso le zolfare (chiuse) dove il giovane Luigi coadiuvò il padre nella gestione della “pirrera”.

Seppe del soggiorno ad Acquaviva Platani dei due cognati letterati dalla lettura di alcuni scritti di Eugenio Giannone (in “Il fiume Platani”) di Cianciana, apprezzato culture della storia del fiume e dei paesi lambiti.

“Il Platani è fiume caro anche ad un altro grande, immenso poeta siciliano: Salvatore Quasimodo [xvii], premio Nobel per la letteratura nel 1959, che nella valle dell’Halykos, seguendo il padre ferroviere, trascorse un periodo della sua infanzia presso la stazione di Acquaviva Platani… Quel posto, come tutta, patria solare scambiata per le nebbie della Lombardia, ma i cui bugni di zolfo dondolano sul suo capo, rivive in lui costantemente, terra mitica, è il porto sicuro, il luogo in cui si stemperano, al ricordo, le sue ansie di esule.”

Ne “ I ritorni” il poeta modicano ricorda con nostalgia la sua residenza ad Acquaviva.

“Piazza Navona, a notte, sui sedili
Stavo supino in cerca della quiete,
E gli occhi con rette e volute di spirali
Univano le stelle,
Le stesse che seguivo da bambino
Disteso sui ciottoli del Platani
Sillabando al buio le preghiere…”

Da “Che vuoi, pastore d’aria?”:

“Ed è ancora il richiamo dell’antico
Corno dei pastori, aspro sui fossati
Bianchi di scorze di serpenti. Forse
Dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
Dove il Platani rotola conchiglie
Sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
Di pelle uliva. O da che terra il soffio
Di vento prigioniero, rompe e fa eco
Nella luce che già crolla; che vuoi,
Pastore d’aria? Forse chiami i morti
Tu con me non odi, confusa al mare
Dal riverbero, attenta al grido basso
Dei pescatori che alzano le reti…”

Acquaviva, una storia lunga quasi quattro secoli che, in qualche misura, si intreccia con la vita di due fra i più grandi letterati siciliani. Anche Elio Vittorini ricorda con nostalgia quel periodo in cui mangiava “grandi piatti di pasta e fave verdi “a frittedda”, preparati dalla madre.

Nella sua opera più nota, “Conversazioni in Sicilia”, ambientò alcuni episodi nella casa cantoniera dove aveva vissuto da fanciullo: “E pensai Acquaviva molto lontano nello spazio, una solitudine in bocca al monte… e mia madre disse che era una terribile estate e che era una terribile estate significava non un’ombra per tutti quei chilometri, le cicale scoppiate al sole, le chiocciole vuotate dal sole, ogni cosa al mondo diventata sole”.

Nei dintorni di Agrigento v’erano le tracce del passaggio di altri illustri letterati per i quali il professore Nicotra nutriva grande stima. Perciò, ogni tanto, si recava nelle loro patrie vicine quasi per respirare l’aere che le loro opere hanno lasciato: nella Racalmuto di Leonardo Sciascia, a Palma di Montechiaro, paese originario della famiglia del “Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Solo per dire di alcuni. Dalle parti di Agrigento, nella Sicilia sud-orientale c’è stato un gran fiorire di scrittori, alcuni celeberrimi, altri “minori” che attendono, impazienti, il loro turno.

8) Quella mattina salutò la moglie per andare a prendere l’aereo per Napoli, dove, su invito della magnifica università “Federico II di Svevia”, doveva svolgere una prolusione in un simposio internazionale sulla vita e le opere di Giordano Bruno, nolano, mandato al rogo dalla santa inquisizione per essersi rifiutato di abiurare alle sue idee.

Il viaggio a Napoli richiedeva almeno due-tre giorni. Per “coprirli” decise di avventurarsi per la tratta Agrigento – Siracusa: trecento chilometri in nove ore e 15 minuti; diciotto ore e 30 minuti A&R, quasi un’intera giornata a viaggiare.

Un sacro lentore, che ancora oggi caratterizza i convogli delle FS. Forse, potrebbe essere un suggerimento a “rallentare” lo sviluppo, a rispettare i suoi limiti, invalicabili.

Per salvare il Pianeta, la nostra casa comune.

Nel caso di questa tratta ferroviaria, lo sviluppo si è davvero fermato al IV secolo avanti Cristo. A ben pensarci, le 9 ore di oggi sono lo stesso tempo impiegato 2.370 anni prima dai cavalieri siracusani che – secondo Plutarco – coprirono tale distanza in una sola nottata.

L’episodio – riportato da Michele Lanza Caruso – risale al 358 avanti Cristo, quando Farace “accampato nelle vicinanze della neapoli akragantina intese che Eraclide, il noto traditore, si dirigeva verso Siracusa con la flotta per occuparla e allora marciò tutta la notte alla volta di Siracusa, percorrendo 700 stadi, e poté prevenire Eraclide”.

Dopo quasi 25 secoli, sono rimasti, sostanzialmente, invariati i tempi per il collegamento fra queste due città, ieri le più potenti e opulente della Magna Grecia, oggi i due più rinomati siti archeologici della Sicilia.

D’altra parte, Agrigento-Siracusa è una seducente traversata sentimentale, fra scenari di luce e di storia che illuminano il passato e il presente di cittadine, più o meno illustri, disseminate sugli altopiani agrigentini o abbarbicate sulle pendici dei monti Eblei.

E’ anche un itinerario letterario che si snoda fra colline e paesi incantati, calanchi d’argilla, opime pianure di serre di pomodori e di zucchine, città barocche e monumenti plurimillenari, tradizioni e lingue primordiali.

Insomma, un paradiso che ha visto nascere grandi narratori, geni della scienza, della filosofia, dell’arte…

Peccato che il “paradiso” sia stato violato, avvelenato da alcuni mega-complessi industriali di chimica di base, di società venute dal nord o dall’estero le quali, in cambio di un po’ di posti di lavoro, hanno avuto mani libere per compromettere, seriamente, lo sviluppo naturale di queste contrade.

Oltre alla chimica (oggi in forte declino), questo zoccolo siciliano ha altri due nemici da non sottovalutare: le basi e gli impianti militari al servizio della Nato e di potenze straniere e la siccità che continua a tormentarlo.

Nessuno ne parla. Ma vi sono studi previsionali piuttosto attendibili, commissionati dal governo italiano, che pronosticano, da qui a un secolo, una mutazione dei territori del sud-est siciliano da orti forzati a deserti di sabbia.

Il Sahara potrebbe vincere la tremenda sfida con il mare e sbarcare in Sicilia, in pompa magna.

10) Un tragitto affascinante ma stancante che il professore spezzò con varie fermate e un paio di pernottamenti. A Canicattì la fermata più lunga. Si doveva fare coincidenza ed effettuare il cambio di scartamento poiché il treno usciva dalla linea principale (Agrigento-Roma-Milano) e imboccava quella secondaria per Licata, Gela, Ragusa, Siracusa.

Nicotra ne profittò per visitare il palazzo dello stravagante barone Agostino che vi abitava, solo raramente, con un gatto persiano designato come suo erede universale.

Un gatto come erede di un ricco patrimonio?

Una decisione davvero bizzarra, in sintonia con il personaggio, che fece imbestialire gli eredi di sangue, i tanti figli naturali e non riconosciuti e, soprattutto, Pietro il mite domestico tuttofare che lo accudiva fin da quando era un paffutello infante dell’illustre casata.

In genere, il barone era in giro a “coglioneggiare” fra tanta bella gente per alberghi e nigth di lusso. Nel volgere di pochi anni, lui e il suo gatto divennero personaggi osannati, adulati da ammiratrici annoiate alla ricerca di emozioni “forti” e da cronisti a caccia d’improbabili scoop di stagione.

Un ottimo personaggio per il romanzo che, da tempo, il professore meditava di scrivere per accontentare i suoi fan e la casa editrice.

“Dopo tanta poesia, ci vuole un romanzo – gli ricordava il solerte direttore – Il romanzo è un veicolo che porta lontano, che fa conoscere l’autore al grande pubblico. Almeno un romanzo ce lo deve dare, caro professore.”

Per accontentarlo, Nicotra abbozzò un’idea di romanzo e si mise alla ricerca di un personaggio acconcio. Dopo una vasta cernita, la scelta cadde sul patrizio di Canicattì.

Peccato che, dopo vari tentativi, non era riuscito a parlargli, nemmeno a vederlo. Il barone era estremamente mobile, non stava fermo in nessun posto. Tanto meno in casa propria. Le cronache lo segnalavano a passeggio per le vie delle più rinomate località turistiche o nei nigth più in, con il suo inseparabile persiano nero: un giorno a Taormina, un’altro a Cefalù, una notte a Capri, un’altra a Roma, a Portofino, ecc. Il barone viaggiava, per davvero e in continuazione. Anche per tenersi lontano dai tanti creditori che l’aspettavano, furenti, a Canicattì.

Il macilento Pietro, il domestico che da molti mesi non vedeva una lira di stipendio, rispondeva che Sua Eccellenza non era in casa, chissà dove gli lucevano “le corna”.

11) Il viaggio in treno sulla tratta Agrigento – Siracusa può suscitare reazioni di segno contrapposto. Al solito turista frettoloso un’impressione sconsolante, irredimibile della Sicilia. Mentre una persona colta e paziente lo apprezzerà come un’occasione irripetibile per osservare una sequela di luoghi mitici e di paesaggi cangianti che riflettono la storia e la natura mutevole della Sicilia e dei siciliani.

Per il professore Nicotra fu, soprattutto, un indimenticabile viaggio letterario. Una gioia.

Lungo quegli altipiani e quei calanchi d’argilla s’incontrano i luoghi in cui nacquero autori di prima grandezza, nomi che illuminano il firmamento della letteratura italiana e mondiale: dai due Nobel Pirandello e Quasimodo a Leonardo Sciascia, racalmutese, a Vitaliano Brancati, pachinese, a Gesualdo Bufalino, comisano, a Elio Vittorini siracusano. Solo per ricordare i più noti.

Certo, a Vittorini fu addebitata la grave pecca di avere bocciato il manoscritto de “Il Gattopardo” che il Tomasi inviò alla Mondadori. Ma fu vera pecca?

Il professor affrontò la traversata con entusiasmo giovanile, richiamato dal profumo dei grandi autori che desiderava emulare fino in fondo, fino al Nobel. Per l’appunto.

A bordo del trenino scoprì questa metà della Trinacria contraddittoria e poco conosciuta: dagli aridi altipiani dello zolfo e del sale del bacino fra Aragona, Grotte e Racalmuto ai vigneti “plastificati” del comprensorio di Canicattì, dal colossale petrolchimico di Gela (in gran parte ferraglia arrugginita) alle distese serricole di Licata e di Vittoria, dalle stupende città del barocco ibleo agli agrumeti, alle vestigia greche del siracusano.

Colline brulle e panorami silenti che dall’erta di Comitini-zolfare dominano paesaggi primordiali, paesi-fortezza e, laggiù in fondo, le Madonie con le loro vette piatte, irregolari. Ai fianchi si aprono le “bocche dell’inferno” ossia gli ingressi delle miniere di zolfo, ormai inattive, dove si calavano uomini e carusi sventurati per cavarne milioni di tonnellate di preziosa pietra gialla che contribuiva a formare empie ricchezze e scandalose ingiustizie.

Dopo Canicattì, il treno viaggiò, praticamente, solo per lui. Un gran privilegio, insomma, specie quando si attraversa un paesaggio incantevole punteggiato di ombrosi carrubi che servono da ricovero agli armenti e imbrigliato in un intrigo di muretti a secco, una meraviglia dell’ingegno contadino, che s’inseguono fino alla periferia industriale di Ragusa.

A Modica “iusu” (bassa), bellissima città barocca, per secoli capitale della potente omonima contea, si fermò per visitare la casa natale di Quasimodo. Tappa obbligata per un aspirante al Nobel.

E poi a Scicli, con le sue chiese e palazzi sontuosi, dove era in corso la festa della “Madonna delle Milizie” che, secondo la tradizione, intervenne a fianco di Ruggero d’Altavilla nella vittoriosa battaglia del 1081 contro le armate arabe. Da cantore della pace, il professore non capì come si potesse schierare a battaglia una Madonna armata! Mah!

Terminato il “viaggio in continente”, Nicotra prese il bus per Agrigento e giunse in paese in tempo per la cena.

Chapeau, monsieur le professeur et bon voyage… dovunque tu vada.

Agostino Spataro da “Il cavaliere e la notte”

Sorgente: Manifest of Blasphemy

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