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Mafioso e anche massone: la legge copre i nomi e vieta la pubblicazione

 

Rosy Bindi

Nella relazione su “Mafia e massoneria” approvata ieri dalla Commissione parlamentare antimafia, la presidente Rosy Bindi ha messo in evidenza una clamorosa contraddizione tra la Costituzione, la “legge Anselmi” del 1982 che vieta le associazioni segrete e la legge sulla privacy che tutela la riservatezza.
Conseguenza: i nomi dei massoni condannati per mafia o comunque coinvolti in fatti legati alla criminalità organizzata non possono essere divulgati dalla stessa Commissione antimafia che, pure, alcuna remora aveva avuto nelle occasioni in cui comunicò i nomi dei cosiddetti “impresentabili” in corsa in alcune passate competizioni elettorali. O forse, chissà, proprio le polemiche che seguirono in quel caso (ad esempio con l’attuale Governatore della Campania Vincenzo De Luca) hanno suggerito maggiore cautela.

Fatto sta che nella relazione si legge che si potrebbe prefigurare una responsabilità giuridica (in altre parole una querela con il rischio di affrontare un processo) in capo a chi (in primis la stessa Commissione) «può sicuramente riportare la notizia, pubblica, di una condanna per mafia ma non può incredibilmente riferire che è stata pronunciata a carico di un soggetto iscritto alla massoneria, perché questo va considerato un “dato sensibile”, in base alla disciplina della privacy».

Mani legate, insomma, anche se nel corso delle audizioni in Commissione antimafia Rosy Bindi ha più volte espressamente affermato che le obbedienze massoniche non possono trincerarsi dietro la legge sulla privacy.

Poco più in là, nella bozza di relazione che questa mattina sarà ufficialmente presentata in conferenza stampa, depurata delle ultime contraddizioni tra anime politiche all’interno della Commissione parlamentare, si legge che «tale rafforzamento dei profili di riservatezza si pone peraltro a fronte dell’indebolimento, se non dell’abolizione dei doveri di trasparenza, quantomeno in determinate situazioni, come quella degli iscritti che siano al contempo dipendenti pubblici (ad esclusione dei magistrati, per i quali esiste un divieto, introdotto all’epoca dello scandalo P2), come ad esempio militari o membri della Polizia. Tali doveri sono stati recentemente riaffermati in via giurisprudenziale dal Consiglio di Stato ma permane l’esigenza di una disciplina compiuta della materia a livello legislativo, anche per sgomberare il campo da mistificazioni legate e pronunce giurisdizionali in sede europea, che non hanno mai legittimato tali commistioni, quanto piuttosto censurato, sotto il profilo della conoscibilità della norma, l’assenza di disposizioni di legge in materia».

Il M5S all’attacco
C’è, però, chi non ci sta a tollerare questa lettura prudente e che, di fatto, evita lo scontro, dal momento in cui rimanda la questione a improbabili modifiche legislative in tempi più o meno brevi.

Il M5S – soprattutto grazie alla presa di posizione del deputato Giulia Sarti – ha preso di petto la questione. «Si ha il paradosso – si legge in una nota diffusa ieri – che il nominativo di un condannato per mafia è pubblico ma non si può sapere se appartenga o meno alla massoneria. In questo lungo e complesso lavoro è emersa con grande evidenza l’arroganza di chi dirige queste logge, come quella del Goi. Pubbliche dichiarazioni in audizione che sembravano voler sfidare la stessa autorità della commissione antimafia. Trincerandosi dietro una supposta riservatezza, o segretezza, perché i giochi di parole sono stati tanti e vari pur di confondere le acque e non consegnare gli elenchi, è apparsa chiara la matrice di sfida verso le Istituzioni elette democraticamente e a cui devono rispondere tutti i cittadini».

Il Movimento 5 Stelle non condivide dunque la scelta di non procedere alla pubblicizzazione dei nominativi iscritti alle logge con procedimenti penali ex art.416bis o sentenze già passate in giudicato, né dei politici di cui si fa menzione e di cui hanno riferito i collaboratori di giustizia ascoltati. «Anche se comprendiamo l’esigenza di giungere alle modifiche legislative ben descritte fra le proposte finali della relazione – si legge ancora nella nota diffusa ieri –, per noi si impone il dovere di trasparenza. L’eventuale procedimento penale che potrebbe scaturire in caso di ricorso da parte delle obbedienze massoniche solleverebbe ancor di più la necessaria ed indispensabile urgenza di provvedere ad un cambiamento della disciplina legislativa vigente perché consentirebbe di verificare in concreto la gravità della situazione in cui ci troviamo attualmente, completamente ignorata dal punto di vista legislativo in questi ultimi decenni».
r.galullo@ilsole24ore.com

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