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Il lavoro sporco dell’Italia in Africa :: Il pane e le rose

«Se l’Europa vuole che facciamo il lavoro sporco con i migranti, deve mettere mano al portafoglio. L’aiuto UE è più che benvenuto». Sono le parole testuali del Presidente del Niger Mahamadou Issoufou dello scorso marzo. Sono parole che spiegano la vera natura della politica europea sul fronte dell’immigrazione, in primo luogo di quella italiana. Non solo in Libia, ma nell’Africa profonda.

“Lavoro sporco con i migranti” non significa solamente accordo politico diretto con le milizie libiche e i governi rivali di al-Sarraj e Haftar per segregare uomini, donne, bambini in luoghi di tortura e stupri, dopo aver bloccato manu militari la loro fuga via mare; non significa solamente finanziare ed equipaggiare queste funzioni criminali di polizia, formalmente nel nome della lotta ai trafficanti di esseri umani, in realtà assicurando loro un nuovo lucroso mercato (dalla compravendita di schiavi al loro uso in veste di ostaggi per estorcere soldi alle loro famiglie). Lavoro sporco significa anche e sempre più bloccare i migranti alla partenza, negare loro alla radice il diritto di fuga dalla propria disperazione. Qui sta la nuova frontiera dell’Unione Europea in Niger e nei paesi del Sahel. Il governo del Niger incassa dalla Unione Europea i cosiddetti aiuti (naturalmente… “umanitari”), in cambio assicura alla UE il blocco dei migranti nel proprio territorio, attraverso un’ordinaria criminalizzazione dei migranti stessi. La proposta tedesca, francese, italiana di istituire campi di “accoglienza” in Niger vuol dare una parvenza legale a questa partita di scambio criminale. Il fatto che questa funzione di polizia sia finanziata dalle casse del Fondo Europeo di Sviluppo dà la misura dell’ipocrisia imperialista, oltre a spiegare la vera natura della UE.

Ma i governi imperialisti della UE non si limitano a foraggiare il lavoro sporco del governo nigerino. Inviano direttamente proprie spedizioni militari lungo le frontiere del Sahel. L’annunciato invio di un corpo militare di spedizione di 500 uomini in Niger da parte del governo Gentiloni è parte della politica africana della UE. La Francia presidia la propria area ex coloniale africana con oltre 4000 soldati e decine di basi (Mauritania, Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger), mentre la Germania ha accresciuto sino a mille soldati la propria presenza nel Sahel, facendone il principale teatro di propria presenza estera del dopoguerra.

LA NUOVA CORSA ALL’AFRICA

La verità è che non siamo di fronte unicamente alla questione dei migranti. È in corso una vera e propria competizione mondiale tra potenze imperialiste vecchie e nuove per il controllo e la spartizione dell’Africa. Le truppe seguono la rotta degli affari. Attraverso la diretta presenza sul terreno servono a sostenere le ragioni negoziali dei propri imperialismi al tavolo della spartizione. Ai lavoratori europei si chiede di pagare di tasca propria i costi della gara tra i loro sfruttatori, sulla pelle dei popoli di un altro continente.

L’Africa è un continente ricchissimo di materie prime. Possiede terre libere coltivabili di oltre 200 milioni di ettari. Rappresenta un’immensa riserva disponibile di giovanissima manodopera. Non a caso la Cina ha fatto dell’Africa un proprio bacino di espansione, con tutto l’arsenale delle politiche imperialiste: acquisizione di terre e materie prime in cambio di indebitamento, esportazione di capitale finanziario, costruzione e controllo di infrastrutture strategiche in campo portuale e ferroviario: un enorme cantiere a cielo aperto sotto bandiera cinese.

Gli imperialismi europei e la loro “unione” cercano una risposta all’espansione africana della Cina, sia provando a integrarsi nella filiera di affari che la Cina ha attivato, sia puntando a un controbilanciamento in termini di salvaguardia di propri presidi e aree di influenza.
La Francia fa perno sulla Costa d’Avorio e sulla massa monetaria del franco CFA occidentale per irradiarsi in Nigeria e Ghana, oggi all’apice dello sviluppo africano, mentre tutela i propri interessi in Niger in fatto di petrolio, gas naturale, oro, diamanti, ma soprattutto uranio. Al tempo stesso Parigi ha difficoltà a preservare il vecchio monopolio sulla Francafrique, come dimostra la sua richiesta d’aiuto all’Unione Europea per una presenza militare in Mali. Lo sfondamento economico cinese in Niger (che è ormai ultraindebitato con la Cina) è un altro segno delle difficoltà francesi.

L’ITALIA CERCA IL PROPRIO POSTO AL SOLE

In questo contesto l’Italia cerca nuovamente il proprio posto al sole. Da un lato dando sponda, nel proprio interesse, alle esigenze della Francia; dall’altro contendendo proprio alla Francia spazi e mercati nel cuore dell’Africa. L’imperialismo italiano in Africa (e non solo) è tutt’altro che un imperialismo straccione. Nel 2016 l’Italia è divenuta terzo paese investitore al mondo nel continente africano. ENI è la principale azienda europea in Africa, con un ampio raggio di espansione dall’Egitto al Mozambico. ENEL ha conquistato il primato in fatto di energie rinnovabili. “L’Africa è la nostra profondità strategica”, dichiara alla rivista Limes il sottosegretario Giro, che non manca di vantare l’attuale ruolo italiano in Etiopia, Eritrea, Somalia, Libia: guarda caso i luoghi dei crimini coloniali dell’imperialismo tricolore, in epoca sia liberale che fascista. L’imperialismo torna sempre sui luoghi del delitto.

Qui il cerchio si chiude. La nuova corsa all’Africa delle potenze imperialiste vecchie e nuove è e sarà un nuovo fattore di saccheggio delle risorse e dei popoli del continente nero. Per questo le migrazioni bibliche continueranno, assieme alle barriere poliziesche che vorrebbero impedirle o bloccarle, col seguito annunciato di nuovi orrori e sofferenze. Il sostegno di Francia, Germania, Italia e Spagna alla nuova forza militare congiunta di Niger, Ciad, Mali, Mauritania, per “contrastare il flusso migratorio” è solo un nuovo paragrafo di questo lungo libro.

“Aiutiamoli a casa loro”, recita il mantra della propaganda dominante, sulle labbra di Renzi, Di Maio, Salvini. Ma il sottotesto vero è un altro: segreghiamoli in casa loro, con porte e finestre sbarrate da nostri gendarmi e da poliziotti locali, e contemporaneamente occupiamo noi quella casa, come già facemmo per secoli , spartendoci il bottino. Milioni di africani segregati nella propria terra lavoreranno al servizio dei nostri capitali in cambio di salari miserabili e con orari di lavoro massacranti. Come già avviene nelle miniere d’oro e di diamanti di Niger e Congo, nei campi sterminati del Kenya e dell’Angola, nelle fabbriche tessili di Etiopia ed Eritrea. Spesso con donne e bambini, privati del diritto alla vita e al futuro. Spesso sotto bandiera tricolore.

Altro che difesa della “sovranità nazionale dell’Italia” contro “il dominio tedesco”, come rivendicano i nazionalisti di tutte le risme, inclusi i nazionalisti “di sinistra” che giurano sulla Costituzione italiana.

Il lavoro sporco è la natura stessa dell’imperialismo, a partire dal nostro.
Solo una rivoluzione socialista potrà voltare pagina. In Italia, in Europa, in Africa, ovunque.

26 dicembre 2017

Partito Comunista dei Lavoratori

Sorgente: Il lavoro sporco dell’Italia in Africa :: Il pane e le rose – classe capitale e partito

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