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Lavoro, l’ascesa degli anziani: perché i giovani sono tagliati fuori – Lettera43.it

Nel 1993 l’età media degli occupati era 37,7 anni. Nel 2017 è di 42,9. E nel 2036 sfiorerà i 45. Così perde l’innovazione. L’analisi Istat e i numeri su chi ci rimette in questo squilibrio demografico.

Tra 12 mesi scatta l’innalzamento generalizzato di cinque mesi dell’età pensionabile, a lungo discusso e contrastato dai sindacati. Ma gli effetti della mutazione demografica sul mondo del lavoro sono in azione già adesso, in gran parte indipendenti da queste riforme. E nei prossimi anni alimenteranno un cambiamento drammatico del panorama occupazionale italiano. Basta un numero: se nel 1993 l’età media di un lavoratore era di 37,7 anni, nel 2017 è di 42,9 e le stime indicano che è destinata a salire ancora fino a sfiorare i 45 anni (44,9) nel 2036.

UNDER 34, INESORABILE CALO. Le stime sono contenute nel primo rapporto “Il mercato del lavoro: verso una lettura integrata”, documento comune di Istat, Inps, Inail, Anpal e ministero del Lavoro. In particolare la classe d’età dei lavoratori tra i 55 e i 69 anni è quella interessata dalla crescita, mentre caleranno i lavoratori tra i 35 e i 54 anni e gli under 34.

MENO 3 MILIONI DI OCCUPATI. Spiega l’Istat: «Nei prossimi 20 anni è altamente probabile che l’Italia perderà 3 milioni e mezzo di individui in età lavorativa (15-69 anni), con un decremento più consistente della classe adulta (-24,7% nella fascia d’età 35-54 anni) e giovane (-7,4% in quella con meno di 35 anni), e un incremento atteso nella classe d’età più matura (+17,6%)».

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L’effetto è un progressivo assottigliamento delle classi di età più giovani sui luoghi di lavoro, cioè di quelle persone che sono più propense all’innovazione e il cui grado di scolarizzazione è maggiore.

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Quale impatto avrà tutto questo sull’economia italiana, come si chiede in un tweet il direttore di Fondazione Adapt Francesco Seghezzi, non è semplice definirlo, anche se certamente interroga le scelte del prossimo governo su immigrazione, politiche a sostegno della natalità e dell’occupazione giovanile.

IL MERCATO ACCENTUA LO SQUILIBRIO. Quello che però sappiamo per certo dall’analisi di Istat è che il terremoto solo in parte è dovuto allo squilibrio demografico italiano, come dimostra il fatto che tra il 1993 e il 2016 l’invecchiamento della forza lavoro è stato pari a 5,2 anni contro il +3,2 dell’intera popolazione. Vuol dire, insomma, che fino a oggi il mercato del lavoro ha accentuato il mutamento demografico, buttando fuori i giovani.

MALE SOPRATTUTTO PA E ISTRUZIONE. «Il tasso di occupazione, che non risente della componente demografica, per i 15-34enni passa dal 50,2% nel 1993 al 39,9 nel 2016, mentre per i 55-64 anni sale dal 29,8 al 50,3%», compiendo così il fatale sorpasso. Il fenomeno è particolarmente evidente nella pubblica amministrazione e nell’istruzione dove i blocchi delle assunzioni hanno portato a un’età media oltre i 48 anni.

Istat Lavoro

Sorgente: Lavoro, l’ascesa degli anziani: perché i giovani sono tagliati fuori – Lettera43.it

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