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La tregua del Natale 1914  | controappuntoblog.org

Note di Guerra : Natale in trincea –

L’Antimilitarismo nel movimento operaio in Italia

Capitolo esposto alla riunione di Viareggio, giugno 2006.

Disfattismo proletario in atto
È scritto nel Manifesto del Partito Comunista: «La borghesia ha prodotto, nel corso del suo nemmeno centenario dominio di classe, forze produttive più massicce e colossali di tutte le altre generazioni precedenti. Soggiogamento delle forze della natura, macchine, impiego della chimica nell’industria e nell’agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi continenti, navigabilità dei fiumi, popolazioni intere fatte nascere dal nulla: quale secolo passato poteva mai immaginare che nel seno del lavoro sociale si celassero simili forze produttive? (…) La moderna società borghese (…) può essere paragonata all’apprendista stregone incapace di controllare le potenze infernali da lui stesso evocate (…) I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi hanno prodotto. Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con l’annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall’altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi. In che modo, dunque? Determinando crisi più generalizzate e più violente e riducendo i mezzi necessari a prevenire le crisi stesse. Le armi con cui la borghesia ha annientato il feudalesimo si rivoltano ora contro la borghesia stessa. Ma la borghesia non ha solo forgiato le armi che la uccidono; ha anche prodotto gli uomini che imbracceranno queste armi: i lavoratori moderni, i proletari».

La guerra è la ineluttabile conseguenza della società capitalistica e del suo modo di produzione. Rappresenta la sua massima contraddizione: per la conservazione della sua economia il capitale è costretto alla guerra e ad armare il proletariato, lo storico suo becchino. Ma nello stesso tempo rappresenta anche la temporanea soluzione alle sue contraddizioni, tramite lo sterminio fisico di questi suoi potenziali becchini.
Solenni impegni traditi

Di fronte al pericolo dello scoppio di una guerra europea, il Bureau dell’Internazionale socialista, nell’ottobre 1912, aveva lanciato il seguente appello: «Che il proletariato insorga contro la politica guerrafondaia con tutta la forza della sua organizzazione, con la sua azione di massa, che gridi all’unisono, che mostri con ogni suo atto che non si lascerà trascinare in conflitti inutili e cruenti». Ed il mese successivo, al congresso di Basilea, dopo avere ribadito lo stesso concetto («Invita i lavoratori di tutti i paesi ad opporre all’imperialismo capitalista la forza della solidarietà internazionale del proletariato»), lanciava un duro monito alle classi capitaliste di tutti i paesi: «Sappiano i governi che, nell’attuale condizione dell’Europa e nell’attuale stato d’animo della classe operaia, essi non potrebbero, non senza pericolo per se stessi, scatenare la guerra. Si ricordino che la guerra franco-tedesca ha provocato l’esplosione rivoluzionaria della Comune, che la guerra russo-nipponica ha messo in moto le forze rivoluzionarie del popolo russo. Si ricordino che il disagio provocato dall’aumento delle spese militari e navali, ha dato ai conflitti sociali in Inghilterra e in Europa un’asprezza insolita ed ha scatenato imponenti scioperi».

È vero che il Manifesto di Basilea non lanciava alcuna precisa parola d’ordine su quale dovesse essere l’azione concertata, a livello internazionale, contro la guerra. Di sciopero generale, ad esempio, non si parlava. Ma il ricorso allo sciopero generale come estrema risorsa contro la guerra non era escluso, e neppure l’insurrezione.

Tutti questi solenni impegni furono traditi allo scoppio della Prima Guerra.

È del tutto falsa la tesi secondo cui, nel 1914, i partiti socialisti della Seconda Internazionale non furono in grado di fermare la guerra imperialista. La verità è che essi contribuirono efficacemente alla sua realizzazione, e senza il loro concorso gli Stati capitalisti non avrebbero potuto inviare decine di milioni di lavoratori a marcire nel fango delle trincee lasciando le loro giovani vite a milioni aggrappate ai reticolati di filo spinato.

Mentre i partiti della Seconda Internazionale, tranne rarissime eccezioni, facevano fronte comune con i propri Stati nazionali, e quindi, per quanto possa a prima vista sembrare assurdo, con l’imperialismo internazionale; mentre i partiti tradivano, ovunque il proletariato in divisa militare, al contrario, dava prova di muoversi, in modo spontaneo, nel senso di concreto internazionalismo di classe.

In tutti i fronti di guerra, indistintamente, fino dal Natale del 1914 si verificarono innumeri episodi di fraternizzazione e di tregua. Il succedersi degli anni di guerra non fiaccò lo spirito di rivolta del proletariato al fronte e nel fatidico 1917 non vi fu un solo fronte militare, un solo esercito che non fosse attraversato dal fenomeno dello sciopero militare, dell’ammutinamento, della rivolta.

Ripercorrere, anche soltanto per sommi capi, tutta la serie di queste ribellioni proletarie sarebbe impossibile. Qui ci limitiamo a riferire brevemente soltanto di tre: la tregua del Natale 1914 sul fronte occidentale; l’ammutinamento dell’esercito francese nel 1917 e l’insurrezione a seguito della Caporetto italiana. Episodi che rappresentano però quello che era un spirito generalizzato di rivolta, una volontà di farla finita con la guerra, e, inconsciamente, con il regime che l’aveva generata e con la classe che l’aveva voluta.

Tutti sapevano che, visto “dal basso”, sarebbe bastato veramente poco per impedire la guerra, per trasformare la guerra tra Stati in guerra tra le classi, sarebbe bastato mettere in pratica il consiglio di George Bernard Shaw: «I soldati di tutti gli eserciti avrebbero dovuto sparare ai loro ufficiali, e poi tornarsene a casa» (New Statesman, 14 agosto 1914).

Quello che vi manca è la “vista dall’alto”, dall’altezza del partito politico internazionale di classe. Sì, la risposta da dare alle classi borghesi sarebbe stata “semplicemente” quella che i proletari non hanno patria e che i partiti aderenti all’Internazionale Socialista perseguono l’obiettivo della rottura dei fronti interni e della fraternizzazione fra i proletari degli opposti eserciti (Negando ogni adesione alla guerra sarebbe automaticamente venuta a cadere qualsiasi discriminante tra guerra di difesa e guerra di offesa, sarebbe venuto meno il pericolo che da tali false distinzioni potesse passare la giustificazione alla adesione ai fronti nazionali). Ma non poteva bastare “il tutti a casa”, nelle tragedie della Prima come della Seconda Guerra.
Natale 1914 sul Fronte occidentale

Durante la settimana velica di Kiel, del giugno 1914, l’Imperatore tedesco Guglielmo II si era fatto fotografare nella divisa da ammiraglio britannico, orgoglioso di “indossare l’uniforme portata da Nelson”. L’Imperatore, infatti, non soltanto era Colonnello onorario dei Dragoni britannici, ma era anche Ammiraglio della Royal Navy. Per contro, il cugino, Giorgio di Inghilterra era Ufficiale del Primo Reggimento delle Guardie Prussiane. Quattro anni prima, in occasione delle esequie di Re Edoardo, Guglielmo II aveva ufficialmente affermato: “L’Inghilterra è la mia seconda Patria!”

Nemmeno due mesi dopo i proletari dei due paesi, inquadrati in opposti eserciti, avrebbero avuto l’ordine di trucidarsi a vicenda senza alcuna pietà. Ed ogni atto di umanità e di fraternizzazione sarebbe stato considerato come tradimento, e come tale passibile della massima punizione. La fraternizzazione fra gli opposti eserciti, nella guerra imperialista, costituisce infatti il peggiore dei crimini ed il maggiore dei pericoli.

Malgrado la ipocrita Convenzione di Ginevra regolasse minuziosamente il trattamento dei prigionieri e dei feriti, su istigazione ed incitamento delle gerarchie militari era diventata usuale prassi di guerra quella di uccidere i nemici evitando di fare prigionieri; non solo, addirittura si ordinava di lasciare morire, a volte anche dopo giorni di sofferenze, i propri feriti nella terra di nessuno, piuttosto che concordare con il nemico un cessate il fuoco per trarli in salvo.

Benedetto XV, che a tutti gli Stati belligeranti aveva proposto una tregua in occasione del Natale 1914, venne definito da George Clemenceau come “il Papa dei boches” e, dal Feldmaresciallo Generale Erich von Ludendorff, “il Papa dei francesi”. Gli inglesi non lo presero nemmeno in considerazione poiché avevano una Chiesa in proprio con un clero statutariamente dipendente dal loro Re e della loro Patria. Comunque sia, esattamente come i loro colleghi protestanti, i cappellani militari cattolici, nelle messe celebrate sul campo, evitavano ogni minimo accenno ai messaggi provenienti dal Romano Pontefice, anzi esortavano i soldati a “compiere il loro dovere”, ossia a versare il loro e l’altrui sangue a gloria delle rispettive Patrie.

«Mi domando – scriveva l’allora Ministro della Marina Britannica, Winston Churchill – mi domando che cosa potrebbe mai accadere se all’improvviso gli eserciti entrassero contemporaneamente in sciopero e decidessero che bisogna trovare un altro sistema per comporre la disputa?». Ebbene, quello sciopero temuto non tardò ad arrivare e l’occasione venne data dalla ricorrenza natalizia.

In una lettera del 29 dicembre 1914 ai propri genitori il fuciliere Ernest Morley raccontava del piano escogitato dagli ufficiali inglesi per il giorno della vigilia di Natale: intonare nelle trincee canti natalizi in modo da indurre nei soldati tedeschi sentimenti di malinconia e di relativa tranquillità per attaccarli poi di sorpresa. «A tre corali avrebbero dovuto seguire cinque salve di fuoco (…) Poi, però – continua la lettera – con grande sorpresa udimmo salire un canto, una sorta di risposta dalle loro trincee. Quindi cominciarono a gridarci di uscire fuori. Così bloccammo i preparativi per la fase due: le ostilità. Gridavano “A merry Christmas, English, we are not shooting tonight”. Noi rispondemmo gridando un messaggio simile. Dopo un breve scambio di esclamazioni, quelli sistemarono le luci. Anche noi. Presto le due linee di fronte sembravano come illuminate a festa. Lampade e candele in fila. Noi facemmo come loro (…) Si diressero verso di noi gesticolando. Noi ci dirigemmo loro incontro. Provammo il piacere assolutamente folle di chiacchierare con uomini che avevano fatto del loro meglio per ammazzarci… e noi con loro. Scambiai una sigaretta con un sigaro, alcuni di loro parlavano inglese e chiacchierammo a lungo» (Riportato da Michael Jürgs in La Piccola Pace nella Grande Guerra).

Questo fu un fatto per niente isolato. Il maggior numero di episodi di fraternizzazione si verificò per una linea di fronte lunga una cinquantina di chilometri intorno ad Ypern, tra Diksmuide e Neuve Chapelle. Ma per tutto intero il fronte occidentale, su due linee di trincea quasi parallele dal Mare del Nord fino al confine svizzero, salvo rare eccezioni, non solo non si sparò, ma si verificarono spontaneamente veri tripudi di fraternizzazione.

Nella maggior parte dei casi l’iniziativa venne presa da coloro che la storia ufficiale ha voluto rappresentare come “gli aggressori”, “i barbari”, dagli “unni”, come venivano chiamati con disprezzo, oppure bochesfritzenjerries, insomma, dai soldati tedeschi.

Al canto corale di Stille Nacht venivano disposti lungo i bordi delle trincee alberini di natale illuminati da candele accese, poi seguivano gli auguri ai fratelli di classe che il capitalismo aveva schierato nella trincea opposta. Non appena dall’altro fronte veniva risposto con altri auguri ed altri canti si passava allo scambio di doni lanciando, da una trincea all’altra pacchetti di sigari, sigarette, carne in scatola, cioccolata. I più ardimentosi con circospezione uscivano dalle trincee e si incamminavano con cautela nella terra di nessuno in direzione del nemico. A poco a poco dall’opposta trincea era fatto altrettanto, fino a che, passati pochi istanti di esitazione da sottoterra emergevano centinaia di uomini alla volta. Le trincee si svuotavano e la terra di nessuno diveniva improvvisamente la terra di tutti. I soldati si trovavano di fronte ai loro nemici e guardandoli, come in uno specchio vedevano loro stessi. Prima una timida stretta di mano poi lo scambio di doni: soprattutto sigari, sigarette e tabacco. Dopo l’entusiasmo del primo incontro, generalmente gli ufficiali dei due schieramenti fissavano una tregua per il giorno successivo per seppellire i cadaveri che giacevano in putrefazione sul terreno fra le due trincee. Ognuno avrebbe seppellito i propri morti, ma anche quel pietoso dovere veniva svolto insieme e insieme si partecipava alle preghiere per i defunti. Terminate le sepolture i soldati tornavano a comunicare come potevano oppure semplicemente mostrando gli uni agli altri le fotografie dei familiari, la moglie, i figli. L’operaio di Glasgow o di Liverpool si riconosceva fratello a quello di Amburgo ed in segno di amicizia si scambiavano gli indirizzi.

Il soldato francese Gustave Bether, scriveva a casa dei tedeschi: «Odiano fare la guerra esattamente come noi. Sono sposati così come lo sono io, lo hanno visto dalla mia fede nuziale, e vogliono una sola cosa, tornarsene a casa il più presto possibile. Mi hanno regalato un pacchetto di sigari ed una scatola di sigarette, e io gli ho dato una copia di Le petit Parisien in cambio di un giornale tedesco». Chi ha una macchina fotografica la tira fuori e tutti corrono a farsi immortalare in gruppi misti, nemici sorridenti, gli uni abbracciati agli altri.

Si formano squadre di calcio. In una delle numerosissime lettere dal fronte si legge: «Sul campo congelato era una bella impresa. Uno di noi aveva con sé la macchina fotografica. Allora i calciatori delle due squadre si ordinarono rapidamente in un gruppo, sempre a file allegramente multicolori, con il pallone al centro». Lo stesso The Times, il giorno di capodanno 1915 dava notizia di una di queste partite di calcio, dovendo amaramente ammettere la vittoria dei tedeschi.

I soldati tedeschi, in occasione del Natale erano stati letteralmente sommersi dai cosiddetti “doni d’amore” provenienti dal loro paese: tabacco, cibo, vino, nonché berretti di lana, sciarpe, guanti. Ai loro occhi i francesi appaiono «malnutriti e sembrano vestiti miseramente» ed accettano di buon grado il tabacco che viene loro offerto. Nella condizione peggiore si trovavano i soldati belgi: il paese era invaso e loro completamente tagliati fuori dalle proprie famiglie. Non erano nemmeno in grado di inviare e ricevere la corrispondenza. I rifornimenti da casa, i pacchi dono non gli arrivavano, quindi anche loro accettavano con entusiasmo i doni offerti dal nemico invasore e ne approfittavano per scrivere a casa dando ai tedeschi l’incombenza di inoltrare la posta. Un soldato tedesco annotava nel suo diario: «I belgi ci hanno dato alcune cartoline, da venti a quaranta, alcuni anche brevi lettere da inoltrare ai loro congiunti a Bruxelles e così via, cosa che noi effettivamente faremo nel limite del possibile, sempre che le autorità ce lo permettano».

La tregua spontanea dura giorni, quasi ovunque fino al nuovo anno, spesso arriva all’Epifania, in alcuni luoghi perfino delle settimane. Dopo gli incontri, al momento di ritornare alle rispettive trincee, i soldati si mettono d’accordo di non spararsi nemmeno il giorno seguente e, nel caso fossero stati costretti a farlo dai loro ufficiali, avrebbero sparato in aria.

Il 31 marzo 1930, alla Camera Alta del Parlamento inglese il deputato liberale Murdoch McKenzie Wood, ex Maggiore del VI Battaglione dei Gordon Higlanders, con grande stupore sia dei compagni di partito sia degli avversari affermava: «Nelle fasi iniziali della guerra, nel natale del 1914, mi trovavo nelle trincee lungo il fronte e partecipai all’allora universalmente noto cessate il fuoco. Abbandonammo le nostre postazioni e stringemmo la mano ai nostri nemici tedeschi. Molte persone pensano certamente che abbiamo compiuto un atto indecoroso, infamante. Ora qui non intendo affatto discutere di questo. Lo compimmo e basta, e allora mi feci l’opinione, che da allora mi si è ulteriormente rafforzata, che se ci avessero lasciato stare, non sarebbe stato sparato davvero più un solo colpo. Questo cessate il fuoco durò 14 giorni. Stringemmo rapporti amichevoli tra noi e fu solo perché eravamo controllati da altri che fummo costretti a cercare di nuovo di ammazzarci a vicenda».

In una situazione del genere e su di un fronte lungo centinaia di chilometri, per mettere fine allo sciopero militare, a quella incantata pace di Natale, sarebbero bastati pochi colpi di fucile o una sventagliata di mitragliatrice. Ma nessuno volle, o poté, sparare il primo colpo.

Il caporale Adolf Hitler che si trovava al fronte considerò una vergogna che dei soldati tedeschi stringessero la mano ai nemici inglesi anziché sparagli addosso, ma i suoi commilitoni bavaresi non diedero ascolto ai rimproveri dell’austriaco. Il futuro Führer, nel Mein Kampf si guardò bene di fare cenno della fraternizzazione tra i proletari degli opposti schieramenti e descrisse scene di tutt’altro genere. «Poi nelle Fiandre scende una notte umida e fredda (…) attraverso la quale marciamo in silenzio e quando il giorno inizia a liberarsi dalla nebbia (…) da duecento bocche riecheggia il primo Hurrà al Primo messaggio di morte (…) Ma da lontano giungono al nostro orecchio le note di un canto e, proprio mentre la morte comincia ad accanirsi contro le nostre file, il canto raggiunge anche noi (…) e allora noi continuiamo a ripeterlo, Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt…»

Dal Journal de Marche et Opérations di un Reparto francese: «28 dicembre 1914. Calma su tutto il fronte. A Bois Touffu abbiamo seppellito otto francesi morti, che il 29 novembre erano caduti troppo vicino alle trincee tedesche per poterli recuperare. 29 dicembre 1914. I bavaresi continuano a non spararci e ci avvertono quando si avvicinano gli ufficiali. Sfruttiamo la tregua per rinforzare il nostro reticolato di filo spinato. 30 dicembre 1914. Discussione tra gli ufficiali sul morale delle rispettive truppe. Quello dei tedeschi sembra a terra. Scambio di giornali e di cartoline d’auguri per il nuovo anno. 31 dicembre 1914. Il cessate il fuoco prosegue. I bavaresi ci lasciano lavorare indisturbati. A una condizione: non dobbiamo tagliare il loro reticolato. A mezzanotte spariamo tutti in aria per salutare in nuovo anno».

L’entusiasmo è tale che tutti, in quei giorni, scrivono a casa per informare del “miracolo di Natale”, del cessate il fuoco, dei canti, degli incontri nella terra di nessuno, dello scambio di doni, delle partite di calcio. Alle lettere vengono allegate le fotografie che documentano quello che potrebbe sembrare pura allucinazione.

In Inghilterra tutti i giornali, dai più prestigiosi alle minuscole gazzette di provincia, pubblicano le lettere dei soldati in cui si narrano questi episodi e le fotografie che li provano. In Germania, all’inizio, la censura imperiale non impedì la pubblicazione, nei giornali locali, delle lettere dal fronte; in fondo vi si leggeva che l’iniziativa era partita dai tedeschi a dimostrazione della loro maggiore umanità rispetto al nemico. Tuttavia questa libertà durò poco. In Francia invece niente di quanto era accaduto al fronte riuscì a trapelare. Sui giornali francesi venne scritto che ai tedeschi, che avevano cantato le loro canzoni natalizie, da parte francese era stato gridato: “Chiudete la bocca porci tedeschi!”

Il “quarto potere”, la stampa, veniva usata come un’arma, né più né meno, essenzialmente ad uso interno. Tutte le nazioni belligeranti avevano stabilito delle regole di censura molto dettagliate e rigide, sebbene, rispetto alla nostra attuale “libertà di informazione”, fossero abbastanza puerili e con poco sforzo potessero essere aggirate, quando ce ne fosse stata la volontà. Regola universale di tutti i paesi era che fotografie e disegni dei propri caduti non dovessero essere mai mostrati, i morti altrui il meno possibile e, casomai, non in primo piano. Era ammessa nei disegni dei rotocalchi solo la morte “eroica”. La morte reale, quella nel fango, i corpi dilaniati, i cadaveri in putrefazione divorati dai ratti, non si doveva mostrare.

Al contrario erano particolarmente gradite le fotografie che mostravano gli orrori commessi dal nemico, ed in mancanza di fotografie si ricorreva ai disegni propagandistici. Uno fra i tanti della propaganda alleata mostrava un prussiano con l’elmo chiodato, un “unno”, che trafiggeva con la baionetta un bambino innocente disteso a terra.

In Germania per inviare reportage dal fronte ci voleva una speciale autorizzazione che veniva concessa dal competente Stato Maggiore III/b. I corrispondenti potevano recarsi nei paesi occupati, accompagnati da ufficiali dell’esercito, ma mai direttamente al fronte ed i loro articoli e fotografie dovevano preventivamente passare al vaglio della censura militare. In Germania non venne pubblicata nemmeno una fotografia della fraternizzazione degli eserciti. Il 27 gennaio 1915 l’Imperatore Guglielmo II elogiò con queste parole i corrispondenti di guerra: «Vi faccio i miei complimenti. Scrivete in modo davvero straordinario. Leggo molto volentieri i vostri articoli. Hanno uno slancio patriottico. È molto positivo anche per i nostri uomini nelle trincee, se possiamo spedire loro cose simili».

In Inghilterra, fin dall’agosto era stata emanata una legge di censura, la Defense of the Realm Regulations Act. L’articolo 153 prevedeva che le fotografie potessero essere riprodotte solo con didascalie e se preventivamente approvate. Ma i giornali inglesi aggirarono molto spesso le imposizioni della censura. L’azione della censura fu invece rigorosissima in Francia, dove venne proibito nel modo più assoluto ogni tipo di pubblicazione che potesse avere un effetto negativo sulla sicurezza interna. Il concetto di fraternité venne messo al bando e ai soldati fu imposto di tacere sull’accaduto. La corrispondenza alle famiglie venne minuziosamente filtrata dalla censura e tutte le pellicole impressionate, testimonianti la Trêve de Noël vennero sequestrate. I giornali anziché pubblicare le lettere dei poilus sulla realtà del fronte facevano a gara nel ricordare che qualunque tipo di fraternizzazione con il nemico «finirà davanti alla corte marziale e verrà sanzionata con la pena di morte» (Le Matin, citato in La piccola Pace…).

Voci delle fraternizzazione arrivano, prima frammentarie e contraddittorie, poi sempre più insistenti ai quartieri generali delle varie armate: tedesca, inglese, francese. All’inizio non viene dato peso alle notizie, mentre i generali sono intenti, al sicuro delle retrovie, a festeggiare il Natale e ad alzare i calici per brindare alla futura vittoria. Soltanto i giorni successivi, smaltite le sbornie, si rendono conto della gravità della situazione e tutti quanti si mettono a studiare le misure repressive da mettere in atto perché episodi simili non abbiano a ripetersi.

Intanto ai vari Quartieri Generali arrivava notizia che le fraternizzazioni andavano avanti e gli ufficiali impegnati in prima linea, lungi da reprimerle, non solo le tolleravano ma il più delle volte le autorizzavano, vi prendevano parte, le concordavano con i pari grado nemici.

Ma anche quando i contatti fisici tra i soldati delle trincee contrapposte divennero impossibili a causa delle minacce repressive, i soldati continuarono a rifiutare di ammazzarsi. I cecchini sbagliavano volutamente mira: un tiratore scelto che mancava un bersaglio troppo facile veniva insultato dai superiori, ma poiché non era possibile dimostrare che lo avesse fatto intenzionalmente poteva sperare di restare impunito. Oppure si riferisce di un messaggio tranquillizzante di questo tipo, trasmesso da una trincea tedesca agli inglesi: «Cari commilitoni, vi devo informare che, da questo preciso momento, ci è proibito di incontrarci con voi là fuori. Nel caso in cui dovessimo essere costretti a sparare, mireremo sempre troppo in alto (…) Offrendovi ancora qualche sigaro, cordialmente vostro…». Nel diario di un Reggimento francese si legge: «Due gennaio: Sono profondamente dispiaciuti di non poter più parlare con noi da questo preciso momento. I loro ufficiali glielo hanno severamente proibito. Tre gennaio: Calma su tutta la linea. Di tanto in tanto spuntano soldati bavaresi sopra il parapetto. Quattro gennaio: giornata tranquilla. Soltanto alcune discussioni frettolose con i bavaresi, prima che i loro ufficiali se ne accorgano». Soltanto a partire dal 14 gennaio, è scritto nell’ultima annotazione del diario, la guerra riprese violenta.

Per i soldati francesi i divieti contro i tentativi di fraternizzazione sono più severi rispetto a quelli tedeschi od inglesi e dal Quartiere Generale si ordina telefonicamente agli ufficiali di intervenire immediatamente ed in caso di necessità di «sparare semplicemente addosso» a coloro che fraternizzano

Fin dal gennaio 1915 scattarono le prime denunce ai Tribunali militari con l’accusa di viltà di fronte al nemico. Da tutti quanti gli Stati Maggiori vennero emessi ordini del giorno in cui si ricordava l’assoluta proibizione non solo di avere contatti con il nemico, ma perfino di mantenere un prolungato cessate il fuoco. Gli ufficiali sarebbero stati considerati responsabili di ogni atto di insubordinazione e di conseguenza sarebbero stati deferiti ai Tribunali militari

Un Generale di Corpo d’Armata tedesco, dopo la guerra, riconoscendo che vi erano stati molti casi di insubordinazione nell’esercito («sarebbe una falsità affermare che tra le nostre file la disciplina sia stata ovunque buona (…) Le circostanze della guerra non erano adatte a favorire la disciplina») esprimeva il parere che l’unico sistema per scongiurare il dilagare dell’insubordinazione fosse rappresentato dalle misure di repressione le più severe possibili ed ebbe quindi parole di elogio nei confronti delle Corti marziali britanniche e francesi che avevano comminato senza pietà condanne a morte per insubordinazione e le avevano prontamente eseguite, mentre loro, i tedeschi, si erano dimostrati troppo teneri: «venendo incontro a una sollevazione del parlamento tedesco, durante la guerra un gran numero di pene previste dal codice di procedura penale militare venne attenuato» (La Piccola Pace…).

Infatti, a fronte delle 18 fucilazioni belghe e della cinquantina tedesche per “viltà di fronte al nemico”, le due nazioni campioni di democrazia e libertà, ossia Francia ed Inghilterra, condannarono e fucilarono centinaia di loro soldati sul fronte occidentale.

Gli ordini marziali con cui si voleva impedire il ripetersi di simili atti, formulati nelle diverse lingue, furono pressoché identici. I governi ed i capi militari vivevano nel terrore, ora che sembrava di colpo svanito l’odio tra i soldati nemici così per tanto tempo alimentato. Quindi gli ordini furono che si sarebbe dovuto sparare immediatamente sia su ogni nemico che si fosse arrischiato ad uscire dalle trincee, sia sui commilitoni che avessero fatto altrettanto. In modo particolare e con ancora maggiore severità sarebbero stati puniti atti di fraternizzazione nei confronti del nemico (grida di richiamo, canti, semplici gesti di amicizia) se compiuti in particolari ricorrenze: Natale, Pasqua, etc…

In occasione del Natale 1915 lo Stato Maggiore tedesco emanò questa direttiva: «Ogni tentativo di fraternizzazione con il nemico, come per esempio un accordo tacito di non spararsi a vicenda, visite reciproche, scambio di informazioni, come accaduto l’anno scorso a Natale e a Capodanno, è con la presente severamente proibito. Le contravvenzioni saranno considerate alto tradimento». Non canti né luci natalizie ma fuoco senza pietà su tutto ciò che dall’altra parte si muovesse. Nel caso che soldati fossero usciti dalle trincee nemiche si suggeriva di farli avvicinare il più possibile e poi sottoporli ad un inteso fuoco di sbarramento, mentre i tiratori scelti avrebbero dovuto colpire in modo mirato.

Eppure, nonostante tutte queste disposizioni terroristiche, anche nel Natale 1915 si verificarono molti casi di cessate il fuoco e, dove possibile, di fraternizzazione.

La tregua del Natale 1914 scaturì spontaneamente dal desiderio di pace del proletariato delle diverse nazioni che vedeva nel soldato costretto a marcire nella trincea opposta non un nemico, ma un fratello di classe e di sventura. Si trattò di un atto del tutto pacifico ed incruento, ma allo stesso tempo, sebbene inconsciamente, di segno rivoluzionario. E questo significato fu ben compreso dagli Stati Maggiori militari e dai governi borghesi che, specialmente quelli dei più insigni Stati democratici, decisero di schiacciare nel sangue perché sapevano che alla fraternizzazione sarebbe potuta seguire la rivoluzione.

La piccola pace del Natale 1914 infatti sarà il preludio dello sciopero militare che, tre anni dopo, interessò la quasi totalità dell’esercito francese.
Cosa per Lenin sarebbe stato allora necessario

Pochi mesi dopo Lenin scrive in Il Socialismo e la Guerra: «I giornali borghesi di tutti i paesi belligeranti hanno citato casi di fraternizzazione fra i soldati delle nazioni belligeranti, persino nelle trincee. E gli ordini draconiani delle autorità militari (Germania, Inghilterra) contro simili fraternizzazioni dimostrano che i governi e la borghesia vi hanno attribuito una grande importanza.

«Se, nonostante il completo dominio dell’opportunismo negli alti ranghi dei partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale e nonostante l’appoggio dato al socialsciovinismo da tutta la stampa socialdemocratica e da tutte le autorità della Seconda Internazionale, sono stati possibili dei casi di fraternizzazione, questo dimostra quali possibilità vi sarebbero di abbreviare l’attuale guerra schiavista, delittuosa e reazionaria, e di organizzare un movimento rivoluzionario internazionale, con un sistematico lavoro in questa direzione, compiuto anche solo dai socialisti di sinistra di tutti i paesi belligeranti.

«Come primi passi sulla via della trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile, bisogna indicare: 1) il rifiuto assoluto di votare i crediti di guerra e l’uscita dai ministeri borghesi; 2) la rottura completa con la politica della “pace civile” (bloc nationalBurg-frieden); 3) la creazione di organizzazioni illegali in quei paesi nei quali il governo e la borghesia, proclamando lo stato d’assedio, aboliscono le libertà costituzionali; 4) l’appoggio alla fraternizzazione dei soldati delle nazioni belligeranti nelle trincee e, in generale, sui teatri della guerra l’appoggio ad ogni specie di attività rivoluzionaria di massa del proletariato in generale».

E nel maggio-giugno Lenin scrive in Il fallimento della Seconda Internazionale: «Kautsky si sforza di battere i suoi avversari di sinistra attribuendo loro delle assurdità; essi porrebbero il problema in questo modo: “in risposta” alla guerra, “le masse”, “in 24 ore”, avrebbero dovuto fare la rivoluzione, instaurare “il socialismo” contro l’imperialismo; altrimenti “le masse” avrebbero dato prova di “mancanza di carattere” e di “tradimento”. Ma queste sono semplicemente sciocchezze con le quali gli ignoranti autori di libercoli borghesi e polizieschi “battevano” finora i rivoluzionari; e ora Kautsky se ne fa anche lui vanto. Gli avversari di sinistra di Kautsky sanno benissimo che la rivoluzione non si può “fare”, che le rivoluzioni sorgono dalle crisi e dai rivolgimenti storici obiettivamente maturi (indipendentemente dalla volontà dei partiti e delle classi), che le masse senza organizzazione sono prive di una volontà comune, che la lotta contro la potente organizzazione terroristica e militare degli Stati centralizzati è cosa lunga e difficile. Le masse, nel momento critico, non potevano far nulla di fronte al tradimento dei loro capi, mentre “il manipolo” di questi capi aveva la piena possibilità e il dovere di votare contro i crediti, di prendere posizione contro “la pace civile” e contro la giustificazione della guerra, di pronunciarsi per la disfatta dei propri governi, di organizzare un apparato internazionale per la propaganda della fraternizzazione nelle trincee, di organizzare la stampa illegale che affermasse la necessità di passare alle azioni rivoluzionarie, ecc.

«Kautsky sa benissimo che i socialdemocratici di sinistra tedeschi si riferiscono appunto a queste azioni, o, meglio, ad azioni simili, e che essi non possono parlarne direttamente, apertamente, a causa della censura militare. Il desiderio di difendere a qualunque costo gli opportunisti spinge Kautsky a una bassezza senza precedenti, quando, mettendosi al sicuro dietro le spalle dei censori militari, attribuisce ai socialdemocratici di sinistra delle stupidità evidenti, nella certezza che i censori impediranno che egli sia smascherato».
La risposta borghese: il massacro indiscriminato

La Conferenza internazionale di Zimmerwald, che si tenne nel settembre del 1915 ad opera dei socialisti italiani e svizzeri, dando forma all’opposizione alla guerra, lanciò un appello vibrante di denuncia degli scopi capitalisti ed imperialisti del conflitto, e pubblicò un Manifesto divenuto punto di riferimento di tutte le volontà tese alla cessazione immediata del massacro.

Da allora il malcontento, all’inizio nascosto e timoroso, non aveva cessato di crescere e manifestarsi, qualche volta perfino con audacia. Nel 1916 cominciarono gli scioperi. L’alternativa posta da Lenin – Guerra o Rivoluzione – guadagnava terreno di giorno in giorno.

Una seconda Conferenza, tenuta a Kienthal, nel maggio del 1916, ottenne il decisivo risultato di costringere i parlamentari socialisti a rifiutare i crediti di guerra ai loro governi. La corrente di opposizione alla guerra ingrossava sempre più, anche se ci vollero ancora due anni prima che fosse possibile imporre agli Stati imperialisti la cessazione del conflitto.

Sul fronte occidentale da un lato all’altro delle opposte trincee continuava il lancio di messaggi di fraternizzazione e di esortazione a non continuare la guerra. Lo Stato Maggiore tedesco segnalava al proprio governo defezioni sempre più numerose ed il “deplorevole morale” dei combattenti. Analoga preoccupazione veniva registrata presso tutti i comandi militari ed i rispettivi governi.

L’intensificarsi degli allarmanti segnali di fraternizzazione fra proletari intruppati in eserciti contrapposti rese necessario – per l’istinto di conservazione del capitalismo – lo scatenare quella carneficina che da parte degli storici ed esperti di strategia militare è stata definita semplicemente insensata. È per risanare l’esercito da quel pericoloso clima, per stroncare la volontà e la forza ribelle del proletariato, togliendogli ogni speranza, che da parte dello Stato Maggiore tedesco furono lanciate le grandi offensive omicide su Verdun. La distruzione per la distruzione e la morte per la morte non avrebbero risolto le sorti della guerra interimperialista, ma avrebbero risolto quelle della conservazione capitalista. Verdun con i suoi massacri, con l’affondare di migliaia e migliaia di baionette nelle vive carni di altrettante migliaia di proletari, con le stragi operate dalle artiglierie che mietevano le truppe del Kronprinz a ranghi serrati così come quelle francesi, tutto ciò, noi lo sappiamo, non rappresentava soltanto un macello di uomini senza nessuna utilità dal punto di vista strettamente militare, un assurdo da un punto di vista strategico: l’ignobile olocausto non era né inutile né assurdo nei disegni della classe responsabile della guerra.

Quale fu il numero delle vittime proletarie immolate senza che i due eserciti, di fatto, avanzassero di in solo metro? Distribuiti in parti uguali i morti vengono calcolati dai 700 mila al milione, interi villaggi furono rasi al suolo (Beaumont, Vaux, Fleury, Ornes, Haumont, Louvemont…), sembra che oltre 40 milioni di granate di tutti i calibri siano state eruttate dalle bocche dei cannoni
L’ammutinamento dell’Esercito francese nel 1917

La democrazia francese, come era riuscita a non far trapelare all’interno del paese niente della fraternizzazione del Natale 1914, allo stesso modo riuscì per anni a coprire sotto una coltre di silenzio gli ammutinamenti del 1917. Solo sul finire del 1932 vennero alla luce i documenti delle drammatiche sedute del Comitato Segreto al Parlamento francese.

La primavera del 1917 mise seriamente il crisi tutto quanto l’ordine militare degli Stati e rappresentato una terribile minaccia per il potere capitalista. A Pietroburgo la rivoluzione di febbraio aveva costretto Nicola II ad abdicare e la Russia era divenuta repubblica con un governo provvisorio presieduto dal principe L’vov e sostenuto dalla borghesia. Ma il peso del partito bolscevico aumentava di giorno in giorno; rientrava Lenin e la sua parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet” avrebbe rappresentato il preludio della rivoluzione d’Ottobre.

Negli stessi mesi l’esercito francese era decisamente stanco di combattere, stanco in ogni senso, con tutto quanto di fisico e psicologico indica la parola. La stolta offensiva del Generale Nivelle, quella che al Quartier Generale francese ritenevano risolutiva, era miseramente fallita. La carneficina che ne seguì fu, forse, la più disastrosa di tutta la guerra: il sangue dei proletari francesi e delle truppe coloniali era stato versato senza un minimo di criterio.

Dal gennaio venivano ammassate truppe nei pressi di Reims perché era lì che si sarebbe dovuto sferrare l’attacco di sfondamento. Il 16 aprile il Generale Nivelle lanciava il suo ordine del giorno: «L’ora è venuta. Coraggio! Abbiate fede! Viva la Francia!». Dall’altra parte del fronte il Generale von Doehm, che conosceva i minimi particolari della segretissima operazione francese, lanciava ugualmente il suo appello: «Domani la sorte della Germania sarà in gioco. Conto che ciascuno di noi farà il suo dovere e si farà uccidere sul posto piuttosto che cedere terreno».

Alle sei del mattino i francesi si lanciarono l’attacco, alle sette erano già respinti. Lo Stato Maggiore francese presentò la disfatta come un parziale successo e si preparò a lanciare ulteriori attacchi entro la fine del mese, poi rinviati al 5/6 maggio. Il risultato fu altrettanto disastroso. Le perdite furono di 50 mila uomini il primo giorno, 80 mila il secondo. Il giorno 10 furono ben 160 mila. A questi vanno aggiunti quasi 6 mila russi e circa 9 mila senegalesi.

Nivelle rappresentò la goccia che fa traboccare il vaso. La disgregazione dell’esercito si propagò con una rapidità impensabile. Vi furono ammutinamenti di intere Divisioni, di Reggimenti che si rifiutavano di andare in linea ed al contrario, con i loro ufficiali in testa, marciavano su Parigi per deporre il governo e per imporre la pace. In seno ad alcuni reparti vi furono casi di proclamazione dei soviet. Su 115 Reggimenti coinvolti ben 102 furono di fanteria, 12 quelli di artiglieria, uno di cavalleria. L’ex Ministro Painlevé scrisse: «Vi fu un giorno in cui tra Soisson e Parigi vi erano soltanto due divisioni delle quali potevamo essere completamente sicuri».

La censura, sulla base della corrispondenza inviata dal fronte da soldati ed ufficiali, fin dall’ultima decade di aprile aveva denunciato il fatto che tutta l’impalcatura militare cominciava a sgretolarsi.

Il Generale Petain scriveva in un “Rapporto extra-confidenziale al governo” del 28 maggio che alla data del 4 maggio, cioè alla vigilia della nuova sciagurata offensiva del Generale Nivelle, già sapeva che «da qualche giorno si vanno ripetendo in maniera inquietante atti di indisciplina collettiva. Una Compagnia che doveva partecipare al nuovo attacco sopra il mulino di Lassaux ha rifiutato di andare in linea. Negli accantonamenti, ovunque, sono affissi ai muri delle scritte con su “Abbasso la Guerra! Morte ai Responsabili!”»

Questo il successivo montare del movimento, nelle dichiarazioni degli stessi governanti borghesi.

15 maggio – Painlevé (Ministro della Guerra): «Un grido di allarme mi arrivava per la prima volta dal Gran Quartiere Generale sull’effervescenza dell’Armata».

19 maggio – Generale Petain: «Un Battaglione che doveva dare il cambio ad un altro non ha obbedito e si è disperso nei boschi».

20 maggio – Painlevé: «Scoppiano i primi gravi ammutinamenti, che si succedono per tre settimane (…) Tutti gli ammutinamenti si assomigliano: una volta gli ammutinati abbandonano i loro alloggiamenti portando fucili, carichi di munizioni, mitragliatrici e si stabiliscono in una certa posizione. Un’altra disertano i loro accantonamenti, invadono la stazione, fanno capire che intendono marciare sul Parlamento (…) I prefetti segnalano unanimemente la dannosa impressione di disfattismo lasciata dagli inviati in licenza dove essi passano e soggiornano».

20 maggio – Generale Petain: «Un reparto del 32° Corpo destinato a rafforzare un Reggimento percorre la strada al canto dell’Internazionale. Ha forzato la casa del Comandante del deposito ed ha inviato tre delegati per i suoi reclami al Comando. Un rinforzo di 400 uomini giunge da un altro deposito divisionale (…) I più scalmanati arringano i compagni ed ottengono che due compagnie si rifiutino di tornare in linea (…) Si magnificano le idee della nuova Russia e si citano ad esempio i soldati russi. Alcuni soldati che si rifiutano di tornare in trincea o tardano a farlo sono tradotti davanti al Tribunale di guerra. In quello stesso giorno scoppiano gravi incidenti in due Reggimenti di fanteria che si trovano dislocati nei pressi di Prouilly, il 120° e il 128°. Anche qui rifiuto da parte di due compagnie del 128° di recarsi in trincea, grida sediziose, inneggianti alla Russia (…) I riottosi vengono arrestati e deferiti al Tribunale di guerra».

21 maggio – Generale Petain: «Il Generale Duchesse comandante la X Armata dà ordine di fucilare immediatamente un certo numero di uomini da prendersi nel 66° Reggimento (18° Divisione 9° Corpo) perché un Battaglione di questo Reggimento ha fatto sentire qualche mormorio (…) Nello stesso minuto, nello stesso istante, in un altro settore del fronte, 4 Corpi di Armata si sono ammutinati. Al 97° Reggimento fanteria: 110 uomini ammutinati; al 159° una Compagnia; al 57° Battaglione di cacciatori: 145 ammutinati e 98 disertori; al 60° Battaglione cacciatori: 300 ammutinati e 75 disertori; al 61° Battaglione cacciatori: 250 ammutinati e 25 disertori».

22 maggio – Generale Petain: «Altro grave ammutinamento, questa volta nella 158° Divisione dove 4 Battaglioni si rifiutano di andare in trincea (…) Due Reggimenti della 5° Divisione ed altri Battaglioni e Reggimenti abbandonano le trincee al grido “a Parigi e alla Camera”».

26 maggio – Deputato Laval: «Vicino a Soissons i militari del 370° fanteria alle 8 del mattino, come obbedendo ad una parola d’ordine si sono disposti lungo le vie del paese. Poco dopo passano autocarri pieni di rivoltosi del 17° e del 36° fanteria, ufficiali, sottufficiali e soldati che cantano l’Internazionale e lanciano grida sediziose invitando i compagni ad unirsi a loro. Vengono inoltre lanciati in gran copia manifesti incitanti alla rivolta in cui era scritto: “Camarades, vous ne savez pas? Sûrement non, le troisième corps a refusé de marcher. Faites comme nous, c’est le commencement de la paix”» (dall’intervento alla Camera del 17 giugno 1917).

29 maggio – Deputato Laval: «Alcuni Reggimenti che debbono mettersi in marcia formano un corteo cantando l’Internazionale e gridando: “Non andremo più in trincea”. Contemporaneamente altri Reggimenti di fanteria si radunano per marciare su Parigi».

29 maggio – Sembra che il Presidente Poincaré si ridesti da una lunga catalessi se, dopo un mese di atti collettivi di insubordinazione, diserzioni in massa ed ammutinamenti, afferma: «Il colonnello Herbillon mi informa che ci sono dei sintomi di indisciplina nelle Armate (…) A Dormans in questi ultimi giorni dei soldati hanno gridato “Viva la Rivoluzione, Abbasso la guerra!”. Una Compagnia ha rifiutato di uscire dalle trincee».

30 maggio – Deputato Laval: «Il Generale Foch [allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ndr] invia una Circolare Riservatissima a tutti i Generali comandanti la zona territoriale ed i Governatori delle piazze forti, per ordinare loro di prendere, d’accordo con i Prefetti, tutte le misure necessarie “per il mantenimento dell’ordine pubblico nel territorio nazionale in caso di pericolo”».

30 maggio – Poincaré: «Il Generale Franchet d’Esperey ha segnalato (…) che due Reggimenti di fanteria, il 36° e 129°, avevano deciso di marciare su Parigi. Misure sono state prese per disperderli. Si conferma che a Dormans hanno gridato “Abbasso la Guerra, Viva la Rivoluzione russa!”».

30 maggio – Colonnello Dusange, comandante del 310° Reggimento di fanteria: «L’accantonamento è stato attraversato da un Reggimento di fanteria, che a bordo di camions agitava delle bandiere rosse e cantava l’Internazionale; la cantavano gli stessi ufficiali assieme ai loro soldati, mentre lanciavano appelli alla rivolta e allo sciopero».

31 maggio – Poincaré: «In seduta di comitato di guerra, Petain legge due rapporti riguardanti gli ammutinamenti del 36° e 129° Reggimento di fanteria. I soldati (…) hanno deciso d’impadronirsi dei treni e di inviare una delegazione alla Camera per domandare una pace immediata».

2 giugno – Colonnello Dusange: «Un Battaglione ricevette l’ordine di andare alle esercitazioni. Ma verso le 15 una Compagnia rifiuta di fare il sacco per la partenza (…) subito dopo un’altra Compagnia si ammutina (…) I soldati (…) si ordinano in fila a destra e a sinistra e continuano la loro marcia (…) si allontanano da C�uvres dichiarando che vogliono marciare su Parigi. Altri Reggimenti li attendono nella foresta di Compiègne».

2 giugno – Poincaré: «Vengo a sapere che ieri la polizia è stata sul punto di farmi cambiare itinerario, perché un corteo di due o tremila donne scioperanti avanzava verso Les Champs Élisés. Il colonnello Herbillon mi segnala dei nuovi ammutinamenti, questa volta nel 21° Corpo (…) L’ordine è in pericolo dappertutto. La febbre si propaga».

3 giugno – Poincaré: «Il colonnello Fournier mi informa che una Divisione del 21° Corpo si è riunita per discutere se fosse il caso di tornare in trincea e riprendere l’offensiva, decidendo di andare in trincea, ma tenersi sulla difensiva. Un’altra Divisione, questa del 7° Corpo, ha rifiutato di andare in trincea».

4 giugno – Poincaré: «Painlevé mi telefona questa notte a riguardo di due soldati che hanno preso parte attiva agli ultimi ammutinamenti. L’esercito si sfalda. Questi magnifici soldati, così pieni di entusiasmo, così speranzosi, così eroici sono stati poco a poco corrotti dalla propaganda interna (…) Sono avvertito che dei soldati Annamiti hanno sparato sulla folla a Saint Onen. È forse il principio di un tracollo generale?».

Nel suo libro. Comment j’ai nommé Foch et Pétain, Painlevé annota. «Nel bacino della Loira (…) dopo la fine di maggio, i telegrammi del prefetto annunciavano le peggiori catastrofi e reclamavano tiratori senegalesi e cavalleria».

8 giugno – Poincaré: «Herbillon mi riferisce che altri Reggimenti hanno espresso la volontà di marciare su Parigi per imporre la pace al governo e alle Camere».

11 giugno – Poincaré: «Petain ci informa nuovamente sul morale dell’esercito: 5 Corpi d’Armata sono quasi interamente contaminati».

19 giugno – Poincaré: «Consiglio dei Ministri: Painlevé informa che indipendentemente dagli 11 condannati già fucilati in seguito al rigetto del loro ricorso di grazia, il comandante in capo ne ha fatti fucilare altri 7 dei quali non ha trasmesso i ricorsi. Vi sono dunque 18 esecuzioni mentre deve farsi luogo ad altre condanne per uno dei Reggimenti più compromessi».

22 giugno – Poincaré: «Malvy domanda a Petain se al fronte si è potuta avere la prova che i soldati fossero in contatto con le organizzazioni rivoluzionarie dell’interno. Egli ha sottomano un intero incartamento con i rapporti dei prefetti dove invece si afferma che sono i soldati che vanno in licenza i quali guastano lo stato morale dell’interno».

23 giugno – Poincaré annota: «Dolorosa sfilata d’avvocati che vengono a domandarmi pietà per i soldati condannati a morte».

26 giugno – Poincaré: «Vi sarebbe un altro Reggimento che ha attraversato Châlons emettendo grida rivoluzionarie ed urlando “Viva la Pace!” (…) Ancora 5 esecuzioni hanno avuto luogo».

28 giugno – Poincaré: «Ribot viene ad annunciarmi che un Reggimento, il 298° dell’Armata di Souilly, si è abbandonato ancora a deprecabili manifestazioni. Su quattro compagnie soldati in gran numero hanno indirizzato ai loro capitani delle lettere collettive, firmate, nelle quali dichiarano che non torneranno in trincea e chiedono che si concluda senza indugio la pace».

Gli episodi riportati, che non sono che un minimo accenno di quanto accadde, riescono a dare l’impressione del disfacimento dell’esercito francese e della volontà del proletariato in divisa di farla finita con la guerra. Ma lasciate a se stesse le rivolte non potevano che estinguersi.

Da parte sua la repressione non mancò di intervenire con tutta la sua ferocia vendicandosi su quei soldati che si erano rifiutati di morire eroicamente per la patria e talvolta avevano avuto il coraggio di brandirgli contro l’arma. Centinaia e centinaia di giovani vite caddero abbattute dal civile, democratico, piombo patrio. Grande lavoro venne svolto dai Tribunali di guerra e dai plotoni di esecuzione. L’unico impedimento era costituito dal tempo necessario per istruire i processi: così dapprima fu abrogata la possibilità di inoltrare domanda di grazia, poi, con circolare del Generale d’Esperey venne ordinato che «fra la sentenza del Consiglio di guerra e l’esecuzione non dovrà trascorrere un termine superiore alle 24 ore».

Sulle tombe dei soldati fucilati i loro compagni scrivevano: “Morto da valoroso”. Ma quanti di questi valorosi caddero sotto il piombo francese non sarà mai possibile stabilirlo. La stragrande maggioranza delle esecuzioni vennero fatte con il sistema della decimazione e le statistiche riportano solo i casi (quando li riportano) di esecuzioni per condanne a morte stabilite dai Tribunali militari. «In una Armata vicino a Chalons sur Marne, in una sola settimana, furono fucilati 53 soldati» (J. Jolinon, La Valet de Gloire). Crapoullit ne La Guerre Inconnue racconta: «Si facevano allineare gli ammutinati su una fila, poi si ordinava che contassero: uno, due, tre, quattro, cinque. “Il cinque esca dalla riga” ordinava il colonnello. Un uomo su cinque era designato a morire».

Come mai la Germania non approfittò di una così favorevole situazione militare? La risposta è semplicissima. Sferrare un attacco alla Francia avrebbe significato appiccare la miccia della rivoluzione. Già una rivoluzione maturava ad Oriente, trovarsene un’altra ad Occidente avrebbe significato non la sconfitta militare, ma la fine dello Stato capitalista. Sferrare un attacco contro la Francia sarebbe significato il suicidio della Germania e dell’Europa borghese.
La Giustizia Militare italiana all’opera

Il 28 febbraio 1931, a Prato, furono celebrati i solenni funerali del Generale Andrea Graziani, luogotenente nella Milizia. Il giorno precedente, alle 7 del mattino, un telegramma dalla stazione ferroviaria di Brennero informava il compartimento ferroviario di Firenze che «un cappello, un cappotto ed un ombrello, presumibilmente quelli del Generale, sono stati rinvenuti in uno scompartimento di prima classe». Cappello, cappotto ed ombrello sarebbero dovuti scendere, assieme al loro proprietario, a Verona, ma il loro proprietario, il Generale Andrea Graziani, a Verona non era mai arrivato. Il suo corpo, proprio pochi minuti prima che giungesse il telegramma, era stato rinvenuto, privo di vita, sulla scarpata della ferrovia appena fuori della stazione di Prato. Una inchiesta sulla sua morte venne aperta ed immediatamente chiusa: si disse che, probabilmente, volendo andare alla latrina, il Generale avesse erroneamente aperto una porta sul binario e fosse precipitato fuori. Ma la spiegazione regge poco; in più c’è da considerare che il corpo del Generale venne ritrovato sulla scarpata opposta a quella della direzione del treno, come se fosse stato scaraventato con forza fuori della carrozza. Che l’eventuale omicidio non avesse come movente la rapina è dimostrato dal fatto che nelle tasche del Luogotenente della Milizia fu rinvenuta la considerevole somma di 5.600 lire. C’è da dire che a Prato in molti avrebbero potuto avere un motivo per far fuori il Generale, praticamente tutti quelli che avevano fatto la guerra: sia antimilitaristi, sia interventisti.

Il Generale Andrea Graziani durante tutto il periodo della guerra si era distinto per la sua estrema noncuranza delle perdite umane, per ordinare ai fanti di uscire dalle trincee in assalto per farsi regolarmente falciare dalle mitragliatrici austriache, senza conquistare nemmeno un palmo di terra. E, dopo Caporetto, il Generale Graziani svolse, con fervore ed entusiasmo, il compito di boia mettendo in atto la più spietata repressione, tanto che, per questa attitudine, si guadagnò il sinistro appellativo di “Generale delle fucilazioni”.

Nella primavera del 1917 in tutti gli eserciti, su tutti i fronti di guerra, si stavano registrando atti collettivi di indisciplina e veri e propri ammutinamenti.

Proprio nel marzo del 1917 sul fronte carsico si registrò uno dei più gravi episodi di repressione nei confronti di reparti che reclamavano turni di trincea meno disumani. Per quanto non si trattasse di vero ammutinamento ma di “passeggero disordine”, venne sedato con feroce determinazione e per circa un mese i soldati furono sottoposti ad uno stillicidio di esecuzioni sommarie e decimazioni. Il fucilatore Graziani non si comportava in modo diverso dagli altri suoi pari grado o superiori. Cadorna, ad esempio, fu uno strenuo fautore delle esecuzioni sommarie, ed ancor più delle decimazioni alle quali i comandi militari ricorrevano senza nessuno scrupolo ben prima di Caporetto. Basti la lettura di un passo della circolare diramata il 1° novembre 1916 dal Tenente Generale Emanuele Filiberto di Savoia, comandante della III Armata: «Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi».

Per quanto i dati ufficiali parlino di migliaia di condanne a morte inflitte dai Tribunali militari italiani e di centinaia e centinaia di fucilazioni eseguite, non è possibile avere una idea precisa di quale sia stato il numero delle vittime della violenza repressiva in quanto sia le esecuzioni sommarie sia le decimazioni non lasciavano traccia documentale. Il Generale Graziani che, per rendere più efficace e rapida la sua azione repressiva si spostava in automobile da un punto all’altro delle retrovie, “coadiuvato in modo ammirevole da ufficiali, da carabinieri e da reparti di cavalleria”, puniva con la morte anche i più piccoli atti di insubordinazione, o presunti tali, come quando fece fucilare il soldato Ruffini di Castelfidardo perché aveva tenuto la pipa in bocca in sua presenza. La commissione di inchiesta su Caporetto riconobbe che «le ferree misure da esso [Graziani] adottate valsero ad impedire che lo sbandamento dilagasse nell’interno del Paese» e quindi che «questi energici provvedimenti portarono ottimi risultati».

Ogni soldato era dotato di un Libretto militare personale. Questo Libretto rammentava al soldato che gli si faceva assoluto divieto di «prendere parte qualsiasi ad assembramenti o manifestazioni di partiti politici» o «partecipare a qualche associazione avversa alle istituzioni». «L’assenza dal Corpo per cinque giorni senza autorizzazione [comportava] di pien diritto il reato di diserzione». Ma il Comandante avrebbe potuto considerare disertore un soldato anche «dopo le ventiquattro ore d’assenza». Anzi, a discrezione del Comandante, un soldato poteva essere dichiarato disertore «anche solo quando non abbia risposto ad una chiamata». L’assenza commessa «di concerto tra tre o più militari sarà considerata complotto e punita quindi ancora più severamente». Si incorreva nel reato di rivolta quando «in numero di quattro o più [i soldati si rifiutavano] di obbedire alla prima intimazione dei loro superiori (…) Gli agenti principali saranno puniti colla pena di morte». Per incorrere nel reato di ammutinamento bastava che, in quattro «si rifiutassero di eseguire un ordine, o si ostinassero nel fare una domanda, o porgessero una rappresentanza o lagnanza, tanto a voce che per iscritto». Reato di tradimento: «Incorre nel reato chi avrà sparso notizie od alzato clamori per incutere lo spavento o provocare il disordine (…) o si sarà dato alla fuga, o si sarà tenuto fuori dal combattimento». Istigazione alla resa: «Il militare che durante il combattimento griderà di arrendersi o di cessare il fuoco, sarà punito colla reclusione militare non minore di anni dieci».

Come si vede la vita del soldato, stante anche la genericità delle regole, era alla mercé dei comandanti, i quali facevano larghissimo uso di questo loro potere.
L’insurrezione nell’Esercito italiano

Caporetto (Kobarid), ora in territorio Sloveno, anche adesso altro non è che un paesotto dell’Alto Isonzo, sovrastato dalle cime del Monte Nero, del Matajur e dello Stol, lambito dalle acque dell’Isonzo, del Natisone e dei loro numerosi affluenti e cascate. Ma la parola Caporetto ha assunto, nel lessico corrente italiano, il significato di irreparabile sconfitta, di totale sfacelo, di vergognosa disfatta.

Tre sono le motivazioni che vennero attribuite alla rotta di Caporetto.

La prima ne faceva ricadere la colpa sugli alti comandi militari, sulla loro inettitudine, incapacità di comprendere che l’esercito austriaco avrebbe sferrato non uno dei soliti attacchi tattici ma una vera e propria offensiva di sfondamento. E questo benché avvisaglie ce ne fossero state più di una.

La seconda, fatta propria dai comandi militari e dai nazionalisti, accusava la propaganda disfattista dei socialisti e dei cattolici di avere fiaccato il morale dei soldati.

La terza, è quella dello “sciopero militare”, della rivolta. La volontà dei soldati di voltare la bocca della mitragliatrice dall’altra parte, non più verso il “nemico”, ma verso gli alti comandi militari, verso il governo, verso Roma.

Ancora agli inizi del 1918, quando già da tempo i rivoltosi di Caporetto, con i metodi delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni, erano stati ricondotti alla disciplina, il governo continuava ad essere terrorizzato dall’incubo di una rivolta militare. Questo un telegramma inviato dal Ministro dell’Interno a tutti i prefetti del Regno il 30 gennaio 1918, n.3083: «Decifri da sé. Pregasi S.V. procurare, anche a mezzo fiduciari, raccogliere dai militari in licenza invernale dati precisi sul vero stato morale delle truppe al fronte, riferendo appena possibile in proposito». Il 22 febbraio successivo venne inviato un telegramma di sollecito a quei prefetti che non avevano ancora trasmesso i loro rapporti. Infatti il Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, come ricorda nelle sue “Memorie”, tra il febbraio ed il marzo del 1918 viveva in uno stato di autentico incubo a causa delle allarmanti notizie che gli pervenivano a proposito dello stato d’animo dei fanti. Illustri uomini politici ed accreditate rappresentanze di partiti gli riferivano «che i soldati non si sarebbero battuti, che avrebbero gettato i fucili, che avrebbero fatto peggio che a Caporetto, anzi dicevano: “C’era il timore che questa volta le truppe non gettassero le armi, ma le conservassero per servirsene non contro il nemico”».

Per la descrizione dello sciopero militare e della successiva rivolta ricorriamo a quanto assai espressivamente riporta il giovane Kurt Erich Suckert nel suo libro Viva Caporetto!L’autore non può essere minimamente sospettato di simpatie antimilitariste, rivoluzionarie o, tanto meno, comuniste. Convinto interventista, agli inizi del 1915, non ha ancora compiuto 17 anni quando scappa in Francia per arruolarsi volontario nella Legione Garibaldina. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia si arruola nuovamente volontario e combatte fino all’estate del 1917 come soldato semplice e poi come sottotenente.

All’inizio del 1921 la Rivista Oceanica annuncia l’uscita «anche in Italia» del suo libro sulla rivolta di Caporetto, libro, affermava la rivista, «che tanto rumoroso interesse ha suscitato all’estero». Non solo all’estero non aveva suscitato nessun interesse, e meno che mai rumoroso, per il semplice fatto non era mai stato pubblicato; ma anche in Italia il giovane Suckert non trova nessun editore che glielo voglia stampare. Così è costretto a pubblicarne poche centinaia di copie, a proprie spese, presso la piccola tipografia Martini di Prato. Il rumore che non aveva fatto all’estero lo fece però in Italia, e non fu poco: la stampa nazionalista e fascista si scagliò immediatamente contro il libro ed il suo autore definito disfattista, traditore, e perfino imboscato. Le squadre fasciste vietarono ai gestori delle librerie di esporre e vendere il libro e sfasciarono le vetrine dove Viva Caporetto! era stato messo in mostra. A riportare l’ordine intervenne il governo che, tramite il Ministro dell’Interno Giolitti, ordinò il sequestro della pubblicazione su tutto il territorio nazionale.

L’autore pensò allora di farne stampare una nuova edizione, questa volta romana, e, per non incorrere nelle ire dei fascisti e dello Stato, cambiò il titolo da Viva Caporetto! a La Rivolta dei Santi Maledetti. Ma anche con il nuovo titolo il riapparire del testo di Suckert provocò incidenti, violenze e, sembra, anche una bastonatura, dell’autore. Di nuovo intervenne lo Stato che, tramite il nuovo Ministro dell’Interno, Bonomi, ordinò nuovamente il sequestro del libro. Si arriva alla Marcia su Roma, Suckert si iscrive al Partito Fascista, e nel 1923 ripubblica La Rivolta dei Santi Maledetti. Nella terza edizione, riveduta e corretta, viene fatto espresso atto di fede fascista; ma questo, se lo salva dalle bastonature dei camerati, non lo salva dai rigori dello Stato ed il Ministro degli Interni, che ora si chiama Benito Mussolini, ordina, per la terza volta, ed ultima, il sequestro del libro, confermando l’autore nella persuasione di avere innescato, con quelle pagine di gioventù, una specie di attacco alle Bastiglie di ogni regime.

Anche in questo caso si dimostra la perfetta continuità tra il regime liberal-democratico e quello fascista.

Il giovane scrittore, interventista e borghese, arriva vicino alla esatta interpretazione della guerra tra Stati capitalistici, e realistica è la sua introspezione della psicologia collettiva del soldato, che senza una ragione si trova a dover uccidere altri proletari che non conosce e non odia, e da essi essere ucciso sebbene non odiato. Kurt Suckert descrive l’evoluzione interiore del proletario-soldato e la molla interiore che fa scattare il suo odio di classe contro tutti coloro che la guerra hanno voluta e generata, siano uomini o istituzioni. Descrive la violenta insurrezione scaturita spontaneamente da dentro l’inferno delle trincee, che all’inizio tutto travolge. Questa, priva di una guida che sappia condurla verso l’obiettivo della presa del potere, era, fin dal suo inizio, destinata alla sconfitta. Efficace è anche la descrizione del terrore che pervade la classe borghese di fronte al fantasma di un pericolo rivoluzionario

Quali le forze che si opponevano le une alle altre?

«Due forze di eguale natura si trovavano a fronte: la società capitalista germanica e quella di altri paesi d’Europa (…) Ricorrendo al popolo, armando la nazione tutta, facendo appello a tutte le energie della razza e dell’organismo statale, chiamando a raccolta le masse delle campagne e delle officine, tutto il proletariato rurale e industriale, le due società capitalistiche disputantesi il potere commerciale e economico del mondo introdussero nella lotta un terzo elemento: il popolo, cioè il proletariato».

«Avanti perdio! Dove? Avanti contro i fili di ferro! La povera, cristianissima, fanteria ripeteva giorno e notte gli inutili attacchi contro i reticolati, pel possesso di una roccia, di un ciuffo d’alberi, di una trincea. Chi non ha fatto la guerra sul nostro fronte nel 1915 non può avere un’idea di ciò che significa “inutilità del sacrificio” (…) I fanti, senza un lamento, andavano a stendere le proprie carcasse sui fili di ferro spinato, come cenci ad asciugare (…) Uscivano giorno e notte dalle buche fangose, per andare a divellere con le mani i reticolati spinosi (…) La fanteria usciva dalle trincee e s’incamminava trotterellando verso le mitragliatrici austriache (…) Gli uomini cadevano a gruppi, uno sull’altro (…) Miserabili grappoli umani rimanevano impigliati fra i grovigli spinosi (…) La mitragliatrice butterava i morti e i vivi col suo vaiuolo di piombo (…) Poi l’assalto ricominciava. Avanti ragazzi! I fanti uscivano ancora, per la ventesima volta, dalle buche fangose, avviandosi verso i reticolati nemici».

E tutto questo durò, scrive Suckert, «fino al giorno in cui il nostro fante capì che la sua rassegnata serenità nell’uccidere e nel farsi uccidere senza una ragione (…) senza domandare il perché, senza sapere per chi, era un insulto per quelli ch’erano già morti e per quelli che dovevano morire».

Quello fu il momento in cui «la fanteria prese ad avere coscienza della sua funzione sociale (…) Quando il fante si accorse di non odiare il nemico e di non essere odiato da lui, quando si avvide che in un campo e nell’altro egualmente feroce era l’avversione alla guerra e che questa era fatta specialmente da quelli che non l’avevano invocata, un profondo cambiamento avvenne nella sua mentalità primitiva. L’odio si rivolse contro quelli che avevano gridato “viva la guerra!” specie contro coloro – una massa! – che avevano urlato “viva!” e poi s’erano rintanati nell’interno del paese o nella comodissima zona di guerra. Allora il fante, solo, disperato, invelenito d’odio, si buttò contro la legge. Cioè contro la nazione (…)».

«Il fenomeno di Caporetto è un fenomeno schiettamente sociale. È una rivoluzione. È la rivolta di una classe, di una mentalità, di uno stato d’animo, contro un’altra classe, un’altra mentalità, un altro stato d’animo. È una forma di lotta di classe. I sintomi che l’hanno preceduto e accompagnato sono quelli di un perturbamento sociale: sono gli stessi che hanno preceduto e accompagnato tutti i perturbamenti sociali. La fanteria, nell’annata del 1917, era gravemente “demoralizzata”. Non credeva più a nulla, non aveva più fiducia in nessuno. Voleva la pace, a qualunque costo. La Brigate che si rifiutavano di combattere, i soldati che prolungavano, motu proprio, le licenze, gli ufficiali che si lagnavano pubblicamente, tutto ciò era monito e minaccia (…) L’offensiva del Maggio aveva fiaccato la resistenza dei fanti, quella dell’Agosto, condotta brutalmente e a forza di carabinieri, aveva messo a nudo le piaghe di cui soffriva il popolo delle trincee. Gli atti d’insubordinazione divenivano ogni giorno più gravi. La caccia ai carabinieri diventava sempre più feroce. L’odio dei soldati si manifestava in atti di natura prettamente sociale».

«I casi di rivolta verso gli ufficiali erano rarissimi (…) È vero che, talvolta, li uccidevano a fucilate nella schiena: ma non per malvagità o per spirito di delinquenza. Per vendetta. La vendetta presuppone un torto. In ogni ufficiale ucciso dai propri soldati vi era un colpevole (…) Il fante non uccideva i carabinieri, non sparava contro le automobili dei generali, contro le colonne di camions, contro le baracche dei campi di aviazione, contro le finestre illuminate degli alti Comandi, il fante non commetteva questi atti di indisciplina per “insofferenza alla disciplina”, o per istinti criminali, bensì per ragioni profondamente umane e sociali (…) Casi isolati? No. In tutto l’esercito, in tutti i settori del fronte, simili casi avvenivano giornalmente».

«La fanteria, cioè il popolo delle trincee, era divenuta una “classe sociale”, con una mentalità propria, nettamente antiborghese e pacifista (…) La frase – Dio voglia che arrivino a Roma – era su le bocche di tutti: ufficiali e soldati. L’odio contro chi aveva strillato nelle piazze, contro chi era rimasto indietro, contro chi speculava sul sangue, contro chi si gloriava d’esser in trincea a far la guerra pur rimanendo in pianura, contro chi sfruttava il sacrificio dei combattenti per fregiarsi dei nastrini e dei distintivi».

«La legge era il carabiniere. Per rompere la legge, i fanti massacravano i carabinieri (…) I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero».

«Invece di considerare la profonda significazione sociale di questi atti d’indisciplina, d’insofferenza, d’ignoranza, di stanchezza (come chiamarli?), gli Alti Comandi si aggrappavano ai regolamenti e inventavano contravveleni, sotto la specie di misure disciplinari (1848) e di circolari piene d’ira, d’indignazione e di belle parole sul dovere, sulla necessità del sacrificio, sui dolori della patria. Ma i fanti volevano turni di riposo, cambi in linea, trattamento più equo, più equa ripartizione dei sacrificî, migliorie nella nutrizione, maggior frequenza di licenze».

«Cadorna (…) continuava a premere, col pugno pesante, sul dorso dei soldati curvi sul fango; senza capire che i fenomeni, i quali egli voleva combattere con i regolamenti, con i carabinieri e con le restrizioni, erano al di fuori del cerchio della sua potenza dittatoriale, perché di natura sociale non già disciplinare (…) Quando il popolo delle trincee si sentì morso più fortemente alla nuca dalla sofferenza sociale della guerra (…) si voltò terribile contro la nazione, contro la legge, contro tutto ciò che era borghese, intellettuale, imboscato (…) e incominciò la sua guerra, la sua guerra sociale, la sua “lotta di classe”».

«Il popolo delle trincee invase l’Italia. I nuovi terribili invasori erano gli stessi eroici fanti che avevano preso Monte Santo e Monte San Gabriele, varcato il Timavo, scalato Monte Nero e Col di Lana, seminato il Carso infernale d’ossa e di cenci (…) Un grido di orrore si alzò dall’Italia. Il Veneto fu messo a sacco. Come in tutte le rivoluzioni, vi fu una classe (…) che si gettò, cenciosa ed urlante, piena d’odio e assetata di vendetta, contro un’altra classe (…) Come in tutte le rivoluzioni vi fu una classe (…) che cercò di fuggire, di sottrarsi all’ira del popolo».

«Appena il fronte dell’Alto Isonzo, abbandonato dagli insorti, crollò, ebbe inizio la fuga delle retrovie, dei servizi, degli imboscati, degli sfruttatori, di quelli che vivevano in margine alla guerra facendone la “réclame” e godendone i beneficî. Quando i galeotti delle trincee, i fanti scabbiosi e pidocchiosi che non volevano più farsi ammazzare per gli altri, quando gli “scioperanti” coperti di fango e di cenci, più volte feriti, eroici quasi sempre e quasi mai decorati, giungevano ai paesi delle retrovie, pochi giorni prima pieni di stivali lucidi, di gonnelle e di “armiamoci e partite”, trovavano le strade deserte, le case vuote, i comandi abbandonati. Tutti coloro che temevano l’ira e l’esasperazione del fante, erano fuggiti a precipizio, senza nemmeno pensare a resistere, a prendere le armi, dopo aver scagliato anatemi contro i “traditori della patria” che non volevano più farsi ammazzare per loro. Premuta, più che dalla paura delle baionette austriache, dal terrore dei coltelli dei pezzenti del Carso e degli Altipiani, la folla dei “borghesi della guerra”, degli imboscati e degli intellettuali della guerra, riempiva le strade del Veneto col ributtante spettacolo della sua miseria. Su quella folla di detronizzati, di eroi e di patriotti intenzionali, abituati alle prebende della zona di guerra e alle comodità delle ville venete, si alzava una lamentazione pavida e piagnucolosa. Perché non si battono? (…) Perché hanno lasciato profanare il sacro suolo della patria? Vigliacchi!, vigliacchi!, Perché?, Perché?, Perché?».

«”Viva la Pace!” (…) Guerra civile. Su tutto ciò che era borghese, imboscato, intellettuale, su tutto ciò che dalla guerra, in onta al fango e al sangue delle trincee, aveva tratto lustro e risalto, si scagliava la rabbia “sociale” dei fanti in rivolta (…) E in mezzo ai soldati laceri, ai ribelli senz’arme, passavano pallidi e chiusi gli ufficiali di fanteria, i reietti, i paria, i buoni ufficiali delle trincee e dei reticolati (…) Passavano, confusi agli insorti, gruppi di carabinieri portanti ancora sulla persona i segni delle percosse, passavano gruppi di ufficiali d’altre armi, senza distintivi, disarmati, trascinati via dal tumulto (…) Ed anche passavano, in mezzo alla moltitudine, gruppi di soldati austriaci senza fucili e senza distintivi, accumunati ai ribelli dell’esercito nemico dallo stesso spirito di ribellione, tormentati dalla stessa “sofferenza sociale” della guerra, acclamanti essi pure alla pace, trascinati via dall’ondata rivoluzionaria che aveva spezzato il cerchio della razza e della patria e accomunava genti diverse nel più vasto spirito della necessità e della ragione sociale. Lo spirito della “Comune”».

«Il ventre d’Italia tremò di paura alla venuta rivoluzionaria (…) Il grido dei “senza fucile” dei comunardi (…) si alzava da tutte le strade del Veneto invaso, scendeva verso l’Italia comoda e parolaia, turbava molte coscienze, minacciava molti, troppi interessi e troppi privilegi. Bisognava reagire, arginare l’invasione dei senza fucile, soffocare la rivoluzione delle trincee. Ma come? Fucilando, mitragliando, opponendosi con la forza. Mentre il successor del Maggior Piero, il “lacrimogeno” Orlando, piangeva e declamava, una coorte di generali, di ufficiali, di reparti di cavalleria, tentava arginare sul Tagliamento l’invasione dei ribelli (…) Ma le forze che la reazione (…) scagliava contro la marea rivoluzionaria erano impotenti ad arginare la spinta, ad inquadrare gli “scioperanti”, a proteggere il passaggio del Tagliamento (…) La fiumana dei fuggiaschi (cittadini e contadini, uomini e donne imprecanti) e dei senza fucile, s’incanalava a furia sui ponti, ricacciava indietro gli accorrenti, impediva l’opera dei difensori. Grande era il tumulto.

«Allora, subitamente, alcuni ponti saltarono. Alcuni ponti, zeppi di gente in fuga e di carriaggi, saltarono a un tratto. Il fiume in piena travolse uomini e bestie e convogli. L’urlo della moltitudine rimasta senza scampo sulla riva sinistra, coprì l’urlo delle acque vorticose. Grande in cielo si alzava la vampa degli incendi (…) Chi fece saltare i ponti due giorni prima che gli austriaci arrivassero al fiume? Chi inventò la storiella degli ufficiali bulgari, travestiti da generali italiani? Chi sentì la necessità d’impedire, ad ogni costo, il dilagare degli insorti al di qua del Tagliamento? La reazione. Bisognava che la massa dei rivoltosi non dilagasse a contaminare le truppe ancora sane, a rodere i tèndini della progettata difesa, a seminare il disordine e la rivolta nel cuore del Veneto illeso».
Cosa venne a mancare

Il Natale del 1914, la rivolta dell’esercito francese, Caporetto non sono che alcuni, anche se significativi, esempi di uno spirito generalizzato di ribellione, di volontà di farla finita con la guerra e con il regime che l’aveva generata. In Russia ed in Italia, in Francia, in Austria, in Germania, tutti gli eserciti, nel 1917, si ribellarono e dichiararono, come poterono, la loro volontà di far guerra alla guerra.

Una delle condizioni necessarie per sferrare l’attacco rivoluzionario contro il potere borghese capitalista, la disgregazione degli eserciti, era matura. Ciò che mancò fu la generale situazione rivoluzionaria. Sia nel 1914 sia nel 1917 nei paesi d’Europa, fuori di Russia, la situazione sociale non era rivoluzionaria. Per questo fu possibile prima trascinare la classe operaia alla guerra e per questo fu poi possibile la repressione dei fanti insorti in Francia e in Italia. Per questo furono sconfitti. Il grido di guerra di quei proletari ribelli al fronte non fu raccolto nelle retrovie della società civile dai loro fratelli di classe, dallo sciopero nei campi e nelle fabbriche, in quelle città dove si trovano i gangli vitali del potere borghese. La colpa di aver aderito a quella Prima Guerra imperialista la classe operaia avrebbe dovuto scontarla con molti milioni di morti e con almeno un altro secolo di capitalismo.

E mancava, fatta eccezione della Russia, il partito rivoluzionario. La Seconda Internazionale in blocco, ad onta delle dichiarazioni del congresso di Basilea e di decine di altri precedenti, era passata nel campo degli interessi dei capitalismi nazionali e aveva legato il suo destino a quello del capitalismo.

La Socialdemocrazia, nel 1914 aveva consegnato allo Stato capitalista un proletariato inerme, destinato al macello per l’esclusivo beneficio degli interessi della patria borghese. Negli anni successivi non mosse un dito per fermare l’immane strage. Quando nel 1917 il proletariato in divisa espresse la sua ferma volontà di imporre la pace, rimase impassibile di fronte alla più feroce e sanguinaria reazione esercitata dai governi e dagli Stati Maggiori degli eserciti per spingere ancora una volta i proletari in divisa al massacro. Quando, poi, tornata la pace, nel 1919, la borghesia rischiò di soccombere sotto l’urto violento della marea rivoluzionaria, ancora una volta fu la Socialdemocrazia che le venne in aiuto e si assunse, in prima persona, l’onere di salvaguardare l’ordine capitalista e di annegare nel sangue ogni conato rivoluzionario.

I nostri compagni, la gioventù socialista italiana, così come Lenin, così come tutta la genuina tradizione marxista rivoluzionaria, non implorarono la pace dai governi; perché guerra e dominio del capitale è situazione altrettanto fetida che pace e dominio del capitale. Non si dichiararono pacifisti, in quanto auspicavano la diffusione da un paese all’altro dello sciopero militare, ossia la fraternizzazione dei proletari in divisa attraverso i fronti, ossia la guerra di classe. Pacifisti sono coloro che, preti neri e preti “rossi”, consegnano disarmati i proletari nelle mani dei macellai capitalisti. E sono pacifisti non della guerra fra Stati, ma della nostra guerra di classe, che rappresenta la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento e dalla morte.

Da Struttura economica e sociale della Russia d’oggi: «Lenin è qui irriducibile (…) Bisogna sabotare la guerra da uno e dall’altro lato del fronte senza la condizione che il sabotaggio sia di pari forza, senza badare se dall’altra parte sia per avventura inesistente. Bisogna egualmente, in una tale situazione, con un esercito nemico che varca lo sguarnito fronte, cercare di liquidare la propria borghesia, il proprio Stato, di prendere il potere, di instaurare la dittatura del proletariato. Parallelamente con la fraternizzazione, con l’agitazione internazionale, con tutti i mezzi a disposizione del potere vittorioso, si provocherà il moto ribelle nel paese nemico.

«La risposta è facile, da parte del centrismo: ma se tale moto malgrado tutto fallisce, lo Stato e l’esercito nemico restano efficienti, e vengono ad occupare il paese rivoluzionario per rovesciare lo Stato del proletariato, che farete? Lenin ebbe per questo due risposte: una sta nella storia della Comune, che non avrebbe esitato, potendo debellare la sbirraglia borghese di Francia, ad accogliere a cannonate anche i prussiani, ma in nessun caso avrebbe abbassata la rossa bandiera della rivoluzione. L’altra risposta ai contorti apologizzatori della guerra borghese, imperialista, controrivoluzionaria, fu appunto: la guerra. La nostra guerra, la guerra rivoluzionaria, la guerra socialista. Contro lo stesso nemico allora? Allora la stessa guerra da noi difesa?, sogghigna il filisteo contraddittore. No, perché la nuova guerra è guerra di classe, perché non è condotta al fianco dello Stato borghese e del suo Stato Maggiore, già travolti; perché la sua non sarà vittoria di una coalizione imperialista ma della rivoluzione mondiale».

Nel nostro opuscolo Chi siamo e cosa vogliamo sta scritto: «L’atteggiamento comunista rivoluzionario nei confronti della guerra denuncia come tragica illusione quella di voler coniugare capitalismo e pace ed afferma che solo l’abbattimento del potere borghese e la distruzione dei rapporti di produzione fondati sul capitale potrà liberare l’umanità da simile ripetuta condanna. Sulla linea di Marx e di Lenin proclama la tattica dell’antimilitarismo di classe, della fraternizzazione ai fronti, del disfattismo rivoluzionario al fronte e nelle retrovie, che vengono a capovolgere la guerra fra gli Stati in guerra fra le classi. Per la contraddizione materiale di fondo che inficia tutti i movimenti del pacifismo legalitario e interclassista, che condannano la guerra ma nei limiti del presente regime, il comunismo prevede che, per la loro matrice di classe borghese, quando saranno costretti a scegliere fra Guerra e Rivoluzione opteranno necessariamente per la prima. Con Lenin li riteniamo fattore di inganno e di disturbo nel sano orientamento di battaglia del proletario e uno strumento ausiliario del militarismo per trascinare i proletari alla guerra. Sono infatti i pacifisti che, addebitando all’”aggressore” di turno quegli orrori sulle popolazioni che le guerre imperialiste sempre e inevitabilmente provocano, vengono infine a chiedere agli Stati borghesi che lo “fermino con qualsiasi mezzo”, e ai proletari di massacrarsi a vicenda per quel menzognero ideale di “pace”, “democrazia”, “civiltà”, ecc».

Allo stesso modo nelle nostre Tesi sulla Guerra del 1989, Punto 11.5: «Il partito considera inadeguate anche al solo fine di scongiurare la guerra, e da elevare ed estendere a forme insurrezionali, le reazioni istintive della classe contro la guerra, individuali o collettive, in forma di rifiuto del servizio militare, fuga, evasione, diserzione. Tali reazioni, di singoli o di masse, pur se spontanee, esprimono sì il rifiuto proletario di avviare la propria carne al macello imperialista, ma di per sé possono condurre solo al gettito delle armi e alla dispersione di quelle forze proletarie che dovranno costituire il braccio armato della rivoluzione. Lo sfaldarsi dei reparti e l’abbandono del fronte saranno vivamente favoriti dal partito al fine del passaggio di quelle forze sul fronte interno organizzato e disciplinato per la guerra civile contro il proprio governo. Nella sua attività e nella sua propaganda inciterà i soldati non a gettare le armi, ma ad impugnarle saldamente per orientarle, al momento opportuno, contro il nemico interno. Solo con un intervento legale ed illegale nell’esercito, mirante alla organizzazione di nuclei comunisti, di reparti poi, potrà verificarsi il fenomeno del passaggio di parte dell’esercito borghese sotto le bandiere della rivoluzione o ad ottenerne la neutralità nello scontro sociale. In concomitanza potrà ingigantirsi il fenomeno, esteso e spontaneo nella Prima Guerra, della fraternizzazione tra soldati di eserciti nemici, che i comunisti devono tendere ad organizzare superando la sua prima forma di sciopero militare».

Da queste come da innumeri altre citazioni che si possono riportare dai nostri testi classici, sia di Marx, sia di Lenin sia che dalla nostra corrente si dimostra in maniera evidentissima come la posizione rivoluzionaria che il partito del proletariato deve assumere nei confronti della guerra imperialista non può minimamente transigere e venire meno a questi basilari postulati:
1 – Mai e per nessun motivo il partito dichiarerà una tregua della lotta di classe in caso di guerra e men che meno chiamerà la classe proletaria a solidarizzare con il proprio Stato borghese. Ciò anche nel caso in cui il territorio nazionale fosse minacciato da una aggressione militare di Stati nemici o invaso ed occupato da eserciti stranieri;
2 – Il partito dovrà proclamare il rifiuto unilaterale della difesa della patria;
3 – Allo stesso tempo farà opera di fraternizzazione fra i proletari in divisa degli opposti eserciti borghesi;
4 – Imposterà tutta la sua propaganda ed azione tattica finalizzandole alla trasformazione della guerra fra gli Stati in guerra civile tra le classi al fine della presa del potere politico.

Queste lapidarie enunciazioni ci autorizzano a concludere che l’opera svolta dai partiti della Seconda Internazionale, sia allo scoppio del conflitto sia durante tutto il suo svolgimento, rappresentò non solo il totale abbandono della dottrina e della tradizione socialista (anche riformista), ma soprattutto rappresentò il repentino passaggio nel campo della difesa degli interessi nazionali borghesi, consumando un cosciente e deliberato tradimento della classe operaia e della sua finalità storica e complicità diretta nel suo svenamento.

Quel tradimento sarà poi reiterato, dopo solo due decenni, con l’adesione dei partiti comunisti stalinizzati ai fronti della Seconda Guerra, ugualmente imperialista ed ugualmente antiproletaria e anticomunista della Prima.
http://www.international-communist-party.org/…/Comuni61.htm…


A PRIMA GRANDE STRAGE CAPITALISTA CHIAMATA PRIMA …

Sorgente: La tregua del Natale 1914 by internationalcommunistparty.org | controappuntoblog.org

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