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“Ho maledetto Dio per anni, a causa di quel mio figlio rubato” – lastampa.it.torino

in foto: La mamma di Roberto davanti alla tomba dove sono sepolte 5 delle 7 vittime della Thyssen

lastampa.it.torino – “Ho maledetto Dio per anni, a causa di quel mio figlio rubato”“Se organizzassero per andare in Germania a protestare, partirei” – lodovico poletto

torino – «Ho bestemmiato Dio chissà quante volte per quel mio figlio che mi era stato rubato. E solo adesso sto cercando di tornare a crederci. Ma è dura. Spero che il Signore mi perdoni, mi comprenda. Sono una mamma che ha visto suo figlio morire in modo orribile».

Alle 4 del pomeriggio Isa Scola si chiude il piumino amaranto, accarezza un’ultima volta la foto di suo figlio sulla lapide e se ne va: «Ciao torno domani». Isa è la mamma di Roberto, la seconda vittima della Thyssen, morto il mattino del 7 dicembre. «La sua figura devastata dalle fiamme mi perseguita ancora oggi. Gli mancava un pezzo di naso. Gli usciva del liquido dagli occhi. Lo vedevo lì agonizzare in sala di rianimazione, con il suo povero corpo devastato».

Chi la avvisò di ciò che era accaduto?

«Erano le 6, mi ero alzata da poco. Non avevo ancora acceso la tv, e stavo preparandomi per andare a lavorare. Suona il telefono di mio marito e rispondo. Mi dicono che è la Thyssen, che volevano parlare con lui. Ho chiesto perché, mi hanno detto di passarglierlo e basta».

Roberto si era mai lamentato delle condizioni in fabbrica?

«Tante volte. Diceva che c’era olio in giro. Che si scivolava camminando. Anche lui si era fatto male: una volta è tornato a casa dicendo di essersi fatto male al petto. Un’altra a un braccio. Ma aveva due bambini piccoli: uno di 16 mesi e uno di tre anni. Doveva lavorare. Gli servivano i soldi per tirare avanti».

Suo marito aveva lavorato in Thyssen, non è vero?

«Era il responsabile della linea 5, quella dell’incidente. Era andato in pensione quasi due mesi prima».

Ha un ultimo ricordo felice?

«Certo. Risale a quindici giorni prima dell’incidente. Eravamo andati a festeggiare il mio compleanno e la pensione di mio marito al ristorante Carletto. Eravamo felici. C’era Roberto con i bambini e sua moglie, mia figlia Concetta con le sue figlie. Sembrava tutto così, come dire, perfetto».

Viene tutti i giorni al cimitero?

«Vengo e me ne sto davanti alla tomba di Roberto. E parlo con lui. E parlo con gli altri ragazzi. Erano come una famiglia: stavano là dentro ore e ore. Sapevano tutto gli uni degli altri, si vedevano fuori. Ragazzi per bene».

 

I bimbi di Roberto hanno un ricordo del papà?

«Il più grande sì. Pensi che per superare lo choc ha dovuto andare da uno psicologo. Per anni. Adesso è un ragazzino meraviglioso. Ma è stata durissima. Lui era stralegato al papà: dovrebbe vedere come gli somiglia».

Sanno tutto?

«Sanno che papà è volato in cielo. Che c’è stata una cosa brutta. Oggi avranno capito».

Dieci anni e i massimi vertici della Thyssen sono ancora in libertà. Si sente tradita?

«Mi sento come se mi mancasse un pezzo. Se mi dicessero andiamo tutti in Germania a protestare, io partirei. Lo farei per Roberto. Per i suoi bimbi e per la nostra vita spezzata».

Qualcuno vi è stato accanto in questi anni?

«In tanti: amici e non soltanto».

Le istituzioni?

«Assolutamente sì. Il sindaco allora era Chiamparino, me lo ricordo bene».

Perché?

«Era quasi Natale, e nessuno di noi aveva testa per comprare i regali ai bambini. Un giorno mi arrivano a casa due biciclette: ce le aveva mandate Chiamparino».

LEGGI ANCHE: Thyssen, andare in Germania per cercare di ottenere giustizia  

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Sorgente: “Ho maledetto Dio per anni, a causa di quel mio figlio rubato” – La Stampa

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