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Gli attacchi oltranzisti del «Migliorino» Orfini

L’ex dalemiano e il realismo di Togliatti. Le due posizioni sul sindaco Marino

di Pierluigi Battista

I maligni amano ricordare che Matteo Orfini, appena messo piede in Parlamento, volesse tutto per lui il seggio che fu di Palmiro Togliatti, di cui Orfini si sente l’erede dell’erede (D’Alema): e fu così che gli affibbiarono il velenoso nomignolo «il Migliorino».

Il nomignolo

Nomignolo davvero troppo ingeneroso, perché Orfini può vantare invece un eccellente curriculum di post-comunista seguace della lezione togliattiana del realismo politico. Solo che, arrivato in prima linea nello stato maggiore renziano di cui è culturalmente e politicamente una singolare eccentricità (e non solo perché con il Giglio, magico o no, non ha mai avuto alcuna frequentazione) la rudezza del Migliore ha preso in lui un’inclinazione estremista. Fino a dettare al presidente del Pd dichiarazioni davvero troppo radicali, ben oltre la soglia dell’imprudenza. Come quelle successive all’audizione nella Commissione parlamentare sulle banche dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, da Orfini interpretate in modo molto singolare tanto da suggerirgli un’irrituale tirata di orecchi ai giornali che ne davano conto per ciò che effettivamente erano.

Il caso

Il suo neo-estremismo si manifestò per esempio in tutta la vicenda romana, quando Matteo Renzi indicò Orfini come commissario di un Pd capitolino fortemente indebolito e con la giunta guidata dall’allora sindaco Ignazio Marino. In quell’occasione, nel giro di pochi mesi, ebbe a sostenere due posizioni antitetiche, ma di uguale tono oltranzista. Prima dell’estate accusava chi voleva le dimissioni di Marino a seguito della vicenda cosiddetta «Mafia capitale» di voler fare un favore alle forze del malaffare, rompendo l’«argine», così disse, che avrebbe contenuto le infiltrazioni mafiose nella politica romana. Poi il Pd cambiò idea dopo qualche mese, volle liberarsi di Marino, e Matteo Orfini escogitò, vista la resistenza del sindaco ad immolarsi in nome della disciplina di partito (questa sì, togliattiana), la chiamata di tutti i consiglieri piddini nelle stanze di un notaio anziché in quelle dell’aula comunale, anche questa davvero irrituale.

Le parole

Nei giorni scorsi Orfini ha dichiarato che il Pd era pronto nella Commissione banche a sfidare «tutti». Proprio così: «tutti». Per l’erede del Togliatti teorico sottilissimo della «politica delle alleanze» sembra davvero il contrappasso. Dalemianissimo in gioventù, e qualcuno lo ribattezzò addirittura per la sua intransigente ortodossia, come l’indiscusso leader di una ipotetica «D’alemajugend», oggi è diventato uno dei più agguerriti nemici di Massimo D’Alema, con una punta di eccesso emotivo che a qualcuno ha fatto pensare a misteriosi risvolti psicanalitici, ad altri a mai smaltiti rigurgiti di metodologie staliniste, quando al reprobo si chiedeva di dimostrare la forza della propria conversione attaccando proprio quelli più vicini. Esagerazioni. Ma un’esagerata oscillazione in un erede del realismo politico togliattiano deve pur avere una spiegazione. Perché proprio lui nei mesi scorsi si è lasciato andare a dichiarazioni tanto perentoriamente negative nei confronti del governatore della Banca d’Italia Visco? E perché proprio lui ha ritenuto di dover sferrare un velenoso attacco al presidente del Senato Pietro Grasso, non appena quest’ultimo aveva manifestato l’intenzione di aderire al movimento della sinistra «scissionista» polemica con il Partito democratico? E perché Orfini ha affiancato così veementemente Renzi nella sua scelta di accelerare sulla Commissione banche che oggi appare un percorso a ostacoli irto di spine? Il realismo politico si è perduto per strada. E in molti, nel Pd, sperano che la lezione romana non sia l’antipasto di un esito elettorale nefasto nel 2018. Per l’eredità di Togliatti sarebbe un grave scacco.

Sorgente: Corriere della Sera

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