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Dai finanzieri ai mercanti: i bassi salari di Germania e Cina | Q CODE Magazine

L’economia è forse una delle discipline peggio divulgate al mondo. Arroccata su tecnicismi per sacerdoti, oppure approssimata a qualche slogan anticapitalista. Tuttavia, il capitalismo va capito nei suoi meccanismi più complessi se si desidera elaborare un’alternativa alla profonda crisi che stiamo vivendo.Questa rubrica racconterà in modo semplice ma quanto più possibile rigoroso alcuni concetti chiave del capitalismo mondiale, con particolare riferimento al periodo che segue la seconda metà degli anni Settanta. Una mappa ragionata per comprendere le sfide economico-sociali che dobbiamo affrontare e provare a proporre un vocabolario che smonti i luoghi comuni e faccia da bussola per il futuro prossimo.Di Marco Missaglia e Clara Capelli Da sei anni Anja pulisce pavimenti e lava piatti per due euro all’ora. È sbigottita di fronte ai giornali che inneggiano al “miracolo del lavoro” tedesco. “The dark side of Germany’s jobs miracle”, Sarah Marsh e Holger Hansen, Reuters, 8 febbraio 2012. “Lavoro alla macchina che modella la plastica dalle 6 del mattino alle 6 di sera”, dice Xu Wenquan, un minuto sedicenne con il viso di un bambino e le mani coperte di bruciature. Quando gli si chiede cosa gli è successo alle mani, risponde che “me le sono scottate, le macchine sono roventi”. Suo fratello, Xu Wenjie, 18 anni, racconta che sono venuti quattro mesi fa da un piccolo villaggio del Guizho, provincia molto povera della Cina, camminando oltre 800 km per lavorare alla Huanya [fabbrica che produce decorazioni natalizie per Wal-Mart]”, David Barboza, In Chinese Factories, Lost Fingers and Low Pay, New York Times, 5 gennaio 2008. Come abbiamo visto nelle puntate precedenti di questa rubrica, il capitalismo è un sistema intrinsecamente contraddittorio: se da una parte il suo motore è il profitto e il mantenimento di elevati profitti richiede il contenimento dei salari, dall’altra salari troppo bassi riducono il potere di acquisto di chi dovrebbe assorbire beni e servizi prodotti e con ciò permettere l’effettiva realizzazione dei profitti.Abbiamo anche visto come a partire dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso tale contraddizione sia esplosa in molte delle più grandi economie del mondo. I dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale[1] ci dicono che tra il 1980 e il 2010 nei paesi del G7 – con l’aggiunta della Spagna – la crescita dei salari reali sia stata sistematicamente più lenta di quella della produttività del lavoro.Questo significa che per 30 anni filati ai lavoratori non sono stati integralmente riconosciuti gli incrementi della loro produttività, il che naturalmente spostava la distribuzione del reddito in favore del capitale e creava un enorme problema di domanda, di smaltimento della produzione.Abbiamo già illustrato la risposta “americana” a questo problema, fondata sull’indebitamento.La banca centrale statunitense ci dice che tra il 1996 e il 2007, dunque nel decennio che ha preceduto (e preparato) la grande crisi, il debito delle famiglie statunitensi è cresciuto di un impressionante 32 percento del PIL. Per capire l’ordine di grandezza, è sufficiente osservare che tra il 1970 e il 1980 il debito delle famiglie nordamericane crebbe solo del 6 per cento rispetto al PIL[2].D’altra parte, abbiamo detto che se non ti pagano abbastanza ti devi indebitare. E se ti devi indebitare, la finanza (banche, società finanziarie, ecc.) prospera, perlomeno sino a quando i debitori riescono ad onorare i propri obblighi di ripagamento. Dovrebbe tuttavia essere chiaro che attribuire la colpa di quanto accaduto alla finanza e ai suoi magheggi (che pure esistono e che nella puntata precedente abbiamo cercato di descrivere almeno in modo generale) è insensato, è il classico giochetto del capro espiatorio.Questo va sempre tenuto a mente per non farsi gettare troppo fumo negli occhi e non accettare il punto di vista oramai così diffuso secondo il quale basterebbe imbrigliare con qualche regola più severa banche e finanzieri e tutto andrebbe a posto. Fatto fuori il cattivo gnomo di Zurigo, i problemi sarebbero risolti.La seconda risposta al problema dello smaltimento della produzione indotto dal peggioramento della distribuzione dei redditi ci porta invece in Cina e in Germania. Apparentemente due economie che hanno poco in comune, ma con meccanismi di funzionamento assai simili che vengono generalmente definiti “neo-mercantilisti”.Innanzitutto, anche in Germania e Cina si è dato un problema di scollamento fra dinamica del salario reale e della produttività del lavoro. In Germania il problema si è manifestato a partire dal 1996 e, con particolare vigore, tra il 1996 e il 2007.Secondo i già citati dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, in quel decennio, che coincide prima con la preparazione e poi con l’effettiva entrata nell’euro, i salari reali dei lavoratori tedeschi crescono dello 0,8% all’anno, mentre il tasso di crescita annuale della loro produttività è dell’1,8%. A beneficiare degli incrementi di

Sorgente: Dai finanzieri ai mercanti: i bassi salari di Germania e Cina | Q CODE Magazine

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