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Cresce il ricorso al voto di fiducia. E non mancano i casi limite

Durante la legislatura sono state 106 le questioni di fiducia poste sui disegni di legge in discussione, 8 delle quali solo per la nuova legge elettorale

L’assetto costituzionale del nostro Paese sancisce che diversi attori abbiano il potere d’iniziativa legislativa: il popolo, le regioni, il consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il Parlamento e il governo. Proprio questi ultimi due però – si legge nel rapporto elaborato da Depp per AGI – sono i principali protagonisti, da un lato il potere legislativo (il Parlamento), e dall’altro quello esecutivo (il governo).

La nostra Repubblica parlamentare vede sempre più una predominanza del governo. Delle 352 leggi approvate al 19 dicembre 2017, 272 (il 77,27%) sono state presentate dai diversi esecutivi che si sono succeduti. All’iniziativa parlamentare si deve invece solo il 22,16% delle leggi approvate (78 testi). Molto limitato poi l’apporto di Regione e cittadini.

Nel corso della legislatura va però sottolineato che il peso delle leggi proposte da deputati e senatori è aumentato. Sotto il governo Letta erano solo l’11,11%, con quello Renzi sono passate al 20,24% e infine con l’esecutivo Gentiloni sono diventate un terzo delle leggi approvate, il 34,78%.
Questi numeri raccontano anche di una forte disparità nella percentuale di successo delle proposte di legge fatte dai diversi attori che hanno il potere di iniziativa legislativa. Deputati e senatori hanno presentato 6.840 disegni di legge e, come scritto nel rapporto AGI/Depp, solamente 78 di questi testi hanno completato il proprio l’iter, l’1,14% del totale. Molto più alti invece i numeri del governo che, delle 416 proposte depositate, ne ha viste ben 272 diventare legge, il 65,38%.

Corsia preferenziale per l’esecutivo

Non solo le proposte del governo sembrano avere una percentuale di successo più alta, ma vengono anche approvate e discusse molto più rapidamente. In media – secondo il Rapporto AGI/Depp – diventano legge in 209 giorni, mentre quelle dei parlamentari, solo per fare un esempio limite, ne richiedono in media 619. Non dovrebbe quindi sorprendere che le 10 leggi approvate nel minor tempo siano tutte state proposte dal governo, e che le 10 più lente siano tutte di iniziativa parlamentare. La predominanza del governo nella produzione delle leggi è evidenziata anche da altri due elementi: la tipologia di testi che escono dal Parlamento e il crescente ricorso alle questioni di fiducia.

Oltre il 65% delle leggi approvate da Camera e Senato nasce fuori dal Parlamento. Fra ratifiche di trattati internazionali (il 39,77% delle leggi), conversione di decreti legge emanati dal governo (il 21,31% del totale) e leggi di bilancio presentate dai diversi esecutivi (4,83%), un numero molto limitato delle norme varate nel corso della XVII legislatura è stato generato tra i banchi del Parlamento. Come se non bastasse, 41 delle 352 leggi in questione (l’11,65%) sono deleghe al governo. In tutto questo, le leggi “ordinarie” sono state solamente 63, il 17,90%. Leggi “ordinarie” che molto spesso includono proposte dal basso impatto normativo, come quelle per la creazione di commissioni d’inchiesta, la celebrazione di personalità culturali/storiche o l’istituzione di giornate nazionali commemorative di tematiche specifiche.

Limiti al dibattito parlamentare

I numeri ci raccontano quindi che non solo le proposte dei parlamentari vengono approvate più lentamente e più raramente, ma anche che la stragrande maggioranza delle norme nascono altrove: o all’estero (ratifiche di trattati internazionali) o a Palazzo Chigi (decreti legge e leggi di bilancio).
A rafforzare questa tendenza ci sono le questioni di fiduciaposte sui disegni di legge in discussione. Il governo può infatti decidere di legare il suo destino a quello dei testi al vaglio del Parlamento. L’uso massiccio dei voti di fiducia nelle dinamiche di Camera e Senato è diventato ormai una prassi, con delle conseguenze chiare sulla quantità e qualità del dibattito parlamentare. Questo perché da un lato lo velocizza, specialmente sui decreti legge in scadenza, dall’altro lo limita, legando il destino del testo a quello dell’esecutivo.

Da inizio legislatura sono state 106 le questioni di fiducia poste su disegni di legge in discussione, 10 durante il governo Letta, 66 nel governo Renzi e infine 30 nell’attuale esecutivo Gentiloni. Questo vuol dire che circa il 30% dei testi usciti dal Parlamento ha necessitato di un voto di fiducia, evento che è avvenuto in media 2 volte al mese nel corso della XVII legislatura.

Il caso “Rosatellum Bis”

Numerosi i casi limite, come per esempio la discussione sull’attuale legge elettorale “Rosatellum bis”. Per assicurarsi un positivo completamento dell’iter sono state votate ben 8 questioni di fiducia, 3 alla Camera e 5 al Senato. Altri 6 testi hanno richiesto almeno 3 voti di fiducia: Decreto competitività (3 fiducie, governo Renzi), Decreto lavoro – Jobs act (3 fiducie, governo Renzi), Decreto riforma Pa (3 fiducie, governo Renzi), Italicum (3 fiducie, governo Renzi), Stabilità 2014 (3 fiducie, governo Letta) e la Stabilità 2015 (4 fiducie, governo Renzi). Allargando ancora di più il raggio d’analisi, scopriamo che il 9,09% delle leggi approvate ha necessitato di 2 o più voti di fiducia per essere approvate, coinvolgendo quindi entrambi i rami almeno una volta.

Sorgente: Cresce il ricorso al voto di fiducia. E non mancano i casi limite

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