Chissà che rabbia quella volta, l’unica, in cui non è riuscita a esserci, per votare un emendamento alla legge sul “Dopo di noi”. Tutte le altre volte, tutte le altre 24827 volte, l’onorevole Cinzia Maria Fontana si trovava al suo posto, a schiacciare sì, no, astensione, emendamento dopo emendamento, articolo dopo articolo, ordine del giorno dopo ordine del giorno, mozione dopo mozione, al mattino e alla sera, anche quando c’era l’unanimità, anche quando il governo dormiva tra quattro guanciali, anche quando si parlava delle dimensioni degli avannotti, della ratifica dell’accordo con Andorra. La Fontana c’era sempre. Come lei, ma un po’ meno, il collega del Pd Guerini (quello meno noto, Giuseppe) o i senatori di Mdp Carlo Pegorer e Federico Fornaro. Attaccati alla poltrona, in senso proprio. Ma a leggere i numeri di OpenPolis – anche se manca ancora l’indice di produttività – l’occhio cade dove come al solito qualcosa duole.

Quella finita ieri sarà la legislatura con il Parlamento più giovane ma ha anche mantenuto i vizi più vecchi. Il record di cambi di gruppo, per esempio, 10 al mese. La proliferazione dei gruppuscoli e la polverizzazione dei poli e dei partiti più grandi che hanno dato vita a effetti grotteschi come la resurrezione di metà pentapartito (Psi, Pli, Pri) e alla nascita di gruppuscoli che nemmeno in un condominio (Euro-Exit). Dopo i partiti personali, poi, i gruppi parlamentari personali: gli alfaniani, i verdiniani, i fittiani, i tosiani. Partiti nati e morti dentro il Parlamento oltre che quasi trascurati fuori, come Alternativa Popolare.

E poi i parlamentari dati per dispersi, per i quali ancora un po’ e si levavano in volo gli elicotteri della Protezione civile. L’editore Antonio Angelucci, come da tradizione, ma anche l’avvocato del capo Niccolò Ghedini. Non c’era quasi mai neppure un insospettabile, Denis Verdini, protagonista della legislatura con le sue truppe che facevano da rotelle laterali alla bicicletta dondolante della maggioranza. Stare in Parlamento per lui non è indispensabile.