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C’è bisogno di una politica estera europea – Jeffrey Sachs a MED Roma 

Dov’è la voce dell’Europa per fermare Arabia Saudita e Stati Uniti mentre provano ad attaccare l’Iran?

Si è conclusa ieri, 2 dicembre, la terza edizione di MED Roma, forum sulla geopolitica del Mediterraneo organizzato da Ispi e Farnesina. Tra i tanti interventi delle autorità presenti, alcuni molto sinceri, altri più diplomatici, il più esaustivo e diretto è stato quello del prof. Jeffrey Sachs. Sachs è uno dei punti di riferimento globali sul tema della sostenibilità: economista, direttore del Earth Institute alla Columbia University, special advisor del segretario generale delle Nazioni Unite, tra le infinite collaborazioni avrebbe anche contribuito alla parte scientifica dell’enciclica di Papa Francesco sull’ambiente, Laudato Si’.
Questo è stato il suo intervento sul palco del MED – domande di Andrea Cabrini (Class CNBC).

Abbiamo appena sentito dell’enorme impatto che l’iniziativa cinese One Belt One Road (Nuova via della seta) potrebbe avere sullo sviluppo dell’area del Mediterraneo, così come a livello globale, sul cambio di potere geopolitico tra la Cina e il resto del mondo. Cosa ne pensi?

Penso sia un argomento chiave, ed è indicativo dei nostri tempi. Quando parliamo degli Stati Uniti è sempre roba di politica o guerra, quando parliamo della Cina si tratta di costruire e investire, e questa è una grande differenza del mondo di oggi. L’iniziativa One belt one road è il più grande progetto infrastrutturale al mondo, è molto importante, sta cambiando l’Asia e se l’Europa avesse agito tutta unita avrebbe giocato d’anticipo proponendo lei stessa un sistema di infrastrutture per raggiungere la Cina. Questo è ciò di cui il mondo ha bisogno, ed è su questo che dovrebbe concentrarsi la nostra attenzione. Purtroppo negli Stati Uniti non progettiamo più nulla. Vogliamo tagliare le tasse, vogliamo avere le politiche più miopi possibili, il populismo, anzi questo “populismo per ricchi” senza una visione a lungo termine.

Tornando al Mediterraneo, come vedi la possibilità che una nuova crescita economica riduca povertà e ineguaglianze? Qual è la tua idea di sviluppo sostenibile in questa regione?

La situazione attuale non è delle migliori. Non solo la crisi economica è costata cara, ma non è stata neanche davvero superata: non abbiamo ancora creato i collegamenti necessari tra le sponde del Mediterraneo. Era una una zona di crisi, non una zona di investimento, ed è cambiato molto poco in questi ultimi anni. Ci sono guerre dappertutto. Ma queste guerre, questi disastri, sono stati causati dalla politica estera statunitense. L’Europa non ha mai avuto una politica estera indipendente per cercare di creare una zona di stabilità e pace. Ha solo ospitato i rifugiati, ma non ha mai avuto una propria politica estera, quindi non direi che la situazione è buona né tantomeno costruttiva. Qual è il programma di investimenti per la regione mediterranea? Qual è il programma di investimenti per collegare Nord Africa, Italia, Spagna, Mediterraneo orientale e Medio Oriente? Non esiste in questo momento. Questa è la grande differenza rispetto alla visione della Cina, che sta collegando attraverso infrastrutture tutto il Sud-est e Nord-est asiatico con l’Asia centrale e occidentale; qui manca lo spirito di costruire.
Ma proviamo ad essere positivi: cosa va fatto? È incredibile che questa mattina1 non abbia sentito nominare (ma è normale, erano degli americani a parlare) neanche una volta il cambiamento climatico, né le energie rinnovabili. Per il Mediterraneo, signore e signori, mettere sotto controllo il cambiamento climatico è fondamentale; questa regione è enormemente a rischio, e d’altronde ha un grande potenziale per le rinnovabili: avete aziende che vi stanno investendo, e dovranno continuare a investire su larga scala. Ieri ero a Pechino per parlare con uno dei leader della politica energetica in Cina. C’è un progetto chiamato GEIDCO, che si propone di collegare le reti energetiche di Europa, Africa, Medio Oriente, Asia centrale e Asia orientale in una megarete per decarbonizzare il sistema energetico, creando investimenti e occupazione. Per la regione mediterranea può essere una grande idea: il Nord Africa ha un’enorme potenziale solare ed eolico, l’Italia ha grandi aziende tecnologiche, come Eni ed Enel. Ma i progetti vanno scritti.

L’implementazione dell’accordo di Parigi sembra però un po’ bloccata. Cosa ne pensi dell’impatto che avrà l’economia petrolifera sull’energia dei prossimi anni?

L’unica cosa che sappiamo è che l’aumento della temperatura è stato di 1,1 °C gradi, siamo ora a 404 parti per milione di CO2 nell’atmosfera, dunque possiamo fare finta di niente oppure fare qualcosa. Se vogliamo fare qualcosa il modo è assolutamente chiaro: dobbiamo trasformare tutti i nostri investimenti in energie rinnovabili, punto. Di energia eolica, solare e geotermica ce n’è tanta, ed è anche molto redditizia da quando i prezzi sono calati – grazie alla Cina. I costi delle rinnovabili sono diminuiti drasticamente.
Nel frattempo, ogni anno la crisi climatica peggiora. L’Europa ha visto enormi ondate di calore questa estate, incendi boschivi. Gli Stati Uniti hanno avuto quattro uragani di fila, e tre di questi – tre tempeste in sei giorni – hanno causato danni per 360 miliardi di dollari. Tre tempeste, trecentosessanta miliardi di dollari di danni. Abbiamo avuto il più grande incendio boschivo nella storia del nord-ovest della California. Quindi parlare di industria petrolifera nei termini del primo panel1 è davvero irresponsabile, mi spiace dirlo. Insomma, di cosa stiamo parlando? È come se nulla fosse cambiato, come se non ci fosse un accordo di Parigi, nessuna crisi climatica, nessuna realtà. Questa è la mentalità del sig. Trump, dell’industria petrolifera americana. Per favore, non lasciatevi contagiare. A questo proposito, torno a dirlo: la regione mediterranea è incredibilmente vulnerabile. Voglio sottolinearlo per tutti. Ho guidato un istituto di centinaia di centinaia di scienziati del clima per 15 anni, e tutti vi diranno che ognuno dei modelli indica la stessa cosa, cioè che questa regione potrebbe essere distrutta dai cambiamenti climatici. Una cultura di 5000 anni non sarà in grado di sopravvivere, i vigneti, gli ulivi, tutta la meravigliosa bellezza meravigliosa di uno dei posti più speciali del mondo è a rischio. L’Europa del nord lo ha capito abbastanza bene, stanno davvero decarbonizzando l’economia. Preferiscono fare progetti piuttosto che fare una guerra in Libia o un’altra guerra in Libano. Invece di avere la stessa stupida politica estera degli Stati Uniti e pensare a Trump, dovremmo investire nella trasmissione di elettricità ad alta tensione e fare qualcosa che possa davvero contribuire alle soluzioni. Scusate, non posso usare una parola gentile – Trump è un idiota! Dico seriamente: siamo adulti qui dentro, dobbiamo fare i conti con la realtà della nostra situazione in questo momento, non possiamo sederci qui e chiederci: “Beh, ci sarà davvero una guerra con l’Iran?” Se scoppia quella guerra l’Europa verrà devastata, il Medio Oriente sarà in fiamme. È l’idea più stupida che si possa avere, dopo quella di far esplodere il mondo intero con la Corea del Nord. Abbiamo due idee incredibilmente stupide sul pianeta, un presidente psicologicamente instabile e parliamo come se tutto fosse a posto. Non va bene, onorevoli colleghi, dobbiamo prenderci sul serio, e ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una politica estera europea. Non potete solo stare seduti in attesa di quello che gli Stati Uniti faranno con i loro pazzi tweet quotidiani. Dov’è la voce dell’Europa per fermare Arabia Saudita e Stati Uniti mentre provano ad attaccare l’Iran?

Che ruolo può giocare l’Europa, ammesso che al momento abbia davvero una voce unica e concorde?

Non lo so, innanzitutto sarebbe bello se la Germania avesse un governo stabile. Credo aiuterebbe.

Sei ottimista sulla possibilità di una grande coalizione?

Sì, faranno una grande coalizione e devono farlo perché in Germania abbiamo davvero bisogno di stabilità. Ma abbiamo ancora più bisogno della voce italiana, ecco perché questa conferenza è così utile. Non potete solo aspettare Bruxelles. L’Europa oggi è più che altro “nord Europa”, ma l’area di crisi è il Mediterraneo. Qualcuno nel panel precedente ha detto1: “Secondo me la politica estera statunitensa ha avuto successo”. Stiamo scherzando, signore e signori? Abbiamo guerre in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia, l’intera regione è in guerra, stiamo parlando della possibilità di una nuova guerra con l’Iran a causa del nostro presidente pazzo. Questo è un disastro della politica estera. Prendiamo la guerra in Libia: ok, questa è stata una guerra di Sarkozy, Cameron e Obama per eliminare Gheddafi. Ma non puoi aspettarti di avere stabilità nel mondo cambiando regimi a tuo piacimento. Cos’è la crisi siriana? Signore e signori, questa non è una guerra civile, nonostante quello che leggete sul New York Times ogni giorno. Questo è stato semplicemente un tentativo dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti di rovesciare Assad. E guardate come ha destabilizzato l’Europa! Eppure nessuno in Europa ha detto stop! Nessuno! Questo è il problema, andremo alla deriva verso nuove guerre fino a quando l’Europa non le fermerà. L’Europa non può permettersi di fare guerre coi suoi vicini. Il vicinato dell’Europa è una polveriera, e l’unico modo per uscire dall’empasse è fare investimenti e progetti insieme, con quei paesi. Sviluppare One belt one road in modo da avere una connessione con la Cina porterà sviluppo, non stare a scervellarsi su ciò che farà Trump. Non lo sa neanche lui, perché sforzarsi tanto!

Uno dei principali risultati della situazione che lei ha descritto è l’immigrazione. In Europa stiamo vivendo una crisi profonda dell’immigrazione, e per questo la parola chiave non è solo prosperità, ma prosperità condivisa, crescita inclusiva. Questa settimana c’è stato un grande incontro in Africa tra i paesi africani e l’Unione Europea. Stiamo facendo la cosa giusta o stiamo solo ripetendo quello che abbiamo fatto in passato, che a quanto pare non è stato utile, o non abbastanza da impedire l’esplosione della crisi?

Purtroppo non si agisce strategicamente perché ci sono 28 governi, tutti impegnati con crisi di bilancio dovute al taglio delle tasse, e così tutti dicono che non possono fare nulla, non possono investire in programmi reali, e quindi la situazione non migliora. Sono due i problemi con le migrazioni, e vorrei che li mantenessimo distinti. Il primo è ovviamente la guerra: la ragione principale per cui l’Europa ha avuto una crisi dei rifugiati sono state le guerre statunitensi. È importante capirlo. Queste sono state guerre scelte: in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia. È da qui che viene la vostra crisi. Queste sono state quattro guerre concepite con l’idea che gli Stati Uniti possono scegliere il governo di questi paesi. Tutte e quattro non hanno portato nessuna stabilità, perché il mondo non funziona nel modo in cui la CIA crede, cioè che rovesci un governo e poi arriva la stabilità. Ecco perché prima abbiamo bisogno di una politica estera europea, questo è il problema numero uno.

Il problema numero due è la demografia di questa regione: è sbalorditivo e temo non sia abbastanza noto. Nel 1950 l’Europa meridionale contava 120 milioni di persone, l’Africa del Nord ne contava circa 100 e l’Asia occidentale, la regione del Medio Oriente, circa 50. 250 milioni di cui il Sud Europa costituiva il 40%. Oggi ci sono 660 milioni di persone nella stessa regione, il valore è più che raddoppiato. L’Europa è allo stesso numero, ma il Nord Africa è ora a 250 milioni di persone e il Mediterraneo orientale è a 250 milioni: l’Europa è il 24% del totale. Tra 50 anni ci saranno un miliardo di persone in questa regione, e l’Europa sarà solo il 10%. O ci sarà sviluppo, o la realtà diventerà ingestibile. È per questo che le guerre non possono risolvere nulla. Dobbiamo pensare agli investimenti, a costruire una nuova economia sostenibile, che è quello che la Cina sta facendo dall’altra parte del mondo. È così che la Cina è diventata la più grande economia del mondo. Perché sarà lei la principale economia del mondo nei prossimi 30 anni, non negli Stati Uniti. Perché sta investendo nel suo futuro, e questa è la grande differenza: invece di sprecare soldi in guerre, sta investendo nel futuro. Veniamo all’Africa sub-sahariana, cito solo un paio di dati. Nel 1950 aveva una popolazione di 180 milioni di persone, tutte dell’Africa sub-sahariana. Oggi è a 1 miliardo. È cresciuta praticamente quasi 6 volte, e sapete qual è la proiezione per l’Africa subsahariana per il 2100 col trend attuale? 4 miliardi di persone. L’Europa del 2100, a proposito di proiezioni, non cambia, anzi scende leggermente. Pensiamo davvero di poter gestire la migrazione? No, nemmeno un pochino. Cosa fareste per gestire davvero questa prospettiva? Un consiglio: investite insieme all’Africa nell’educazione in Africa. Perché il modo principale per cambiare la traiettoria demografica è l’educazione, quindi il tasso di fertilità scenderà da dove è oggi – cinque – fino a due, e la popolazione riuscirà a stabilizzarsi. Solo così ci sarebbero posti di lavoro, un futuro economico. L’Europa lo sta facendo? Ho passato tre anni tra Bruxelles, Berlino, Parigi, Stoccolma, girovagando e dicendo “per favore, investite nell’istruzione secondaria africana”, non solo perché è morale ed è la cosa giusta da fare, ma anche perché questo è l’unico modo per affrontare un sfida a lungo termine come una popolazione che arriverà a 4 miliardi di persone. E sapete qual è stata la risposta? “È molto difficile, professor Sachs, il nostro budget è molto ristretto, non sappiamo davvero cosa fare, etc. Anche gli Stati Uniti adesso giurano di non avere soldi, perché gli unici soldi che il governo americano può spendere sono per la guerra. Questo è l’unico denaro sempre disponibile e garantito. Con i tagli delle tasse ci saranno ampi deficit di bilancio, quindi mancheranno investimenti sociali, aiuti allo sviluppo, budget per il cambio climatico. Ma il mio consiglio è: non prendetelo troppo sul serio. Perché Trump passerà, troveremo una via d’uscita, ma voi dovete guidare. Non pensate che gli USA siano la vostra sicurezza perché non lo sono, quell’era è finita e dovete iniziare una politica estera che sia commisurata ai vostri bisogni reali. E l’unica politica estera che può funzionare, a causa di tutti i motivi di cui abbiamo parlato, è una politica di pace, non una che si schiera con i sauditi e gli dice “bravi, perché non andate ad attaccare l’Iran?”, che è ciò che gli Stati Uniti vogliono fare.

 

Poco prima di J. Sachs c’è stato un tavolo interamente statunitense, con McGann (University of Pennsylvania), I. Lesser (Fondo Marshall in Germania), R. Malley (International Crisis Group), W. R. Mead (The American Interest). Il livello del discorso è stato molto schietto e cinico. Mead al centro del suo intervento ha detto: “Guardando al caos in Medio Oriente, tendiamo a interpretarlo come un segno di fallimento, di declino dell’egemonia. Cioè se l’egemone stesse davvero facendo il suo lavoro, tutto sarebbe tranquillo, perché questo è ciò che fa una potenza egemone. Ma il potere statunitense è diverso: non perché siamo speciali, ma semplicemente perché è un potere mescolato intrinsecamente al capitalismo, che è di per sé una forza rivoluzionaria. Allora un mondo in cui gli Stati Uniti sono una potenza dominante deve per forza essere un mondo in costante sconvolgimento, e quello che stiamo vedendo in Medio Oriente mi sembra che sia un grande successo della politica americana.”

Sorgente: C’è bisogno di una politica estera europea – Jeffrey Sachs a MED Roma | L’ Intellettuale Dissidente

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