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Catalogna, al voto spaccata a metà

Elezioni. Oggi urne aperte, a due mesi dalla «storica» proclamazione della «Repubblica» il 27 ottobre. Si elegge il parlament, testa a testa tra la destra unionista di Ciudadanos e i «ribelli» di Esquerra republicana. Per i sondaggi sarà affluenza record, persino più alta del 77% di 2 anni fa

Le elezioni dei 135 deputati del parlamento catalano che si celebrano oggi sono davvero eccezionali in molti sensi. Perché sono state convocate dal presidente del governo spagnolo e non dal presidente catalano, come è previsto dallo Statuto di Catalogna. E questo perché il governo spagnolo controlla il governo catalano, dopo averlo destituito grazie all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione quasi due mesi fa. Si è trattato ancora di un inedito: la norma costituzionale non era mai stata usata prima, e che sia stata applicata per convocare elezioni è messo in discussione da molti costituzionalisti. Il partito En Comú Podem (la cui leader è la sindaca di Barcellona Ada Colau) è l’unico che ha presentato un ricorso al tribunale costituzionale proprio per questo.

Sono elezioni straordinarie anche perché i due principali leader indipendentisti non hanno potuto partecipare alla campagna. Il capolista di Esquerra republicana, Oriol Junqueras, è in carcere preventivo assieme ad altri tre candidati, della sua lista e di Junts per Catalunya. Il capolista di quest’ultimo partito (o per meglio dire, formazione nata esclusivamente attorno alla sua candidatura) è l’ex president Carles Puigdemont, fuggito in Belgio non appena è scattato il 155 assieme ad altri cinque ex ministri catalani.

L’ANOMALIA di una campagna caratterizzata da queste assenze è tale che sono state modificate prassi consolidate (come la scelta di chi doveva andare ai dibattiti). E ha fornito un ottimo alibi ai partiti indipendentisti per concentrarsi quasi esclusivamente su questa ingiustizia (denunciata attraverso un onnipresente nastro giallo che molti portano attaccato alla giacca) e per ignorare i temi dolenti. Neanche un abbozzo di autocritica, se non per il fatto di non essere riusciti neppure ad avvicinarsi al loro obiettivo dichiarato (l’indipendenza), giacché per questo c’è sempre la scusa del violento e sordo governo di Madrid.

D’altra parte Ciudadanos (unico partito a candidare una donna, Inés Arrimada, a presidente) e il Pp hanno continuato a ignorare che in Catalogna esiste un problema, come se milioni di persone in strada per anni non esistessero, problema per il quale prima o poi bisognerà trovare una risposta politica e non quella della repressione e delle manganellate dell’1 ottobre. Ciudadanos corre per la vittoria testa a testa con Erc. Mentre i popolari sembra che a queste elezioni andranno peggio del solito.

I SOCIALISTI, che provengono da una tradizione catalanista, si sono sforzati di distinguersi dai loro «soci» del blocco sedicente «costituzionalista», ma la realtà è che molti catalani li hanno percepiti dal lato degli aggressori per l’appoggio al 155. Non a caso nei giorni successivi all’entrata in vigore del famigerato articolo, molti dei governi municipali dove erano presenti sono saltati. Ma si deve riconoscere al leader del Psc, Miquel Iceta, almeno lo sforzo di fornire un tentativo di risposta che vada più in là del mero no all’indipendenza e dell’attacco ai milioni di catalani e catalane che all’indipendenza (più o meno ingenuamente) hanno creduto.

GLI UNICI che si sono battuti come leoni per imporre nel dibattito problemi diversi dal «monotema» (come dicono i Ciudadanos), e che hanno cercato di parlare di sanità, educazione, giustizia sociale, sono quelli di En Comú Podem, il partito agglutinato attorno ad Ada Colau e a Xavier Domènech, attuale deputato a Madrid e candidato presidente della Generalitat. Con la formula usata finora, che riunisce varie sensibilità di sinistra in uno spazio comune, i «comuns», si vedono come l’ago della bilancia di queste elezioni.

Già, perché i due blocchi pro e contro l’indipendenza secondo tutti i sondaggi saranno più o meno equivalenti, e nessuno dei due supererà la maggioranza dei voti (per i seggi il discorso è complicato: non si escludono sorprese). E Domènech potrebbe essere il king maker. Ma i colauisti hanno già detto chiaramente che non sposeranno nessuno dei due blocchi: la loro scommessa è quella di romperli, i blocchi, magari con un tripartito con Esquerra (che questa volta corre da sola) e socialisti.

Certo è che la situazione molto probabilmente non si risolverà stasera. Sembra che ci sarà un’affluenza altissima, persino più alta del record di 2 anni fa (77%).

Buona notizia per i «costituzionalisti», secondo loro. Buona notizia per la democrazia: finalmente ci saranno dei numeri affidabili sulla forza reale dei due blocchi.

Eppure stasera i numeri non faranno che confermare quello che qualsiasi osservatore sa già: la Catalogna è spaccata, e quasi a metà. Quello che invece non sappiamo è se gli attuali politici catalani saranno in grado di sbloccare la situazione. Sappiamo già che Madrid non aiuterà.

Sorgente: Catalogna, al voto spaccata a metà

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