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Caso Banche, tutti gli incontri (e le richieste) per evitare multe milionarie

Da Boschi a Carrai, i tentativi fatti dopo i due no di Unicredit e quello di Bper

di Federico Fubini, Fiorenza Sarzanini

ROMA Quando la ministra per le Riforme Maria Elena Boschi si rivolse all’amministratore delegato Federico Ghizzoni, Unicredit aveva già espresso un completo disinteresse per l’acquisizione di Banca Etruria. Non una, ma due volte nel giro di pochi mesi. Non sulla base di interventi diretti di questo o quel politico su un banchiere, ma sempre attraverso i canali formali di comunicazione fra aziende.

Agli inizi del 2014 i vertici di Unicredit erano stati contattati da due advisor, Rothschild e Lazard, che cercavano un partner di «elevato standing» per conto dell’istituto di Arezzo. Ai due era stata affidata una missione di una certa urgenza, perché il 13 dicembre 2013 la Banca d’Italia aveva concluso una prima ispezione ad Arezzo con una multa agli amministratori e la richiesta di trovare un compratore entro la primavera 2014.

La ricerca degli advisor

È allora che Etruria arruola Rothschild e Lazard, che scrivono subito a 28 banche per sondarne l’interesse. Unicredit e altre 25 cortesemente declinano, senza neanche chiedere l’accesso ai dati di Etruria. A loro è bastato leggere il bilancio. Rispondono solo in due, la Popolare di Vicenza e la Banca Popolare dell’Emilia-Romagna (Bper). Quest’ultima avvia riservatamente un approfondimento su Etruria durante febbraio e marzo 2014, ma avendo visto i libri si tira indietro: l’istituto di Arezzo avrebbe chiuso l’anno con 42,5 euro in default ogni 100 di prestiti fatti, non proprio un record di sana e prudente gestione. Resta dunque solo un’altra banca interessata, la Popolare di Vicenza sulla quale già si addensano ombre. Si tratta di una potenziale offerta che «preoccupa» Maria Elena Boschi, come racconta il presidente di Consob Giuseppe Vegas che la vede a pranzo nella primavera 2014. La ministra teme il predominio del distretto dell’oro di Vicenza sui concorrenti di Arezzo, spiega. I vertici di Etruria rifiutano le condizioni offerte. Il 19 giugno 2014 Popolare Vicenza si tira indietro e diventa necessario riprendere una ricerca sempre più affannosa. A fine agosto la banca di Arezzo nomina un nuovo advisor, questa volta Mediobanca (la ricerca di aiuto è così affannosa che a fine anno Etruria pagherà solo in consulenze 9,5 milioni, pur valendone in Borsa appena 88). Anche Mediobanca si mette subito al lavoro e scrive a 86 possibili acquirenti, 33 banche e 53 fondi italiani e esteri. Fra questi ci sono Unicredit e Bper, che declinano prima della fine di ottobre. Solo la banca israeliana Hapoalim brevemente si interessa, poi lascia cadere dopo aver controllato i conti. Non sembra dunque corretta la ricostruzione di ieri di Maria Elena Boschi, quando afferma di non essere stata lei «ma Mediobanca» a chiedere l’acquisizione. Quando l’allora ministra parla a Ghizzoni della possibile operazione, nel dicembre 2014, la questione per Unicredit era chiusa da mesi perché aveva già declinato l’invito degli advisor due volte. E senz’altro Pierluigi Boschi, vicepresidente di Etruria e padre della ministra, doveva averlo capito da tempo.

Gli amici di Renzi

Tra fine 2014 e inizio 2015, andati a vuoto i tentativi nei normali canali di business, sono dunque i politici e le persone ad essi vicine che scendono in campo per Etruria. Graziano Del Rio, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Renzi premier, torna a bussare alla porta di Bper. Senza esito. Marco Carrai, uomo d’affari e amico personale di Renzi, sollecita di nuovo Ghizzoni il 13 gennaio 2014. Nulla di fatto. Boschi a inizio dicembre 2014 e di nuovo a inizio gennaio 2015 va in visita da Fabio Panetta, vicedirettore generale di Banca d’Italia con le deleghe alla Vigilanza. Ma la ministra non può chiedere niente, sarebbe reato. Renzi stesso aveva già posto domande su Etruria al governatore Ignazio Visco nella primavera precedente, senza averne risposte. A inizio febbraio Davide Serra, gestore finanziario amico di Renzi, ipotizza di intervenire con il suo fondo Algebris acquistando almeno una parte dei crediti deteriorati (lo fa in realtà anche per altre banche italiane). Ma la proposta di Serra «di cooperazione, risanamento e rilancio di Etruria» arriva il 19 febbraio, una settimana dopo il commissariamento.

La posta in gioco

Perché tutto questo interesse? Dopo le prime sanzioni da 2,54 milioni di euro, assegnate agli amministratori il 3 ottobre 2014 dopo l’ispezione di Bankitalia del 2013, un salvataggio avrebbe risolto molti problemi. Magari avrebbe risparmiato al consiglio di Etruria nuove multe — più pesanti — erogate da Consob e Bankitalia contro gli amministratori, compreso Pierluigi Boschi. L’11 novembre 2014 era infatti partita una seconda ispezione di Bankitalia, proprio mentre il consiglio chiedeva all’advisor di cercare ancora. Un acquirente avrebbe soprattutto scongiurato il commissariamento, già prevedibile da novembre 2014 e esecutivo l’11 febbraio 2015. Con quello salta il consiglio di Etruria e resta la voragine nei conti che ha poi innescato l’inchiesta per bancarotta. Ora i vertici, incluso il padre di Maria Elena Boschi, sono esposti a pesantissime richieste pecuniarie da parte del liquidatore.

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