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Boschi ha mentito su Banca Etruria? Tecnicamente no, politicamente sì

Stenografico alla mano può anche non rilevarsi alcuna menzogna, ma dal punto di vista politico le parole di Vegas su Etruria la inchiodano

di Pietro Salvatori

“I giornalisti hanno il dovere di indicare il passaggio in cui avrei mentito al Parlamento”, chiede oggi Maria Elena Boschi. La risposta non è semplice. Stenografico alla mano può anche non rilevarsi alcuna menzogna, politicamente la faccenda è molto diversa. Perché quel che è successo oggi scatena contraddizioni importanti fin nel profondo della linea difensiva che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio sta tenendo da più di due anni sulle vicende che la legano a Banca Etruria. Su cosa? E perché? Riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio.

Era il 18 dicembre del 2015. Quasi due anni fa Maria Elena Boschi si alzò dagli scranni del governo, accese il microfono e iniziò a parlare. Per diciassette minuti difese se stessa, suo padre, l’onore della sua famiglia, finiti nel frullatore di una vicenda scivolosa, che ha un nome e un cognome: Banca Etruria.

“Non ho mai favorito la mia famiglia, mai i miei amici. Non c’è dunque conflitto d’interessi, non c’è dunque alcun favoritismo, non c’è alcuna corsia preferenziale”, spiegava, con la voce ferma, rotta appena dall’emozione. Una linea difensiva netta, che mirava a chiudere ogni possibile spiraglio a polemiche che potevano arrivare a travolgere prima lei, poi il governo di cui faceva parte.

Non è stato affatto così. E questo è storia. Ma la cronaca aggiunge un nuovo e pesante tassello che potrebbe far affondare definitivamente l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Lo lancia nello stagno Giuseppe Vegas. “Ho avuto modo di parlare della questione [Banca Etruria n.d.r.] con l’allora ministro Boschi”, ha detto davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche il presidente della Consob. Facendo scattare mille campanelli d’allarme. Perché di quell’istituto il padre è stato consigliere d’amministrazione, prima, e vicepresidente, poi. È su quella commistione di interessi privati e iniziativa pubblica – di governo e Bankitalia – nei confronti di un istituto che stava per andare a gambe all’aria che si crea il cortocircuito che ha toccato la Boschi.

Vegas sottolinea che l’allora ministro espresse “un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro”. Fin qui nulla di strano: un deputato come tanti che si occupa del suo territorio. Prova a dirlo anche Vegas: “Mi sembra una cosa normalissima che un parlamentare si interessi della sua costitutency”. Ma la Boschi allora faceva parte dell’esecutivo, e la questione Banca Etruria, insieme a quella delle altre banche popolari, era squadernata sulle scrivanie del governo.

Il presidente della Consob aggiunge un dettaglio, apparentemente di poco conto, ma che pesa molto nel contesto: “Il ministro Boschi chiese di vedermi. Venne a Milano e poi tornò a Roma”. E quando? “Deve essere stato nell’aprile 2014”.

Perché pesa? Perché di lì a qualche settimana – precisamente il 4 maggio del 2014 – Pier Luigi Boschi da “semplice” consigliere di amministrazione sarebbe diventato vicepresidente di Banca Etruria. Rendendo così difficile sostenere che gli interessamenti da parte di Maria Elena in quella fase potessero totalmente prescindere da fatti che toccavano così da vicino la sua famiglia più stretta. Alimentando a ragione i legittimi sospetti di un conflitto d’interessi costantemente negato. Perché un ministro delle Riforme sente il bisogno di interpellare il capo di un authority su un fatto che esula le sue competenze? Visti gli interessi in campo, la banale spiegazione del semplice interessamento di un deputato di collegio non tiene.

Non si può poi non sottolineare che poi il dettaglio sibillino lasciato cadere da Vegas, quello di un viaggio ad hoc del ministro a Milano per interessarsi della questione, farebbe crollare interamente la negazione da parte dell’interessata che ci sia stata una corsia preferenziale attraverso la quale avrebbe seguito da vicino la vicenda. Vegas parla di incontri che presentano dinamiche che vanno al di là di semplici incontri istituzionali: “A Milano prima abbiamo mangiato in un ristorante poi siamo andati in Consob. Poi una sera venne a cena a casa mia con altra gente”.

Ricapitoliamo. Banca Etruria va in difficoltà. Il dossier arriva sul tavolo del governo. Pier Luigi Boschi, nel cda dell’istituto, si appresta a diventarne vicepresidente. Un mese prima Maria Elena, titolare di un dicastero che si occupa di tutt’altro, chiede e ottiene un incontro con Vegas, per parlare della banca e delle sue prospettive. La Boschi va alla Camera negando interessamenti per i suoi familiari, conflitti d’interesse e canali preferenziali.

È tra queste sfumature che si annida una possibile falsa dichiarazione di fronte al Parlamento. Un terreno molto più limaccioso e sottile di quello su cui stanno giocando le opposte tifoserie, che si attaccano al bianco e nero di uno stenografico, pur sapendo perfettamente che la politica, e le sue responsabilità, sono tratteggiate in scala di grigio.

La prima, quella di chi vorrebbe la sua testa su un piatto d’argento, parla tout court di menzogne: “Contrariamente a quanto detto al parlamento il 18 dicembre 2015, Maria Elena Boschi ha mentito al parlamento condizionando il voto sulla sua sfiducia”, è la sintesi di Carlo Sibilia, che efficacemente sintetizza la linea d’attacco. “Quando un membro del governo mente al Parlamento non c’è altra strada che le dimissioni”, ribadisce Roberto Speranza.

Una strategia che dà agio ai difensori di trincerarsi dietro al nessuna menzogna. In pochi minuti, sulle agenzie spunta una nutrita batteria che ribadisce allo sfinimento la stessa versione. Ecco Matteo Orfini: “Di Battista, Calderoli e Speranza (bel terzetto) chiedono dimissioni Boschi per aver mentito in Parlamento. Sentiamo l’intervento incriminato. Vediamo se qualcuno ha voglia di fare il fact checking e scoprire se la bugia è della Boschi o del terzetto”. “Sarei grato a Sibilla e Speranza se dicessero pubblicamente in quale punto dello stenografico del discorso della Boschi ha mentito al Parlamento”, gli fa eco Francesco Bonifazi. E si potrebbe continuare a lungo con dichiarazioni che si ricalcano ossessivamente a vicenda.

Non è un caso che pochi minuti dopo, via Facebook, la Boschi abbia tenuto il punto sostanzialmente con le stesse parole: “Confermo per filo e per segno tutto ciò che ho detto in Parlamento due anni fa. Tutto. Chi mi chiede le dimissioni perché avrei mentito in Parlamento deve dirmi in quale punto del resoconto stenografico avrei mentito”.

Banalizzare aiuta a disperdere nel vento delle fazioni in guerra la sostanza delle cose. Il punto è: può un ministro della repubblica occuparsi di un istituto di cui il padre di lì a un mese sarebbe diventato vicepresidente, il cui dossier è già sul tavolo dell’esecutivo, chiedendo un incontro ad hoc al capo di chi dovrebbe controllare sulle banche, e poi sostenere di fronte al Parlamento l’assenza di canali preferenziali e conflitti d’interesse? Una versione del genere può reggere resoconto stenografico alla mano, in una corsa ai sofismi grammaticali che incrociano fatti e discorsi. Politicamente, al contrario, il ragionamento si inceppa.

Perché Vegas ha aperto nel massiccio difensivo del sottosegretario un crepaccio pericoloso. In cui si può rischiare di precipitare.

Sorgente: Boschi ha mentito su Banca Etruria? Tecnicamente no, politicamente sì

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