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Banche Ue e titoli tossici, un rischio da 6.800 miliardi – Il Sole 24 ORE

Messi insieme formano una montagna, nei bilanci delle banche europee, che vale 6.800 miliardi di euro tra attivi e passivi.

Si tratta di 12 volte l’ammontare dei crediti in sofferenza. Eppure di titoli illiquidi (quelli che una volta venivano chiamati tossici e che sono catalogati in bilancio al «Livello 2» e «Livello 3») si parla molto meno, sebbene rappresentino un rischio altrettanto importante. La Banca d’Italia, in uno studio che sarà pubblicato oggi, lo certifica nero su bianco: non solo i titoli illiquidi sono opachi e complessi, non solo potrebbero essere soggetti a shock di prezzo, ma soprattutto rischiano di sconquassare i bilanci delle banche che li detengono. Basta un calo del 5% del valore dei titoli di «Livello 2» e «Livello 3», calcola infatti Bankitalia, per ridurre in media il capitale di migliore qualità (Cet1) delle 18 banche europee più esposte di 350 punti base, portandolo dal 14% sotto l’11%. E questa è solo una media: per alcune banche l’impatto sul Cet1 sarebbe pari a 1.470 punti base, mentre per altre solo pari a 70. Insomma: gli attivi illiquidi rappresentano una potenziale bomba su cui la Vigilanza dovrebbe mettere maggiormente gli occhi.

I titoli illiquidi sono quelli che non hanno un mercato di riferimento e dunque non hanno un prezzo certo al quale iscriverli in bilancio. Le regole contabili delle banche dividono i titoli nei loro bilanci in tre categorie: quelli di «Livello 1» sono i liquidi, con prezzi riscontrabili sul mercato; quelli di «Livello 2» non hanno prezzi certi sul mercato ma hanno titoli simili quotati o comunque qualche indicazione diretta o indiretta che permetta di determinare un prezzo; quelli di «Livello 3» sono i titoli complessi senza alcun punto di riferimento, neppure indiretto, sul mercato. Dunque sono invalutabili. Per iscriverli in bilancio le banche usano modelli matematici. E qui nasce il primo problema, che riguarda sia i titoli di «Livello 3» sia alcuni di «Livello 2», evidenziato da Bankitalia con grande chiarezza: «I principi contabili lasciano alle banche spazio per interpretazioni e per fare scelte discrezionali su questi titoli – si legge nello studio -. Le banche hanno dunque l’incentivo ad usare questa facoltà per distorcere il processo valutativo, con l’obiettivo che può variare da riconoscersi profitti incerti immediati fino a minimizzare gli aggiustamenti sul fair value anche in condizioni di estrema illiquidità». Insomma: dato che il valore a cui questi titoli sono iscritti in bilancio è discrezionale, le banche possono giocarci sopra. Per dirla con le parole di Via Nazionale: «Le banche sono incentivate ad usare questa discrezionalità a proprio vantaggio». Dunque – conclude lo studio – «i profitti che emergono da certi titoli complessi dovrebbero più propriamente essere catalogati come premi per rischi nascosti».

L’altro problema, sempre contabile, riguarda la possibilità che le banche hanno di fare il «netto» di questi strumenti. Solitamente, quando si redige il bilancio, ogni titolo viene iscritto singolarmente al proprio valore. Ma le regole contabili permettono alle banche che fanno attività di risk management di invocare «l’eccezione di portafoglio» e di valutare non più i singoli titoli ma pacchetti di titoli, facendo il «netto» tra le varie posizioni. «Sebbene questo approccio abbia solide basi economiche – osserva Bankitalia – introduce complessità, discrezione e opacità. Se sui titoli in portafoglio non viene fatto un hedging perfetto, cosa che accade spesso, si crea un rischio». Insomma: ancora una volta Bankitalia denuncia la possibilità che nei bilanci delle banche più esposte sui titoli illiquidi ci sia un eccesso di opacità e di discrezionalità. Soprattutto perché - secondo lo studio – «uno shock di prezzo violento non è un’ipotesi irrealistica».

Le autorità di Vigilanza si sono concentrate molto sui crediti deteriorati, ma – secondo Bankitalia – dovrebbero accendere un faro più forte anche su questi titoli. Anche perché la rischiosità – certifica Bankitalia – è per molti aspetti analoga: «Sia i titoli illiquidi sia gli Npl sono prodotti fatti su misura, opachi, illiquidi e soggetti ad alta incertezza valutativa – si legge nello studio -. Le nostre simulazioni dimostrano che il rischio di valutazione dei titoli di «livello 2» e 3 è simile a quello dei crediti deteriorati. Anche in Borsa i ritorni delle banche con elevati Npl sono simili a quelli delle banche con alti livelli di titoli illiquidi».

Eppure la vigilanza si è concentrata molto di più sui crediti deteriorati che sui titoli illiquidi. Forse perché - questo Bankitaklia non lo dice – i titoli di «Livello 2 e 3» sono presenti soprattutto nei bilanci delle banche tedesche e francesi, mentre gli Npl più in quelli delle banche italiane e del Sud Europa? Ovviamente Bankitalia non la pone in questi termini, ma i numeri che emergono dal suo studio parlano chiaro: circa tre quarti di tutti i titoli illiquidi presenti in Europa si trovano in Francia e Germania, sebbene in questi due Paesi le banche detengano solo il 50% degli attivi totali del Vecchio continente. Via Nazionale conclude lo studio con queste parole: «Un’ulteriore sforzo di supervisione in questo settore potrebbe portare ad una visione più profonda e completa sulla valutazione di questi attivi e sul loro rischio sottostante». Così si dice a Roma perché Francoforte intenda?

Sorgente: Banche Ue e titoli tossici, un rischio da 6.800 miliardi – Il Sole 24 ORE

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