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Banca Etruria, l’atto di accusa contro Pierluigi Boschi: le «omissioni del pm»

Durante l’audizione del 30 novembre scorso a palazzo San Macuto il magistrato aveva minimizzato sulla posizione del banchiere lasciando intendere che gli accertamenti sul suo conto fossero terminati e lui fosse di fatto fuori

di Fiorenza Sarzanini

Le verifiche su Pierluigi Boschi e sugli altri componenti del Cda di Etruria «sono di elevatissima complessità perché hanno come oggetto fatti tra loro collegati e di eccezionale complessità tecnica». È questa la motivazione che ha spinto il procuratore di Arezzo Roberto Rossi a chiedere la proroga dell’indagine per bancarotta fraudolenta. La documentazione trasmessa dallo stesso magistrato alla commissione parlamentare banche rivela che gli amministratori dell’istituto di credito sono tuttora sotto inchiesta e i motivi che hanno convinto gli inquirenti ad andare avanti. Ma svela anche un dettaglio fondamentale proprio sulla posizione del padre della sottosegretaria alla presidenza Maria Elena.

Il gip e la data

Durante l’audizione del 30 novembre scorso a palazzo San Macuto il magistrato aveva minimizzato sulla posizione del banchiere lasciando intendere che gli accertamenti sul suo conto fossero terminati e lui fosse di fatto fuori. «Boschi – aveva spiegato – non è tra i rinviati a giudizio per bancarotta. Non so perché si dimentica sempre che Boschi entra nel Cda nel 2011 come amministratore senza deleghe. Diventa uno dei due vicepresidenti nel maggio 2014 assieme a Rosi. Noi sulla responsabilità per la bancarotta vediamo i comportamenti e questi discendono dalle delibere. I conflitti di interesse li abbiamo tutti evidenziati, per noi i crediti valgono se vanno poi in sofferenza altrimenti non costituiscono il reato bancarotta». Dichiarazioni che avevano provocato la reazione entusiasta dei commissari Pd e dello stesso Matteo Renzi.

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Il sì della Camera alla mozione

Adesso si scopre invece che la proroga delle indagini era stata richiesta il 28 settembre 2017 e accolta dal gip due mesi dopo il 28 novembre 2017. Dunque, esattamente due giorni prima che Rossi si presentasse in Parlamento. Perché il magistrato non ne ha fatto cenno? Eppure nella sua richiesta di autorizzazione a svolgere ulteriori controlli aveva sottolineato proprio «l’elevato numero degli indagati, la pendenza di varie deleghe di indagine alla polizia giudiziaria ancora in corso di esecuzione, nonché – ad ulteriore illustrazione della straordinaria complessità del procedimento – gli stralci definiti con richiesta di rinvio a giudizio a carico di 29 imputati e con 50 capi di imputazione». Un nuovo mistero che si aggiunge alle “omissioni” sull’altro fascicolo per l’accusa di falso in prospetto che vede Boschi tra gli indagati e del quale il magistrato non aveva parlato.

Richiesta di chiarimenti

Ecco perché dalla commissione è partita una nuova richiesta di chiarimenti per Rossi. Su richiesta del parlamentare di Idea Andrea Augello, accolta dall’ufficio di presidenza, il procuratore dovrà adesso trasmettere «tutti gli atti relativi ai filoni di inchiesta ancora aperti». Si tratta dei tre capitoli principali sui quali i magistrati di Arezzo stanno ancora lavorando per individuare le responsabilità di amministratori e manager che avrebbero portato Etruria al dissesto.

Il primo riguarda appunto la bancarotta fraudolenta «e i comportamenti che dovrebbero, almeno in ipotesi, o aver recato danno patrimoniale o aver contribuito a sottrarre ai creditori la possibilità di recuperare le somme dovute». Il secondo attiene alle «consulenze per 13 milioni di euro di cui si parla in un dettagliato rapporto della Guardia di Finanza pubblicato dai giornali ma di cui non c’è traccia in commissione». E infine quello sul falso in prospetto «per cui è necessario ottenere copia della delibera del Cda con le raccomandazioni al direttore generale sulle emissioni obbligazionarie del 2013. E questo anche per valutare l’efficacia del ruolo svolto dagli organi di vigilanza».

Sorgente: Corriere della Sera

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