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Aperture festive dei negozi, chi ci guadagna e chi ci perde – agi.it

agi.it – Aperture festive dei negozi, chi ci guadagna e chi ci perdeIl candidato premier dei Cinquestelle Luigi Di Maio ha scritto un post sul blog di Grillo per dire che la liberalizzazione degli orari ha fallito. Abbiamo fatto una verifica

In un post intitolato “Negozi chiusi durante le feste, famiglie più felici”, pubblicato sul blog di Beppe Grillo lo scorso 11 dicembre e firmato Luigi Di Maio, tra le altre cose si legge: “Le liberalizzazioni selvagge di Monti e dei decreti Bersani hanno fallito. Hanno solamente spalmato su sette giorni lo stesso incasso che i negozi facevano prima in sei”.

Si tratta di un’affermazione impossibile da verificare e priva di un solido fondamento, considerato che non ci sono numeri che permettano di dire se la scelta di tenere i negozi aperti durante i festivi sia vincente o meno.

Aperture festive dei negozi, chi ci guadagna e chi ci perde
Luigi Di Maio con il direttore dell’Agi Riccardo Luna durante una puntata di Viva l’Italia
Pochi i dati e molte le variabili

La piena liberalizzazione dei giorni e degli orari di apertura dei negozi avviene nel dicembre 2011 col decreto “Salva-Italia” del governo Monti, mentre il decreto-Bersani del 1998 aveva solo parzialmente liberalizzato il mercato, lasciando ancora in vita molte restrizioni, ad esempio sul numero di aperture domenicali consentite nel corso dell’anno.

Considerato che negli anni successivi al 2011 la crisi ha continuato a colpire duramente l’economia italiana, non c’è modo di verificare se in assenza della liberalizzazione le vendite e il giro di affari dei negozi sarebbe andato ancora peggio, in modo uguale o addirittura meglio.

Inoltre mancano dati specifici per sostenere un’affermazione come quella di Di Maio. Fabrizio Russo, segretario nazionale della Filcams (la Federazione Italiana dei lavoratori del Commercio, Alberghi, Mense e Servizi, sindacato di categoria della Cgil), ci aveva a suo tempo già spiegato: “le aziende non forniscono i dati precisi sull’impatto delle aperture domenicali, festive o dell’allungamento degli orari, perché temono che la concorrenza possa approfittarne”.

Se poi è vero – come affermava ancora Russo – che “in base a quello che vediamo nei bilanci di diverse aziende le vendite sono rimaste, dopo la liberalizzazione, invariate se non addirittura in leggero calo, e anche il giro di affari pare in decremento”, come dicevamo non è possibile attribuire con certezza questo effetto alla causa delle aperture festive.

Lo studio di Federdistribuzione

Federdistribuzione, la federazione che rappresenta la grande distribuzione organizzata in Italia, ha una posizione fortemente favorevole alla liberalizzazione, “convinta che rappresenti un fatto positivo per i consumatori e che dia al commercio l’opportunità di offrire un servizio più allineato ai nuovi bisogni e ai tempi di vita dei cittadini”.

Secondo Federdistribuzione il 65% dei consumatori si dichiara favorevole alle aperture domenicali e festive dei negozi, e “le maggiori giornate di apertura hanno consentito alle aziende distributive di distribuire più salari (400 mio € addizionali) e di assumere 4.200 persone; hanno inoltre contribuito a sostenere i consumi, che altrimenti sarebbero diminuiti in misura ancora superiore”.

Così come riteniamo indimostrabile l’affermazione di Di Maio sul “fallimento” delle aperture festive, allo stesso modo dobbiamo dire che è impossibile provare quest’ultima affermazione di Federdistribuzione.

La diminuzione negli anni successivi al 2011 è invece dimostrata dai grafici Istat: il commercio al dettaglio cala fino al 2014, si stabilizza nel biennio successivo e riprende a crescere nel 2017, mentre il commercio all’ingrosso si stabilizza già nel 2013 per poi crescere dal 2016.

Ma secondo Federdistribuzione tale diminuzione dipenderebbe appunto dalla crisi economica e dal diffondersi degli acquisti on-line “tutti i giorni e in ogni momento della giornata”, non dalla liberalizzazione (di nuovo, un assunto non verificabile).

L’insoddisfazione dei commercianti

Un’indagine statistica del 2014 dell’Università Politecnica delle Marche ha certificato poi che, almeno all’epoca, la maggior parte dei commercianti al dettaglio della Regione che hanno deciso di tenere aperto durante i festivi era insoddisfatta.

Secondo quanto riportato dallo studio, quasi il 70% degli intervistati sostiene di “non aver riscontrato un impatto positivo sui risultati economici”. Per il 60% non si sarebbero attratti nuovi clienti, per il 65% non si sarebbe ottenuta una maggiore fidelizzazione dei clienti e per circa il 75% non si è verificato un incremento degli acquisti da parte dei clienti, ma piuttosto un cambiamento nella distribuzione temporale (quello che sostiene Di Maio).

Misurando un “sentiment” e non dei dati, avendo sentito solo i commercianti al dettaglio e non anche la grande distribuzione, ed avendo portata regionale e oramai qualche anno, lo studio non permette di dare un verdetto definitivo sulla questione.

Conclusione

Come abbiamo visto ci sono diverse sensibilità sociali sulla questione delle aperture festive dei negozi. I sindacati e i piccoli commercianti sembrano tendenzialmente contrari – anche se i secondi evidentemente non abbastanza da optare per un ritorno alle chiusure festive – mentre la grande distribuzione è favorevole, e ognuno tira acqua al proprio mulino.

E dunque, senza l’avvento dell’e-commerce e senza la crisi economica, la liberalizzazione avrebbe portato a un balzo delle vendite, come sottintende Federdistribuzione? Oppure non sarebbe cambiato nulla, come afferma Di Maio?  Mancano dati completi e certi per dare una risposta credibile, e soprattutto è impossibile separare le variabili che potrebbero aver determinato l’andamento delle vendite negli ultimi anni.

Chi fa affermazioni nette sul tema, come in questo caso Di Maio, lo fa senza potersi appoggiare su basi fattuali verificabili.

Sorgente: Aperture festive dei negozi, chi ci guadagna e chi ci perde

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