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Accordi ONU agli sgoccioli: Parigi e Mosca lanciano l’Opa sulla Libia – controinformazione.info

di Federico Dezzani

Il 17 dicembre scadono gli accordi siglati nel 2015 per la creazione di un governo d’unità nazionale in Libia: l’iniziativa dell’ONU patrocinata da Washington e Londra, come facilmente prevedibile, ha fallito l’obiettivo di riappacificare il Paese ed è soltanto servita a tenere in isolamento il governo laico-nazionalista di Tobruk, sostenuto da Egitto e Russia.

Il disimpegno di Donald Trump ed il parallelo attivismo di Emmanuel Macron permetteranno al generale Khalifa Haftar di ergersi a dominus della Libia in questa nuova fase del dopo-Gheddafi. L’Italia, appiattitasi al governo d’unità nazionale, rischia così di essere totalmente marginalizzata: le buone relazioni tra ENI e Mosca solo l’ultima speranza per difendere le nostre posizioni.
17 dicembre: arriva il conto (salatissimo) per l’Italia

Presto o tardi, si pagano i propri errori: il 17 dicembre sarà il giorno in cui arriverà all’Italia il conto delle sue sciagurate scelte in Libia. Sarà una cifra da far impallidire, perché comprende tutti gli errori commessi negli ultimi sei anni, dall’appoggio all’infausta decisione di abbandonare il generale Khalifa Haftar per abbracciare il “governo d’unità nazionale” sostenuto da Washington e Londra. Il 17 dicembre scadono, infatti, gli accordi siglati nel 2015 in Marocco che, come prevedemmo facilmente sin dall’inizio, erano destinati al fallimento: installando avventurosamente a Tripoli un governo appoggiato dall’ONU (si ricordi l’arrivo di Faiez Serraj in gommone, a causa della rivolta delle milizie locali1), gli angloamericani “riverniciano” la giunta islamista che ha preso il potere con un colpo di mano nel 2014 e isolano su piano internazionale quello che, sino a quel momento, è stato il legittimo governo, ossia quello laico-nazionalista rifugiatosi a Tobruk e dominato dalla figura del generale Khalifa Haftar.

Generale Haftar

Su quest’ultimo, sostenuto in una prima fase anche dall’Italia (Haftar ha ammesso di aver avuto rapporti regolari con i nostri servizi), convergono da subito l’Egitto di Abd Al-Sisi, la Russia di Vladimir Putin e, in aperta opposizione con il blocco atlantico, la Francia di François Hollande.

Mentre l’omicidio di Giulio Regeni compie il suo dovere, scavando un fossato tra Italia ed Egitto ed allontanandoci ulteriormente da Haftar, la Francia, sempre molto zelante nella difesa dei propri interessi, stringe ulteriormente i legami col Cairo e col governo di Tobruk, fornendo anche assistenza militare ad Haftar: l’abbattimento del volo Egyptair, sulla tratta Francia-Egitto, è un “messaggio” che gli angloamericani inviano affinché la Francia si rimetta in riga. Londra, in particolare, storicamente legata a doppio filo alla Fratellanza Mussulmana, aborrisce l’asse laico nazionalista tra Tobruk ed il Cairo e non perde occasione per attaccare il capo delle forze armate libiche: è di poche settimane fa la denuncia del generale Khalifa Haftar al Tribunale dell’Aja per “crimini di guerra”, denuncia che è stata avanzata da uno studio legale londinese molto sensibile alla causa della Fratellanza Mussulmana3.

La vittoria di Donald Trump rimescola le carte in tavola: nello Studio Ovale non siede più Barack Hussein Obama, grande sponsor dell’islam politico insieme a Hillary Clinton, bensì un presidente che simpatizza apertamente per il presidente Al-Sisi. Non solo. Come testimoniato dalla recente decisione di spostare l’ambasciata americana a Israele, Trump progetta un sostanziale ritiro dal Medio Oriente, abbandonando la regione agli altri concorrenti geopolitici. Il primo ad intuire questo cambiamento è il presidente franceseEmmanuel Macron che, durante il vertice parigino con Donald Trump del 13 luglio, illustra quasi certamente al neo-inquilino della Casa Bianca i suoi progetti per la Libia, ricevendo il nulla osta per l’archiviazione del governo d’unità nazionale e l’ascesa di Haftar.

A distanza di nemmeno due settimane, infatti, Macron riceve in un castello alle porte di Parigi sia il primo ministro del governo d’unità nazionale, Faiez Al-Serraj, che il generale Haftar: sebbene il presidente dica di voler conciliare le due fazioni antagoniste, in realtà Macron sdogana il capo delle forze armate di Tobruk, gettando le basi della sua nomina a nuovo “rais” della Libia.

Gli inglesi, ovviamente, sono furibondi e scatenano a comando l’ondata di francofobia che investe l’Italietta tra luglio ed agosto. In Italia sono però consapevoli che, nel mutato contesto internazionale, sono alte le probabilità che il generale Haftar eclissi il governo d’unità nazionale. Si cerca di mettere una prima pezza: dopo aver finalmente rinviato il nostro ambasciatore al Cairo, il 26 settembre anche il generale Haftar, per quasi due anni “evitato” dai politici italiani, è accolto a Roma, dove incontra il ministro degli Interni, Marco Minniti, e quello della Difesa, Roberta Pinotti. Il faccia a faccia è molto freddo, perché Haftar sa di poter scalare la Libia anche senza l’Italia, contando sulla sola triangolazione Mosca-Parigi-Cairo. Scrive La Stampa:

“Tutt’altro che conciliante è stato il generale Khalifa Haftar durante gli incontri di Roma del 26 settembre (…). L’uomo forte della Cirenaica, invitato nell’ambito di quell’allargamento del dialogo con tutti gli attori libici, pensato come funzionale al processo di pacificazione del Paese, sarebbe stato davvero perentorio nelle sue dichiarazioni, tanto da lasciare i suoi interlocutori davvero spiazzati. Haftar ha detto chiaramente che il 17 dicembre, ovvero alla scadenza degli accordi di Skhirat, l’intesa quadro sulla quale è stata strutturato l’assetto istituzionale della Libia attuale con il Consiglio presidenziale e il Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj, sostenuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, sarà un momento di rottura piena.”

Continuate pure con la sceneggiata del governo d’unità nazionale, dice Haftar agli interlocutori italiani. Il 17 dicembre, alla scadenza degli accordi ONU, si vedranno quali sono le reali forze sul campo ed l’effimero governo di Tripoli, sostenuto solo più da Londra e da Roma, sarà spazzato via.

Gen. Haftar con Macron

Trascorre l’autunno e, nel frattempo:

gli ufficiali della Tripolitania e della Cirenaica si accordano, stabilendo che il prossimo capo delle forze armate sarà anche il capo di Stato, ossia Haftar5;
la Francia, ed in particolare il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, rafforza l’alleanza col capo dell’Esercito Nazionale Libico, ossia Haftar6;
gli Stati Uniti di Trump mostrano il loro completo disinteresse per il dossier libico e lo scacchiere arabo in generale (eccezion fatta per Israele);
Vladimir Putin atterra l’11 dicembre in Siria, annunciando la fine delle operazioni militari e l’inizio del ritiro delle truppe, per poi risalire sull’aereo e volare al Cairo: difese con successo le posizioni russe in Siria, è giunto il momento di fare altrettanto in Libia, dove Mosca aveva stipulato importanti contratti nel settore militare ed energetico prima della defenestrazione di Gheddafi.

Ormai mancano pochi giorni alla scadenza degli accordi di Skhirat e l’attività diplomatica è frenetica: l’effimero governo di Tripoli, destinato ad essere cestinato, ha cercato di ottenere qualche garanzia da Mosca, inviando il 13 dicembre il proprio ministro degli Esteri in Russia e sollecitando la riapertura dell’ambasciata7. Due giorni prima, agendo in direzione opposta, il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, e quello della Difesa, Roberta Pinotti, hanno invece nuovamente ricevuto a Roma il generale Haftar8, nel disperato tentativo di non essere estromessi dai giochi allo scadere degli accordi ONU.

Terminata la sceneggiata del “governo d’unità nazionale”, è ormai evidente, ma lo è stato sin dal principio, che Haftar diverrà il nuovo “rais” della Libia, potendo contare sull’appoggio franco-russo-egiziano. Per l’Italia sarà una vera disfatta: il degno epilogo dello sciagurata decisione di appoggiare la cacciata e l’eliminazione di Muammur Gheddafi. Per la prima volta della storia, l’influenza francese, che si era sempre fermata alla Tunisia, sarà estesa anche alla Libia, relegando ai margini l’Italia. L’ultima speranza, come già sottolineato in passato nelle nostre analisi, è che Roma riesca a salvare qualche posizione attraverso l’ENI, da sempre abituata a lavorare a fianco dei russi in Nord Africa (si veda la recente cessione di una quota del maxi-giacimento Zohr alla Rosneft).

Il dramma nel dramma è che questo clamoroso scacco geopolitico non interessa a nessun partito italiano. Le nostre forze politiche sono troppo impegnate a vendere le imprese strategiche allo straniero o a demolire l’unità nazionale alimentando le spinte secessionistiche per curarsi della Libia e del Mediterraneo. Si combatte ormai per la sopravvivenza, più che per la difesa della nostra legittima sfera d’influenza: situazione inevitabile, quando il nemico è in casa.

Sorgente: Accordi ONU agli sgoccioli: Parigi e Mosca lanciano l’Opa sulla Libia – controinformazione.info

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