Altro che referendum sulla Costituzione. La riforma del Senato, con tanto di quasi abolizione dello Cnel, la firma Pietro Grasso con il nuovo regolamento che rivoluziona il funzionamento di Palazzo Madama: ha ottenuto il via libera all’unanimità della giunta e ora si prepara all’esame dell’Aula dove sarà necessaria la maggioranza assoluta.

Dentro c’è tutto quello (e molto di più) che nei mesi di campagna referendaria per la riforma voluta da Matteo Renzi si contestava al Senato.

Intanto si interviene contro i trasformisti, i cambi di casacca e le formazioni che nascono in corso di legislatura: chi non ha almeno dieci senatori e non si è presentato alle elezioni con simboli e candidati non potrà formare nuovi gruppi.

O per essere più chiari: mai più Verdiniani di Ala, ma anche Ncd di Angelino Alfano e pure Articolo 1-Mdp o Gal.

Ma non solo: chi molla i suoi in corso di legislatura perde le cariche ricoperte (vicepresidenza o segretario d’Aula).

Poi si velocizza l’approvazione delle leggi: la maggior parte del lavoro sarà solo in commissione e addirittura per i ddl di iniziativa popolare ci saranno tre mesi di discussione e poi l’iscrizione d’ufficio nei lavori d’Aula.

Si colpisce inoltre l’ostruzionismo con un netto taglio ai tempi di parola., mentre in contemporanea si uniforma il sistema alla Camera con l’astensione che non sarà più considerata voto contrario.

Infine, il regolamento arriva addirittura a eliminare la possibilità di ricorrere al parere del Cnel, l’organo tanto contestato nei mesi scorsi fino a diventare uno dei simboli degli sprechi della politica.

Il regolamento nasce da un “decalogo” presentato dallo stesso Grasso e poi elaborato da un consiglio di saggi dove sono coinvolti i rappresentanti dei partiti principali: il dem Luigi Zanda, Bernini di Forza Italia, Roberto Calderoli della Lega Nord e Maurizio Buccarella dei 5 stelle.

Una manovra che l’ex procuratore Antimafia sta lavorando da tempo e in particolare da dopo il referendum sulla Costituzione che avrebbe voluto l’abolizione del Senato e che ora, a pochi mesi dalla fine della legislatura, ha deciso di rilanciare anche per ribadire la sua “terzietà” dopo il suo abbandono al Partito democratico.

Il punto principale è quello che intende colpire i cambi di casacca che, ad ogni legislatura raggiungono nuovi picchi: in totale per questa tornata ci sono stati 529 passaggi di gruppo (298 alla Camera e 231 al Senato).

Secondo il nuovo regolamento tutto questo non sarà più possibile: ogni gruppo dovrà essere composto da 10 senatori e dovrà rappresentare un partito o movimento (anche risultante dall’aggregazione di più forze politiche) che si è presentato alle elezioni con proprio contrassegno e candidati e che è riuscito ad eleggere dei senatori.

Il gruppo potrà essere anche l’espressione della coalizione che ha partecipato alle politiche o del singolo partito che ne ha fatto parte. Impossibile creare nuovi gruppi durante la legislatura al di fuori di queste previsioni.

A meno che non si vogliano accorpare due o più gruppi già esistenti. Nel caso i cui si voglia abbandonare comunque il gruppo di origine, l’unica alternativa sarà quella di aderire al Misto.

E per disincentivare al massimo i cambi di casacca si introduce anche un’altra norma: decadenza automatica dall’incarico di vicepresidente o segretario d’Aula nel caso in cui si lasci il gruppo in nome del quale si è stati eletti. E lo stesso vale se si è nell’Ufficio di Presidenza.

Nel caso in cui un gruppo non sia presente nella legislatura successiva gli eventuali avanzi di bilancio verranno restituiti al Senato. L’unica deroga a questo sistema è per le minoranza linguistiche: solo per questo tipo di eletti sarà possibile costituirsi in gruppi di 5.

I componenti, oltre ai senatori appartenenti a tali minoranze potranno essere “i senatori eletti nelle regioni speciali il cui statuto preveda la tutela di minoranze linguistiche”.

Un’altra novità significativa che andrà a colpire direttamente il funzionamento di Palazzo Madama è quella che riguarda il voto di astensione: si uniforma infatti il sistema a quello della Camera e non sarà più considerato voto contrario. Pertanto si considerano presenti solo i senatori che esprimono voto favorevole o contrario. L’ astensione varrà però ai fini della verifica del numero legale.

Il regolamento Grasso interviene poi sulla velocità di discussione dei provvedimenti. Una delle contestazioni che vennero fatte dal Pd a chi difendeva l’esistenza di Palazzo Madama ai tempi del referendum costituzionale per la sua abolizione riguardava infatti proprio la presunta lentezza nell’approvare le leggi.

Secondo le nuove norme, se otterranno il via libera dell’Aula, i ddl si assegneranno di regola in sede deliberante o redigente, salvo eccezioni come ad esempio testi costituzionali, decreti e riforme elettorali.

Questo significa che: o sarà direttamente la commissione ad approvare il provvedimento senza passare dall’Aula (deliberante) oppure sarà la commissione a votare sugli articoli del testo e l’assemblea si esprimerà solo per il voto finale (redigente).

Nel caso in cui un ddl venga assegnato in sede referente (la procedura ordinaria per cui si esprime prima la commissione e poi l’assemblea), la Capigruppo dovrà fissare un termine per la conclusione dell’esame e la commissione Bilancio avrà 15 giorni di tempo per esprimere il parere su disposizioni che implichino nuove entrate o spese.

Se sottoscritti da 1/3 dei senatori i ddl e gli atti di sindacato ispettivo sono inseriti di diritto all’odg subito dopo quelli il cui esame è cominciato, in ragione di uno ogni 3 mesi. L’ok alla dichiarazione d’urgenza comporta l’iscrizione di diritto nel programma dei lavori.

Per quanto riguarda i decreti, le pregiudiziali potranno essere presentate da ogni gruppo entro 5 giorni dall’annuncio della presentazione. Ciascun gruppo potrà presentare una sola pregiudiziale e sospensiva che dovrà essere posta all’odg entro 7 giorni dall’assegnazione.

Tempi velocizzati anche per i disegni di legge di iniziativa popolare: l’esame in commissione si deve concludere entro 3 mesi dall’assegnazione. Decorso tale termine il testo è iscritto d’ufficio nel calendario dei lavori d’Aula.

Taglio radicale anche ai tempi di parola: non più 20 minuti, ma 10, che il presidente potrà ampliare a 30 solo a un oratore per gruppo. Sui richiami al regolamento i minuti saranno 5 (non più 10). L’illustrazione del complesso degli emendamenti potrà essere svolta da un senatore per gruppo per non più di 10 minuti.

E sono 10 anche i minuti di intervento per le dichiarazioni di voto. Chi si dissocia ne avrà a disposizione 3. Ma non è il solo intervento per bloccare l’ostruzionismo: per contrastare una diffusa pratica ostruzionistica non si potrà chiedere la verifica del numero legale nel caso in cui occorra la votazione per alzata di mano del processo verbale.

E infine si sopprime la norma che prevede la richiesta di pareri al Cnel, l’organo che sempre Renzi con il referendum voleva abolire: la Costituzione li rende ancora possibili, ma se il provvedimento sarà approvato non saranno più possibili per Palazzo Madama.