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Darfur, l’ONU dimezza i peacekeepers ma le violenze sono all’ordine del giorno – La Voce di New York

foto – Sfollati provenienti dalle aree rurali del Darfur (Flickr).

lavocedinewyork.com – Darfur, l’ONU dimezza i peacekeepers ma le violenze sono all’ordine del giorno. Al Consiglio di Sicurezza ONU il briefing dell’ASG on Peacekeeping Operations Bintou Keita sulla drammatica situazione in Darfur. – di Giulia Pozzi

Dieci anni fa, l’ONU, con l’Unione africana, lanciava UNAMID, la missione di peacekeeping in Darfur. Missione che, 10 anni dopo, lo scorso giugno, si è deciso di alleggerire progressivamente, mantenendo un monitoraggio costante della situazione.
Ma il briefing dell’ASG on Peacekeeping Operations Bintou Keita al Consiglio di Sicurezza non fa ben sperare

Era il 2003 quando, per la prima volta, le Nazioni Unite diedero l’allarme sulla crisi del Darfur, scoppiata quell’anno in un violento e sanguinoso conflitto tra le forze del governo del Sudan, i miliziani filogovernativi Janjaweed e altri gruppi armati ribelli.

Un conflitto che, secondo le stime dell’ONU, avrebbe ucciso tra le 200mila e le 300mila persone dal suo inizio, e colpito, più o meno gravemente, almeno 4,7 milioni di persone, su una popolazione totale di 6,2 milioni.

Nel solo 2008, 310mila persone sono rimaste sfollate, portando il numero totale dei profughi a causa del conflitto a 2,7 milioni di persone.

Dato ancora più inquietante, fornito dall’UNICEF, almeno la metà delle persone colpite dal conflitto sono bambini, dei quali 700mila, al di sotto dei cinque anni, sono cresciuti senza conoscere nessun altra realtà se non quella della guerra.

Quella del Darfur è insomma una delle crisi da più temposul tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che, con la risoluzione 1769, il 31 luglio 2007 diede il via alla missione nota come UNAMID, realizzata in collaborazione con l’Unione africana.

Missione che dura ormai da 10 anni, e della quale, lo scorso giugno, si è deciso un ridimensionamento al 40%, da attuare nei prossimi due anni in due fasi e seguito da un monitoraggio costante della situazione.

Monitoraggio che effettivamente c’è stato, come ha rilevato il briefing tenuto, davanti al Consiglio di Sicurezza presieduto dall’Italia, dall’Attorney Secretary General on Peacekeeping Operations Bintou Keita.

Ma i contenuti del report esposti durante la sessione del Consiglio non sembrano essere particolarmente rassicuranti, soprattutto alla luce della decisione dell’ONU di diminuire gradualmente la presenza di peacekeeper nell’area.

Area tornata prepotentemente sotto la lente d’ingrandimento della stampa all’inizio di novembre, con i media che non hanno esitato a definire la nuova crisi la più grave crisi da 14 anni a questa parte.

Parallelamente all’inasprimento delle violenze tra forze governative e ribelli, anche il Word Food Programme (Wfp) ha ridimensionato il personale nella regione, licenziando, solo nell’area di El-Fasher, capitale del nord Darfur, 160 operatori, nonostante la persistente emergenza alimentare in corso.

In realtà, il report di Keita, pubblicato lo scorso 27 ottobre e riferito al periodo 15 agosto-15 ottobre 2017 (antecedente alla crisi novembrina), non ha registrato scontri espliciti tra ribelli e forze governative, ma ha comunque sottolineato come la campagna di disarmo lanciata dal Governo abbia collateralmente inasprito le tensioni con le milizie tribali precedentemente a esso alleate, modificando sostanzialmente le alleanze tra i vari gruppi.

Nel frattempo, sono proseguiti gli scontri e le ostilità interni alla comunità, molti dei quali attribuibili a conflitti di proprietà e sfruttamento della terra.

La stessa implementazione degli accordi di pace di Doha procede lentamente, a causa dell’altalenante presenza ed efficacia delle commissioni rimaste, ma anche degli scarsi finanziamenti.

I moltissimi sfollati interni sono rimasti tali, e la situazione umanitaria complessiva rimane sostanzialmente immutata.

Il processo di disarmo, ha fatto sapere Keita, è in particolare ricco di ostacoli. Soprattutto a causa di coloro che non hanno firmato le dichiarazioni di pace di Doha e dei loro ex nemici, in passato attivi contro i ribelli, riuniti in una inedita alleanza contro la campagna per il disarmo lanciata dal Governo lo scorso agosto.

In generale, tale campagna si è conquistata molti nemici sul campo nei diversi Stati del Darfur, e ha rinfocolato le scintille degli scontri.

Per non parlare, poi, delle violenze contro i civili e delle violazioni dei diritti umani, tra cui abusi sessuali contro le donne, spesso non denunciati a causa dello stigma sociale e del difficile accesso alla giustizia.

In questo quadro, se la situazione politica viene definita “relativamente stabile”, il report ammette che “progressi relativi al processo di pace in Darfur continuano a essere modesti”.

Progressi che dunque, innegabilmente, ci sono, ma che restano piuttosto residuali rispetto alla generale criticità della situazione. Non stupisce, dunque, che la decisione delle Nazioni Unite di effettuare un drastico taglio della missione UNAMID abbia sollevato diverse perplessità.

Una decisione che si deve, in parte, alle pressioni del Governo sudanese, che non ha mai visto di buon occhio la missione ONU decisa nel 2009, al punto da definirla, in passato, un’invasione.

D’altra parte, il ridimensionamento è stato supportato anche dalle dichiarazioni di diplomatici occidentali, che negli ultimi mesi, dopo visite ufficiali, hanno riferito che la situazione è ormai paragonabile ad un “conflitto di bassa intensità”.

La stessa visita congiunta dell’Unione Africana e dell’Onu ha deposto a favore della riduzione dell’intervento. A ciò si aggiunga l’ampio programma di spending review applicata al dispiego di peacekeeper del mondo, sponsorizzata dal presidente Donald Trump.

Ma sono tanti i rapporti che hanno messo in dubbio l’opportunità di tali ridimensionamento. Tra questi, “Downsizing Unamid: a potentially fatal mistake” del Sudan democracy first group (Sdfg), associazione di analisti e attivisti sudanesi basata a Kampala (Uganda).

Da citare almeno anche quello di Human Rights Watch, che ha rilevato come il dimezzamento sia stato deciso nonostante lo stesso report ONU ammettesse che nel primo quadrimestre di quest’anno le violenze sui civili e le violazioni dei diritti umani sono aumentate.

Daniel Bekele, direttore dell’advocacy di Hrw, ha subito dichiarato che non è credibile che gli attacchi ai civili finiranno, finché nella regione potranno lavorare indisturbate le forze di sicurezza e le milizie para-governative che non hanno mai pagato per i propri crimini.

Certo, sullo sfondo di una crisi che sembra aggravarsi di ora in ora ci sono però gli indiscutibili progressi, sottolineati dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, nelle relazioni tra Sudan e Sud Sudan.

L’1 e il 2 novembre, a Khartoum, il mondo ha assistito alla calorosa stretta di mano tra il presidente del Sudan Omar Al-Bashir e il suo omologo sud-sudanese Salva Kiir Mayardit.

I due hanno discusso dell’implementazione dell’Accordo di Cooperazione firmato nel 2012: ma soprattutto è stato un incontro simbolico, finalizzato, a quanto sembra, a mettere la parola fine a tensioni e contrasti culminati nella secessione del Sud, a maggioranza cristiana, dal Nord musulmano.

Allora, il conflitto durava da ben 22 anni, battendo il triste record della guerra civile più lunga del continente africano.

Eppure, nonostante i progressi su questo fronte, se l’obiettivo è quello di garantire pace alla tormentata regione africana, è difficile chiudere gli occhi di fronte a quanto continua ad accadere in Darfur.

Human Rights Watch, nel suo report 2017, ha sottolineato come a gennaio le forze armate sudanesi abbiano lanciato attacchi e bombardamenti coordinati sui villaggi popolati a Jebel Marra, roccaforte dei ribelli nel Darfur centrale.

Non solo: l’organizzazione ha ricordato le tante uccisioni di civili, gli abusi a donne e ragazze perpetrate dalle forze governative, e la distruzione di centinaia di villaggi.

Amnesty International ha poi accusato il Governo di aver utilizzato armi chimiche sui civili.

In tale già grave panorama, è lecito dunque chiedersi quali saranno le conseguenze del progressivo alleggerimento della missione UNAMID. E se, con questi presupposti, la pace nella regione sia destinata a rimanere un’oasi nel deserto.

Sorgente: Darfur, l’ONU dimezza i peacekeepers ma le violenze sono all’ordine del giorno – La Voce di New York

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