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La stagione della non politica –  di Michele Ainis

– Repubblica (#cartaceo)

IN PRINCIPIO c’era la politica, gonfia di sentimenti. Poi l’antipolitica, con i suoi risentimenti. Ora si è aperta la stagione della non politica, dove l’insofferenza è diventata indifferenza, distacco collettivo rispetto alle imprese dei politici. È questa l’eredità della XVII legislatura: aperta all’insegna dei furori contro ogni casta, si chiude lasciandoci casti d’ogni furore.

Le turbolenze che hanno accompagnato il Rosatellum ne offrono la prova più eloquente. Giacché lo scontro — aspro, drammatico, impetuoso — si è consumato tutto all’interno del Palazzo, senza infiammare gli italiani, senza trascinarli sul campo di battaglia. Quante persone sono accorse alle manifestazioni indette da Grillo e da Bersani, mentre il Parlamento votava la nuova legge elettorale? Poche centinaia.

Nel 2002, per difendere l’articolo 18, Cofferati ne portò in piazza tre milioni. Sempre in quell’anno, s’imbastivano raduni danzanti, saltellanti: i girotondi. E in 15 mila sfilavano in corteo sotto la pioggia, come accadde a Firenze con la “marcia dei professori”.

Altri tempi, altre tempre. Agli inizi del terzo millennio, era ancora accesa la scintilla che nel 1948 spinse quattro milioni d’italiani a iscriversi ai partiti del Fronte popolare (Pci e Psi), che ancora nel 1990 generava due milioni di tessere per la Democrazia cristiana.

Dopo di che, un po’ alla volta, quell’energia civile si è tramutata in apatia. E il quinquennio della legislatura ormai agli sgoccioli ha sancito il divorzio finale tra popolo e Palazzo. Nel 2013 il Pd contava 539 mila iscritti; adesso ne dichiara 405 mila, un quarto di meno.

A sua volta, nel 2016 la nuova Forza Italia sommava 165 mila tesserati, quando nel 2007 la vecchia formazione aveva superato quota 400 mila. Mentre i 5 Stelle viaggiano con 170 mila iscritti, pur essendo il primo partito italiano.

No, la politica non è più capace d’intrigarci, di smuovere il nostro appetito. E infatti pratichiamo il digiuno elettorale. Il Parlamento in carica fu votato senza il concorso di 11 milioni d’elettori, un record. Ma a ogni elezione un nuovo record straccia quello precedente, perché ogni volta cresce l’astensione.

Succederà anche alle prossime consultazioni siciliane, stando alle previsioni: secondo Demopolis il 52% del corpo elettorale non si presenterà alle urne. Come del resto avvenne nel 2015 in Toscana e nelle Marche. Com’è avvenuto alle comunali del 2017, dove l’affluenza si è fermata al 46%.

Tu dici: è il ritiro della delega, è la crisi della democrazia rappresentativa, un fenomeno che s’osserva in tutto il mondo. Ma allora dovrebbero trarne slancio gli istituti di democrazia diretta, insieme alla democrazia digitale che s’affaccia all’orizzonte.

Viceversa in Italia gli ultimi referendum abrogativi ad aver superato il quorum furono quelli sull’acqua pubblica, nel 2011.

Mentre il 22 ottobre scorso nella Regione più dinamica e moderna del Paese — la Lombardia — un referendum a voto elettronico, e con un messaggio subliminale che prometteva più quattrini, è stato disertato da 2 elettori su 3.

Insomma, la politica ci è venuta a noia. Non è più al centro dei nostri discorsi, dei nostri pensieri. Possiamo azzuffarci con gli amici per un gol, non per un voto. E i talk show politici hanno meno pubblico delle televendite. Un unico programma ci sveglia dal letargo: quando appare sugli schermi un condottiero solitario, ritto sul suo cavallo bianco. In questo caso ne accompagniamo le fortune, ne condividiamo le sventure.

Com’è accaduto a Renzi, durante la parabola di questa legislatura.

Nel 2014 c’era un moto di simpatia nei suoi confronti, che gli recò un formidabile successo alle europee; due anni dopo lui era già antipatico, e il referendum costituzionale fu un formidabile insuccesso. Ma in entrambe le occasioni l’affluenza al voto s’attestò sul 60%, un picco che non si è più ripetuto.

Merito delle specifiche questioni sottoposte agli elettori? No, merito di Renzi. Nel 2014, mentre si riempivano le urne alle europee, in Emilia crollava la partecipazione alle elezioni regionali (37%); nel 2016, l’anno del referendum costituzionale votato dal 65% degli italiani, rimase a secco il referendum sulle trivellazioni in mare, con un misero 31% di votanti.

Da qui un doppio problema per la democrazia italiana, perché nessun sistema democratico può reggersi senza un popolo che ne spartisca le vicende, e perché in democrazia il popolo si rispecchia nei molti, non nell’uno.

Ma da qui il soccorso d’una regola non scritta degli ordinamenti costituzionali: quando s’allenta il controllo popolare, al contempo si rafforzano i controlli di legalità, e dunque cresce il peso dei garanti.

Nei giorni in cui Mattarella s’accinge a promulgare la legge elettorale, il silenzio degli astanti quantomeno può permettergli di lavorare in pace.

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