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Trasmigrazioni/contaminazioni (e come, alla fine, il vincitore sia stato Occhetto) 

di Fausto Anderlini – 29 settembre 2017

Che il partito della nazione di Renzi sia il prodotto contaminato della berlusconizzazione della sinistra, o di buona parte di ció che era lasinistra, è stato detto, ripetuto ed è fuor di dubbio. Ciò su cui si è riflettuto assai meno è la contro-contaminazione che ha investito la destra. Eppure è di tutta evidenza che se la sinistra s’è destra, anche la destra è decisamente sinistrata. E non è un gioco di parole, ma una realtà più intrigante. Non è solo una questione di scambio ideologico-programmatico, dove vige ancora una certa dissimmetria (il Pd ha fatto proprio il liberismo e il centralismo autoritario, assai più di quanto la destra, almeno Forza Italia, abbia fatto proprio il socialismo, sia pure nella versione nazional-populista, sicchè il Pd è sicuramente più a destra di quanto la destra sia a sinistra). Bensì una questione di vera e propria antropologia. Vediamo nel dettaglio.

1. Dalla fine della prima repubblica sino al collasso della seconda si sono fronteggiati due schieramenti speculari.
Il centro-sinistra ha sempre vissuto in modo tormentato la sua intima essenza coalizionale e pluralista. Come conseguenza di questa costitutiva eterogeneità ha sempre sofferto il problema della leadershIp e della sintesi decisionale (tanto da dedicargli una continua, e alla fine fatale, elucubrazione).
La destra, esattamente a contrario, ha sempre goduto di una spregiudicata capacità coalizionale e di una leadership indiscussa (Berlusconi). Un solo capo, circondato da baroni a lui sottomessi, laddove a sinistra c’era una miriade di feldmarescialli. Tutti primi inter pares. Un a-priori, anzichè un problema, dunque. Un cospicuo vantaggio comparato.

2. Questa specularità di forme politiche aveva una precisa base antropologica.
In paradossale contro-indicazione rispetto alla professata ideologia solidaristica l’uomo di sinistra post-moderno (e post-materialista) si caratterizza per uno spiccato individualismo. Per lui ‘fare massa’ (specie elettoralmente) è un problema complicatissimo, tenuto a bada solo con una assidua e mai conchiusa ruminazione democratica e partecipazionistica. In sintesi l’uomo di sinistra è tale in quanto accompagna a un super-ego grande quanto complicato un ego altrettanto gigantesco. Questo aspetto è diventato evidentissimo quando le classi medie istruite sono diventate centrali nella composizione sociale della sinistra. Va detto che questa sofferta e paradossale discrasia coscienziale, fra collettivismo e individualismo, decisione e partecipazione, sottomissione e criticismo…. è sempre stato un tratto distintivo della sinistra, anche quando aveva basi operaie e gruppi dirigenti d’estrazione borghese intellettuale. Salvo che nella soluzione del leninismo, e nell’originale esperienza del gramscismo-togliattismo. Ma il discorso sarebbe troppo lungo…..
L’uomo di destra ha invece una configurazione più semplice e vive la propria dualità in una sorta di felice ignoranza. Non solo perchè è di norma meno istruito, o sofisticato, e si pone meno problemi, ma perchè ha ben chiara la distinzione fra i due piani: quello economico e quello politico. Nel primo aderisce naturaliter al privatismo-inidividualistico. Tanto quanto nel secondo si abbandona al gregarismo. Per lui la politica è essenzialmente saturata da un capo cui sottomettersi, facendo massa.Impegnato negli affari e nella vita familiare, nonchè nei godimenti, o nelle sofferenze, non ha tempo da dedicare alla politica. Perciò si affida alla delega come la pecora al pastore.

3. Ora ciò che è avvenuto è esattamente una trasmigrazione di campo delle due antropologie. Dopo lunga tenzone e assiduo fronteggiamento è come se avesse operato una sorta di duplice contaminazione. Se a sinistra ha vinto il berlusconismo (incarnazione del vir dextrae) la destra è diventata partecipe delle tipiche sofferenze antropologiche della sinistra. I sintomi, in quest’ultimo caso sono altrettanto evidenti: crollo della figura del capo, emergere di istanze di partecipazione, dispregio del gregarismo, tendenza alla frantumazione ecc. Laddove c’era un capo indiscusso ora si fronteggiano una miriade di piccoli leader equivalenti incapaci di fare coalizione. La stessa Lega, che era sintetizzata dal carisma personalizzato di Bossi, ha affidato le credenze popolari a un tipo qualsiasi (come Salvini) che non ha alcun carisma. Il virus dell’esilio ha preso l’uomo di destra, tanto da non lasciare altra strada al suo innato gregarismo se non sottomettersi al renzismo.

4. Andrebbe approfondita in questo contesto la sorprendente anomalia del grillismo: l’unica formazione che con la sua leadership occulta e separata (assisa nel cielo del web) sembra aver trovato una sintesicapace di tenuta fra gli estremi di una cultura iper-democratica e la sindrome d’ordine. Il risultato sembra essere un gregarismo politico di nuovo conio.

5. Quali speranze abbiamo che le cose tornino al loro posto evitandoci il coinvolgimento in questo enorme e spettacolare polverone ? Mi verrebbe da dire assai poche. E comunque non ci si può esimere dal tentare. Riprendere il filo del discorso sull’uguaglianza, nel mentre si cerca di vivere con stoica leggerezza la diaspora che ci compete in quanto residui di quell’originaria antropologia ora trasmigrata e corrotta.

6. Comunque (e mi rivolgo all’eventuale lettore) non perdetevi d’animo. E’ solo un cazzeggio sull’eterna oscillazione fra trascendenza e immanentismo. Ricordate Occhetto e quella sua ossessione semantica per gli ‘atti fecondi’, il ‘viaggio’ l’avventura e le ‘contaminazioni’ ? Ecco, alla fine se non ha vinto ci ha preso. Verrebbe quasi da pensare che al prolasso dell’antico contrasto topologico (sinistra vs destra) si sia sostituita una nuova opposizione post-democratica: fra il polverone e l’estraneità.

Sorgente: Trasmigrazioni/contaminazioni (e come, alla fine, il vincitore sia stato Occhetto) – nuovAtlantide.org

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