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“Servono più studi per capire quali sono i rischi delle microplastiche nell’acqua” – repubblica.it/ambiente

repubblica.it/ambiente – “Servono più studi per capire quali sono i rischi delle microplastiche nell’acqua”. Gli scienziati italiani chiedono analisi approfondite: “Solo test sofisticati possono confermare eventuali contaminazioni”   –  di ELENA DUSI

La plastica, il nemico invisibile: “È nell’80% dell’acqua”

ROMA –  Le microplastiche: “Un inquinante emergente, ancora poco compreso” per Francesco Regoli, biologo, professore all’università Politecnica delle Marche. “Per decenni abbiamo sporcato terre e mari, dimenticando che una bottiglietta impiega 600 anni a degradarsi.

Oggi ci accorgiamo che i residui della plastica ritornano a noi nell’acqua o nel cibo. E non abbiamo ancora tecniche di analisi all’altezza dell’importanza del problema”.

Il monitoraggio di ambiente, acque e animali è il primo problema. Il secondo è la normativa. “Che non esiste, visto che non sappiamo quanto, e in quali quantità, le microplastiche facciano male” prosegue Regoli.

“Abbiamo osservato queste sostanze anche nelle acque di fiumi e laghi in Italia. Non stupirebbe trovarle nei nostri alimenti” aggiunge Vito Felice Uricchio, direttore dell’Istituto di Ricerca sulle Acque (Irsa) del Cnr.

“Ma dobbiamo migliorare le nostre strategie analitiche. Abbiamo in programma l’acquisizione di nuovi metodi. Le istituzioni si sono dimostrate attente a questo problema che per molti aspetti è ancora tutto da inquadrare”.

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Come evitare che le microplastiche diventino problema più serio

Le difficoltà di analisi, per cominciare. Repubblica ha prelevato tre campioni di acqua dalle fontane pubbliche di Colosseo, San Pietro e piazza Navona a Roma e li ha spediti all’Irsa. Qui un metodo più sofisticato rispetto a quello usato dall’Università del Minnesota non ha trovato fibre di microplastica.

“Al microscopio si possono osservare dei frammenti che in realtà, se riscaldati a 600 gradi con un processo che si chiama pirolisi, si rivelano fibre naturali e non microplastiche” spiega Claudia Campanale, dottoranda del Cnr specializzata in questo tipo di esami.

“Per fare i test, tra le altre precauzioni, bisogna essere soli in laboratorio e indossare solo cotone”. Le fonti di microplastiche possono infatti essere le più variegate: “Tessuti sintetici, saponi e dentifrici con microgranuli, cosmetici, perfino mobili, arredi e materiali per l’edilizia” spiega Uricchio.

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I punti interrogativi più grandi, però, riguardano gli effetti sulla salute. Un rapporto dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) l’anno scorso e uno della Fao quest’estate ammettono che della questione sappiamo davvero troppo poco (qualche studio sui pesci). “Pensavamo che le microplastiche fossero inerti.

Ma ci stiamo accorgendo che potrebbe non essere così” spiega Regoli. “Parliamo di quantità piccolissime. di un problema che forse non è acuto, ma che non possiamo trascurare, soprattutto per il futuro”.

Sorgente: “Servono più studi per capire quali sono i rischi delle microplastiche nell’acqua” – Repubblica.it

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