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Il sangue su via Zuppetta- Di Rita Pani

Dopo Rosseau, Ferguson, Hegel, Marx e persino Gramsci, non me la sento proprio di azzardare una mia analisi sulla società civile; non ne sarei capace.
Però guardandomi in giro mi domando spesso cosa sia, oggi. Mi domando anche se ne esista ancora una, tramutata dal tempo e dalle cose. Perché certo delle varie definizioni che la storia e la filosofia ci hanno consegnato, nessuna ci somiglia.
Ai tempi nostri, noi dovremmo essere la società civile, che sempre si contrappone a uno Stato al quel diventa difficile appartenere. Ma è quel “civile” che fuorvia il pensiero, che fa strano, che non ci calza più.
Dai giornali il volto di una ragazzina ci sorride, e le ricambieremmo il sorriso se non sapessimo che è stata uccisa con brutale violenza. La storia è orrida ma semplice: le ha sparato in faccia l’ex compagno della madre. È una di quelle storie che chiude la gola, che stringe il cuore e che dovrebbe al massimo suscitare un moto di pena e vicinanza per i familiari che dovranno vivere il dolore di una perdita così assurda, dello spreco di una vita che stava sbocciando.
Ma no! C’è la società civile che si vanta d’esserlo e che a tutti i costi deve dimostrare di essere contro la violenza sulle donne, e finalmente può farlo con nastrini, scarpe rosse, e soprattutto gridando la sua opinione su Internet. Ma l’assassino, pusillanime due volte, si è ucciso. Non si può quindi linciare, non si può lapidare, non si può torturare.
La società civile sente l’urgenza di liberare il suo grido: un colpevole si troverà. Lo stato? Va sempre bene, ma non come entità astratta e distante. Il paladino della lotta alla violenza sulle donne, troverà una donna da linciare: Laura Boldrini. Si presta, sorride poco, ed è austera. Non importa leggere i richiami che fa dall’alto della sua carica; lei è lo stato. Ma questa volta una bambina è morta, ed è morto il suo assassino e lo stato non basta ad essere colpevole, quindi la società civile mette al rogo anche gli assistenti sociali, e i carabinieri: non hanno fatto abbastanza.
Passano le ore, la ragazzina è morta, il suo assassino è fuggito nel peggior modo, vigliacco! “Nicolina è ora un piccolo angelo volato in cielo troppo presto” leggo. La faccina con la lacrima evidenzia il dolore di Cristina, che aggiunge: “NN se ne può più e la madre dov’era? A scrivere su Facebook mentre la figlia l’ammazzavano. Che madre è.” Si aggiungono Paola e Valeria, Nik, Betttina e altra Paola. Tutte donne che odiano la violenza sulle donne, che gridano basta, che bisogna dire e bisogna fare. E piove odio e sibila la violenza, e ci si gonfia con l’oltraggio: “Date un pacco di h a questa donna!” “Una che scrive così! Certo che fa ammazzare la figlia!” “Lei scappa in Toscana e abbandona la figlia che muore.”
C’è pure il Corriere della Sera molto attento al dolore, pronto ad alimentare la civiltà di questa società malata. Lo fa con le fotografie del luogo del delitto: “Via Zuppetta”, “IL SANGUE SUL SELCIATO”.
Do un ultimo sguardo al sorriso di quella ragazzina, mi si stringe il cuore, chiudo le pagine dei giornali ancora aperte sul mio monitor, e proverò a non pensarci più.
Rita Pani (APOLIDE)
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