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Russia e Israele alla prova del conflitto siriano

Nonostante un livello di scambi commerciali decisamente positivo, un elevato numero di incontri al vertice tra i rispettivi leader (ben quattro nel solo 2017) corroborato da un presunto sentimento di amicizia e stima reciproca troppo spesso enfatizzato dai media internazionali, i rapporti tra Russia ed Israele continuano ad essere caratterizzati da una sostanziale ambiguità di fondo che i recenti sviluppi del conflitto siriano hanno ulteriormente evidenziato

Ad un anno di distanza dai festeggiamenti per il venticinquesimo anniversario della riapertura dei canali diplomatici diretti tra Russia e Israele, durante i quali Mosca fece dono allo Stato ebraico di un carro armato israeliano catturato a Beirut nel 1982 dalle forze siriane, sembrerebbe finito il presunto idillio diplomatico tra i due paesi con Netanyahu tornato ancora una volta a mani vuote dal suo recente incontro col Presidente russo Vladimir Putin. Oggetto dell’incontro, manco a dirlo, erano ancora una volta le preoccupazioni di Israele riguardo al ruolo dell’Iran in Siria ed alla situazione venutasi a creare ai propri confini nord-orientali con i cosiddetti “ribelli” in ritirata su ogni fronte ed Hezbollah e l’Esercito Arabo Siriano in rapida ascesa, anche dopo la provvidenziale ed eroica rottura dell’assedio di Deir Ezzor. Con il crollo dell’Unione Sovietica i rapporti tra Russia ed Israele, interrotti a seguito della guerra dei sei giorni del 1967, hanno conosciuto un progressivo miglioramento sino a raggiungere nel 2015 un picco nel fatturato complessivo del commercio tra i due paesi (riguardante soprattutto il settore dell’industria agroalimentare, della tecnologia e del turismo) che ha toccato i 2.334 milioni di dollari. A ciò si aggiunge il fatto che circa un milione di cittadini israeliani (più o meno il 20% della popolazione) sono di origine russa. Molti ebrei, al momento del crollo dell’URSS, hanno abbondonato i territori delle repubbliche sovietiche per recarsi in Israele. Ed il russo è la terza lingua più diffusa in Israele dopo l’ebraico e l’inglese. Non è altresì da sottovalutare il supporto che l’URSS fornì alla creazione dello Stato di Israele nella convinzione che il carattere laico e socialisteggiante del sionismo avrebbe consentito lo sfruttamento della nuova entità statuale in chiave anti-occidentale. Una convinzione subito smentita dai fatti e dallo stesso Ben Gurion che rimarcò in più di un’occasione come il socialismo fosse un semplice strumento per raggiungere l’obiettivo sionista di costruzione di un’entità politico-territoriale nella Palestina storica. Di fatto, i rapporti tra Russia e Israele non sono così limpidi come i dati economici potrebbero lasciar trasparire. La strategia israeliana nell’area si è sempre combinata con quella statunitense opponendosi con forza a tutti gli alleati regionali dell’URSS prima e della Russia ora. Basti ricordare il ruolo svolto dal Mossad nella ribellione islamista di Hama del 1982 contro il governo di Hafiz al-Assad in Siria, o alle forniture in armamenti che Israele fece pervenire, tramite USA e Pakistan, ai jihadisti afgani (e non solo) a seguito dell’intervento sovietico in difesa del governo comunista del paese centroasiatico.

Carrarmati israeliani avanzano sulle alture del Golan durante la guerra dei 6 giorni (giugno 1967)

Carrarmati israeliani avanzano sulle alture del Golan durante la guerra dei 6 giorni (giugno 1967)

Quella israeliana nei confronti della Russia si presenta come una strategia indiretta e perimetrale volta a persuadere la Russia ad abbandonare i suoi alleati nell’area. Israele in nessuno caso si oppone apertamente alla Russia. Anzi, cerca di mostrarsi il più possibile amichevole e comprensivo nei suoi confronti mentre contrasta con forza tutti i suoi alleati; in primo luogo Iran e Siria e dunque, indirettamente, la stessa strategia regionale della Russia. Israele, tuttavia, ha bisogno di mantenere con Mosca, soprattutto ora che la Russia è riuscita nuovamente a proiettare sul Medio Oriente una politica di potenza ed influenza simile a quella dell’URSS nella seconda metà del XX secolo, dei rapporti apparentemente buoni e di reciproco rispetto delle aree di influenza. L’obiettivo di Israele sarebbe stato quello di trasformare la Russia in un alleato strategico fondamentale alla pari degli Stati Uniti. In questa prospettiva andava letta l’astensione israeliana al voto di condanna dell’Assemblea generale dell’ONU contro l’annessione russa della Crimea o il rafforzamento dei legami commerciali a dispetto dell’imposizioni di sanzioni da parte della Comunità internazionale allo Stato transcontinentale. In base a questi favori non privi di precisi interessi strategici, in più di un’occasione Israele ha esplicitamente richiesto alla Russia di interrompere i suoi legami con l’Iran ed ha cercato di ottenere garanzie dal Cremlino sullo status della alture del Golan occupate da Israele proprio a seguito del conflitto del 1967. Tuttavia, nonostante le dichiarazioni del Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov che ha garantito il rispetto degli interessi di sicurezza di Israele, giudicando allo stesso tempo inopportuna ogni ulteriore preoccupazione al riguardo, Mosca non ha alcuna intenzione di abbandonare i suoi alleati nell’area e non ha battuto ciglio rispetto alle pressioni israeliane sulla creazione di una zona smilitarizzata nel Sud della Siria (orientativamente 50 km ad Est delle alture del Golan, ben oltre Daraa e fino alla provincia di Sweida). Netanyahu è ben consapevole del fatto che l’occupazione delle alture del Golan non verrà mai accettata fintanto che il governo della Siria rimarrà libero e sovrano. E le sue preoccupazioni sono state acuite dal dispiegamento delle truppe russe (circa 800 effettivi di origine nordcaucasica e dunque in larga parte di religione musulmana) a 8 km dal confine israeliano. Israele ha mosso non poche rimostranze rispetto a tale dispiegamento perché impedirebbe ai suoi reparti speciali operazioni di sconfinamento volte a rifornire in armi, equipaggiamento e dati di intelligence alle forze jihadiste (in particolare l’ex Fronte al-Nusra) che si oppongono al governo di Bashar al-Assad. Una collaborazione confermata anche dall’ex Ministro della Difesa israeliano Bogie Yaalon; lo stesso che dichiarò:

“preferisco l’ISIS all’Iran ai nostri confini”.

Israele ha spesso professato una neutralità, abbondantemente smentita dai fatti, per ciò che concerne il conflitto siriano. Basti pensare alle innumerevoli operazioni militari compiute contro convogli o depositi di armi o gli assassinii mirati di ufficiali siriani, di Hezbollah o dei pasdaran iraniani.

Benjamin Netanyahu rivendica con forza la sua posizione su Siria e Iran.

L’ascesa di Hezbollah e dell’Iran, infatti, rappresenta per Israele una concreta minaccia esistenziale, e lo stretto legame che questi intrattengono con la Russia costituisce il principale ostacolo ad una potenziale azione militare israeliana. Oltre alla stretta collaborazione energetica, L’Iran è il maggiore compratore di tecnologia militare dalla Russia: 10 miliardi di dollari in aerei militari e carri armati nel solo 2016. A ciò si aggiunge la vendita all’Iran dell’avanzato sistema di difesa missilistico S-300 dispiegato, secondo fonti interne al Ministero della Difesa israeliano, anche in Libano e Siria a protezione dei depositi di armi. Notizia riportata anche dal quotidiano israeliano Haaretz secondo il quale armamenti sofisticati russi sono stati trasferiti dalla Siria al Libano e secondo il quale la Russia stessa fornirebbe copertura diplomatica ad Hezbollah all’interno dell’ONU. Appoggio mai negato dalla Russia che ha spesso sottolineato come la sua politica sia volta al semplice appoggio ad ogni forza governativa legittima all’interno dei paesi della regione. Altro motivo di preoccupazione per Israele è la riconciliazione, ad opera del nuovo leader di Hamas Yihyeh Sinwar, tra il Movimento di Resistenza islamico e l’Iran; dallo stesso Sinwar definito come “il principale partner economico e militare di Hamas”. Se per Hezbollah, nonostante il notevole incremento delle sue capacità militari ed il sostanziale esito negativo del conflitto del 2006 per le forze israeliane, un eventuale nuovo confronto con l’IDF sarebbe ancora impari, altro discorso vale per l’Iran. Israele non può permettersi un’azione militare unilaterale contro la principale potenza della regione. Per questo la sua diplomazia si mostra ambigua nei confronti della Russia e cerca, allo stesso tempo, l’aiuto dello storico alleato nordamericano. Tuttavia, nonostante l’indiscusso e totale appoggio dell’amministrazione Trump, il deep state statunitense è ancora titubante all’idea di un nuovo coinvolgimento diretto degli USA in un conflitto mediorientale. In definitiva, ciò che gli Israeliani sembrerebbero non capire è perché la Russia, a differenza dell’atteggiamento accomodante nei loro confronti di molti paesi occidentali spesso privi di reale sovranità politica o ancora influenzati da una prospettiva filosofica sostanzialmente razzista basata sulla presunzione di superiorità rispetto ad altre forme di cultura, tratti con loro senza nessun particolare riguardo ed allo stesso modo con cui tratta con tutti gli altri paesi della regione. Questo è uno dei motivi per cui l’Unione sionista ha spesso fortemente criticato la Russia e le sue posizioni su Iran ed Hezbollah. La stessa decisione russa di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello Stato ebraico, più che una concessione alla volontà sionista, deve essere considerato come monito a non andare oltre. Soprattutto se si tiene in considerazione la volontà di espansione israeliana sulla parte palestinese della Città Santa ed il fatto che spesso la propaganda sionista abbia presentato Gerusalemme come capitale unica ed indivisibile della Stato ebraico. Tuttavia, è tempo per Israele di adattarsi ad una mutata realtà in cui non potrà più proiettare la sua politica di potenza sui paesi vicini (anche invadendone lo spazio aereo) senza nessun tipo di ripercussione.

Sorgente: Russia e Israele alla prova del conflitto siriano | L’ Intellettuale Dissidente

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