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Il Mose solo nel 2022 Una storia italiana tra sprechi e inchieste – avvenire.it

avvenire.it – Venezia. Il Mose solo nel 2022 Una storia italiana tra sprechi e inchieste. Una mamma e moglie scopre di avere un tumore. Ma scopre anche la bellezza di una quotidianità che aveva ridotto a sbiadita routine  Francesco Dal Mas

L’acqua alta ai primi di settembre? Davvero una sorpresa per i Veneziani e i turisti. È accaduto nei giorni scorsi. Di solito l’alta marea supera il metro non d’estate, ma ad autunno inoltrato.

A quando – si sono chiesti in molti – le dighe mobili? Il Mose doveva essere pronto già nel 2011, poi – ci si era corretti – nel 2014, quindi l’anno scorso. Invece rischia di entrare in funzione solo nel 2022.

E a San Marco, sott’acqua anzitempo, c’è chi ha ricordato la raccomandazione del patriarca Francesco Moraglia, in occasione della festa del Redentore, due mesi fa.

«Ben vengano le opere dell’uomo – figlie della tecnica più sofisticata – ma sempre nel rispetto della natura unica e fragilissima di questa città che va messa al riparo da tante ferite che possono esserle inflitte. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ sulla tutela del creato, è molto chiaro in proposito.

È doveroso richiedere che in tempi accettabili vengano portate a compimento le grandi opere iniziate innanzitutto verificandone il funzionamento; è qualcosa di dovuto alla città e ai suoi abitanti che, in vari modi, hanno contribuito alla loro realizzazione».

Una sintesi puntualissima dello stato dell’arte, ma anche un monito per risolvere gli ultimi problemi. Lunedì prossimo, a Roma, il ministro delle infrastrutture, Graziano Delrio, ha invitato un po’ tutti, dalle autorità cittadine al Consorzio Venezia Nuova e ai suoi commissari, fino a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, per fare il punto sul 90% dei lavori conclusi, in parte da perfezionare e sul 10% da finire.

E inoltre sui fondi che restano da assegnare, circa 221 milioni su una somma di 5 miliardi e mezzo, che, però, secondo taluni, ammonterebbe addirittura a 6 miliardi e sulla trasparenza, passata (e oggetto della nota vicenda giudiziaria), presente e futura.

Era il 14 maggio 2003 quando l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, posava la prima pietra del sistema di dighe mobili, destinate ad alzarsi quando l’acqua alta supera il metro. La salvaguardia di Venezia, affermava, «è in testa alle preoccupazioni del governo».

E l’allora ministro per le Infrastrutture, Pietro Lunardi, chiosava: «Abbiamo cambiato la triste prassi, quella di programmare il futuro, dimenticando di realizzarlo». Ricordava, infatti, l’opera era rimasta «un solo riferimento progettuale per ben 37 anni».

Una parte della città aveva osteggiato questo ‘spreco’ – tale, infatti, lo considerava – ritenendo prioritaria la difesa della città con opere diffuse, dallo scavo dei rii al restauro dello sponde, all’innalzamento delle pavimentazioni.

E gli ambientalisti che hanno presidiato il Tribunale di Venezia l’altro ieri, in attesa delle sentenze del processo, erano sostanzialmente gli stessi che 14 anni fa fecero da cornice rumorosa all’inaugurazione del cantiere.

Ebbene, dopo 14 anni, «la più straordinaria opera di ingegneria del mondo», come la definì in quella circostanza il governatore regionale dell’epoca, Giancarlo Galan, ha navigato tra vicissitudini di ogni genere – di carattere tecnico, finanziario, giudiziario, ovviamente politico – e sarà consegnata alla città con oltre sei anni di ritardo e costi moltiplicati.

Nel 1989, alla prima progettazione, i conti indicavano una spesa di 3.200 miliardi di lire. Una cifra lontanissima dai 6 miliardi di euro che probabilmente risulteranno a conti fatti. Proprio oggi arriveranno da Spalato le quattro paratoie che saranno installate al Lido Sud, quelle del Lido Nord ci sono già.

E dopo il cantiere concluso alle bocche di porto di Malamocco, sta per essere aperto quello davanti a Chioggia, altra città che finisce sott’acqua. Le paratoie in grado di affrontare fino a tre metri di alta marea sono 78, quattro le barriere mobili, tre le bocche di porto lagunari.

Se l’ultimo budget mette in conto 5 miliardi e 493 milioni, per la difesa di Venezia ne sono stati investiti 8,5 e ben 13 dagli anni 70, quando di questo sistema si parlava appena.

Ciò che lunedì si vorrà sapere a Roma è perché, nonostante queste cifre, ci sono paratoie corrose, che non si alzano, oltre a muffe e degrado nei corridoi dei cassoni sotto la laguna. E anche paratoie, da sei mesi esposte alle intemperie e alla salsedine a Santa Maria del Mare, da ridipingere.

Il 2015 è stato considerato l’annus horribilis, con lo scoppio del cassone, l’allagamento, la rottura della porta della conca di Malamocco. Conca di navigazione che pare non funzioni e sia da rifare. È costata 400 milioni, ce ne vorranno altri 20 di adeguamento.

Dunque la grande spesa della manutenzione, valutata fino a 80 milioni di euro l’anno, non dovrà soltanto coprire lo smontaggio periodico, la pulizia dalle incrostazioni e dalle alghe e la verniciatura delle 79 paratoie.

Ma anche la pulizia continua dei fondali e delle intercapedini dove la corrente accumula sabbia e detriti. Un lavoro infinito e delicato, che verrà svolto all’Arsenale, altro cantiere da implementare. Basta? No, purtroppo. Il ‘gruppo tensionatore’ delle cerniere di ogni paratoia presenta evidenti segni di ruggine e cedimento in corrispondenza delle saldature.

Le 158 cerniere sono il ‘cuore’ del sistema: collegano sott’acqua la paratoia in acciaio ai cassoni in calcestruzzo sul fondo delle bocche di porto. L’Arsenale, si diceva.

Per la manutenzione sarà in grado di contenere fino a 7 paratoie alla volta. Anche questa scelta è stata contestata. Sarebbe stato più utile – e anche più economico – attrezzare il cantiere a Marghera, in un’area disponibile di 108 ettari.

Di problema in problema, la Mantovani, una delle imprese con più crediti, minaccia il licenziamento di un centinaio di lavoratori. Ma i sindacati stessi hanno assicurato che i lavori di pertinenza di questa impresa non sono a rischio.

Arallentare i cantieri è stata, indubbiamente, anche la vicenda giudiziaria, che prima nel 2013 e poi nel 2014 ha terremotato Venezia e il Veneto e che ha le sue radici nella verifica fiscale alla coop San Marino (consorziata Cvn) nel settembre 2009.

Emerse un sistema di false fatture che nel 2013 portò in carcere l’ex ad della Mantovani Piergiorgio Baita, l’ex braccio destro del governatore Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, il padre del Mose, Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova.

Un anno dopo, con il blitz del 4 giugno 2014, finiscono in manette i presunti corrotti, 35 persone tra cui Giancarlo Galan, presidente della Regione, l’ex sindaco Giorgio Orsoni (ai domiciliari per una settimana), l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, il comandante della Guardia di Finanza Emilio Spaziante. 31 imputati sono usciti dal processo con il patteggiamento, per un totale di 54 anni di reclusione e la restituzione di 12,7 milioni di euro.

L’altro ieri, dopo 6 mesi di dibattimento, 32 udienze e le testimonianze di 102 testi, ecco la sentenza del Tribunale di Venezia, quattro condanne e quattro tra assoluzioni e prescrizioni per gli otto politici, imprenditori, professionisti a processo. Assolto e prescritto l’ex sindaco Orsoni, condannato l’ex ministro Altero Matteoli. Il cantiere, intanto, continua ad andare avanti. Incalzato dall’alta marea anticipata.

Sorgente: Il Mose solo nel 2022 Una storia italiana tra sprechi e inchieste

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