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Mdp al bivio. Giuliano Pisapia la delusione, Pietro Grasso il sogno

La rivolta nella base, le battute di D’Alema. Mdp pensa a un cambio di cavallo e corteggia il presidente del Senato.

Se il federatore (annunciato), ovvero Giuliano Pisapia, diventa il campione della divisione di ciò che è a sinistra del Pd, si capisce perché dentro Mpd sia partita la ricerca, anche un po’ affannata, di un “piano b”. Anche a prescindere dall’esito dell’ennesimo “chiarimento” della prossima settimana (martedì), che segue l’ennesima incomprensionee l’ennesimo comunicato congiunto in cui si spiega che “il percorso va avanti”.

Il “piano B” porta al nome di Pietro Grasso. È nei confronti del presidente del Senato che è iniziato un corteggiamento discreto nella forma, intenso nella sostanza. E non a caso è prevista (e confermata) la sua presenza alla festa nazionale di Mdp che si terrà a fine mese a Napoli. Per l’esattezza, la presentazione del suo libro si terrà il giorno 28. Spiega una fonte alta del partito di Bersani e D’Alema: “Se lui fosse disponibile, altro che piano b, sarebbe il piano a. Perché è chiaro che, a questo punto, la questione è: anche se Pisapia ci sta, e alla fine ci starà, che ce ne facciamo? È già un cavallo azzoppato”.

Ecco. Tutto questo cincischiare tra l’abbraccio alla Boschi e la litigata sulla Sicilia, incomprensibile per il paese, in definitiva è animato solo da uno schema difensivo: “Teniamolo agganciato per non darlo a Renzi”. Ma è convinzione comune che l’operazione sia, nella sostanza, pressoché fallita. A cena con qualche compagno nella sua Puglia Massimo D’Alema ha affidato questo game over sostanziale a una battuta delle sue: “Federatore? Ma de che?”. I fatti confermano. Attorno all’aggancio dell’ex sindaco di Milano doveva rinascere la sinistra (a sinistra del Pd) e invece da quando è stato designato sono più i comunicati stampa, le incomprensioni, gli avvitamenti politicisti e burocratici che i messaggi al paese: non un contenuto, non un’intervista di respiro, non una mossa che dia il senso di un nuovo inizio e di uno straccio di solennità storica e slancio emotivo. La prima uscita del leader designato fu “non mi candido” – come dire “evito il confronto popolare” – poi sono arrivati i veti sulle candidature altrui (il perfido D’Alema ma anche il mite Bersani), poi le critiche più ai compagni di viaggio che al Pd.

Da giorni il cellulare di Roberto Speranza è diventato uno sfogatoio degli inquieti dirigenti. Gotor, D’Attorre, Scotto, dopo un giro di iniziative in giro per l’Italia hanno rappresentato un quadro sconfortante: “Era più facile andare in giro nel ’76 a spiegare il compromesso storico che far digerire ai nostri Pisapia”, “ci dicono che siamo al doroteismo”, “la situazione è diventata grottesca, non è che nel paese fremono per sapere se arriva Pisapia, che mette pure veti in Sicilia dove non ha un voto”. I più complottardi si spingono oltre: “A questo punto dobbiamo chiederci. O questo Pisapia è incapace politicamente o è manovrato da chi vuole tenerci fermi in questa perenne attesa”.

Dunque, il “piano b”. Perché anche se alla fine il percorso partirà, “l’ineffabile avvocato Pisapia” (così lo chiama Massimo D’Alema) non dà garanzie in una campagna elettorale tosta. Tutti i sondaggi dicono che i voti sono dovuti al radicamento territoriale degli ex Pd e che la sua figura non aggiunge nulla, nonostante sia coccolato dai media. In parecchi già lo immaginano in tv sbranato da Di Maio o Salvini, sempre che alla fine l’ex sindaco di Milano non si sfili ritirandosi a vita privata, altro dubbio che serpeggia su un Godot mai arrivato quantomeno col cuore nel progetto. Bersani, in questo piano b, rappresenta il fare di necessità virtù. La Boldrini è un’ipotesi che non scalda, Grasso è il sogno. L’ex segretario del Pd è amatissimo dal suo popolo, ma è il primo che ritiene che si debba dare un segnale di novità, di allargamento del campo. Per questo predica pazienza su Pisapia. La Ditta è la Ditta ma anche umanamente vuole evitare di correre nel ruolo di frontman: “Mia moglie – è la battuta che ripete – non mi farebbe uscire di casa, in quel caso”.

Il presidente del Senato, finché resterà in carica, indosserà unicamente i panni istituzionali e dunque sarà complicato capire quello che farà. E se alla fine del suo mandato si ritaglierà un ruolo di riserva della Repubblica oppure immagina di proseguire la sua esperienza politica. La sua agenda suggerisce che sta tenendo aperta l’interlocuzione con più mondi: la prossima settimana (il 14) presenterà il suo libro alla scuola di politica di Enrico Letta a Cesenatico, il 22 sarà alla festa di Sinistra Italiana a Reggio Emilia, il 23 alla Festa nazionale dell’Unità a Imola, il 28 poi a Napoli. Il classico profilo, per usare un’espressione retorica e abusata, di chi costruisce ponti e non muri. Ma che comunque sta in pieno nel terreno della politica.

Ed è anche molto politico il rifiuto di candidarsi in Sicilia, considerando l’intensità e la durata del pressing che è stato messo in campo ai massimi livelli, da Orfini a Guerini a Martina. E dallo stesso Renzi. Un rifiuto che potrebbe avere conseguenze, dopo una eventuale sconfitta in Sicilia, all’interno del Pd e in quel mondo renziano che non lo ha mai amato per il modo in cui ha presieduto l’Aula. Sia come sia, c’è tempo, per capire che cosa farà Grasso. Il corteggiamento però è iniziato. Anche i questo caso, ai livelli più alti.

Sorgente: Mdp al bivio. Giuliano Pisapia la delusione, Pietro Grasso il sogno

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