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Luigi Manconi ad Huffpost: “Tatticucce ed espedienti, lo stato continua a disinteressarsi di Giulio Regeni”

Il senatore: “Meschino e sciocco ridurre tutto al conflitto tra l’emotività della famiglia e la ragion di stato”

Mi auguro che le Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato vogliano, al più presto, chiamare in audizione i genitori di Giulio Regeni e il loro legale. Sarebbe inconcepibile, infatti, che l’interpretazione delle cose proposta dai familiari del nostro connazionale ucciso al Cairo restasse inascoltata all’interno delle istituzioni”. A pochi minuti dal primo intervento in Parlamento del governo sulle rivelazioni di quest’estate riguardanti la presunta informativa dei servizi Usa all’Italia sulla complicità dello stato egiziano nella morte del ricercatore italiano, Luigi Manconi prova a scuotere la sonnolenza della politica. Urla e vesti stracciate in concomitanza dell’uscita della notizia sulla stampa d’oltreoceano, strali per il rinvio dell’ambasciatore al Cairo, poi più nulla. Esaurita l’efficacia del tema come clava da brandire nella polemica spicciola, la verità sulla morte di Giulio è tornata carsicamente ad infilarsi silente tra i corridoi del Palazzo. Manconi, che oltre a essere Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani ha anche seguito da vicino la famiglia in questi mesi, non ci sta.

Senatore, non sembra però che il parere della famiglia venga ritenuto dirimente, come lei ha già spiegato a questo giornale. Il governo potrebbe puntare a chiudere il caso con questa girandola di dichiarazioni in Parlamento. E dunque i suoi colleghi potrebbero essere spinti ad evitare un ulteriore passaggio con i familiari.
Se così fosse, si dimostrerebbe in maniera inequivocabile quale sia l’idea di politica coltivata dalla stragrande maggioranza dei miei colleghi, perché nei confronti dei signori Regeni si assume, da sempre, un atteggiamento sottilmente denigratorio. Il “massimo rispetto” e “la più grande comprensione”, ovviamente, verso il loro dolore e, allo stesso tempo, la riduzione delle loro parole alla sola dimensione dell’emotività. Dunque, la voce del cuore contro la ragion di stato. Ma questo, oltre a essere meschino, è sommamente sciocco. La politica, la grande politica, quella intelligente e razionale, quella lungimirante e capace di una prospettiva strategica, ha sempre tenuto in gran conto la sfera delle emozioni e dei sentimenti, e le vittime e i familiari delle vittime hanno svolto un ruolo cruciale proprio nel dare profondità e razionalità all’azione pubblica e al ruolo delle istituzioni.

La dicotomia razionalità-emotività è stata usata da chi ha difeso la scelta di riallacciare al massimo livello le relazioni diplomatiche con l’Egitto. 
E, invece, il realismo politico di cui si ciancia per giustificare scelte opinabili come l’invio dell’ambasciatore al Cairo, risulta né più né meno che una tatticuccia, una opzione di breve momento e di corto respiro, più un’espediente che un progetto. I genitori di Giulio Regeni in questo anno e mezzo hanno svolto una funzione decisiva non solo perché esprimevano il senso di un dolore incancellabile, ma anche – ecco il punto – perché comunicavano un’idea politica matura e saggia sulle cause dell’omicidio del loro figlio, sul contesto che lo aveva prodotto e sulle scelte da adottare perché non venisse archiviato.

Però la nostra diplomazia sostiene che gli sforzi per arrivare alla verità sono incessanti. E che anzi l’invio dell’ambasciatore sia un tassello in questa direzione.
L’audizione di oggi delle Commissioni riunite evidenzia, più che una recalcitrante sollecitudine, un consolidato ritardo. Quando, nel marzo del 2016, il legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, bravissima e generosissima, mi sollecitò a seguire l’inchiesta relativa alla morte di Giulio, scoprii che della fine atroce di un nostro giovane connazionale, sino ad allora, nessuna delle più alte autorità pubbliche e dei massimi vertici dello Stato si era interessato nella forma più diretta e, come dire, necessaria. Incontrando, cioè, i genitori di Giulio. Solo successivamente questo avvenne. Ecco, mi sembra che l’atteggiamento delle istituzioni non sia cambiato nel corso di questo lunghissimo anno e mezzo.

Nel senso che si è alzata definitivamente bandiera bianca?
Personalmente, senza coinvolgere i familiari di Giulio Regeni, ho sempre tenuto la seguente posizione: l’ambasciatore italiano va rimandato al Cairo dopo – e solo dopo – che siano state adottate altre misure altrettanto efficaci, capaci di esercitare una pressione e di influenzare l’orientamento del regime di Al Sisi. Provvedimenti concreti sul piano, ad esempio, dei flussi turistici provenienti dall’Europa e dall’Italia; su quello dei rapporti commerciali, specialmente quelli relativi alla vendita di armi e pezzi di ricambio per armamenti; e su quello degli accordi tra Italia ed Egitto, riguardo al respingimento dei profughi egiziani nel paese di origine. Senza queste misure e con il rientro dell’ambasciatore, l’Italia si trova disarmata e senza alcuno strumento di pressione nel confronto con un regime aggressivo.

Lei evidenzia quello che sembra a tutti gli effetti un deficit generale della nostra politica, del quale il caso Regeni è un paradigma dietro al quale si cela altro.
La tragedia di Giulio Regeni viene in genere considerata come un fatto non politico o pre-politico, “filantropico” secondo un’interpretazione benevola, o “umanitario” nel migliore dei casi. Io, all’opposto, penso che le questioni sollevate da questa storia – non solo da essa, ovviamente – possano costituire il cuore della politica, il suo corpo e la sua anima, il suo fondamento materiale e sociale.

Si spieghi meglio.
In sintesi le ragioni della intensa politicità di quella storia atroce sono riassumibili in almeno quattro decisive domande. La prima richiama il ruolo delle alleanze internazionali dell’Italia: la posizione geo-strategica dell’Egitto e le relazioni economiche tra l’Italia e il regime di Al-Sisi consentono al nostro paese di attuare un’autonoma iniziativa politico-diplomatica nei confronti di uno Stato che non collabora alla ricerca della verità sulla morte di un nostro connazionale? Poi, L’amicizia con l’Egitto può giustificare il silenzio sulla strage di diritti e di persone in carne e ossa (centinaia di rapiti e seviziati nel solo 2016) perpetrata dal regime di Al- Sisi? E che fare perché la tutela dei diritti fondamentali e delle garanzie essenziali della persona sia priorità tra le priorità e non ultimo punto, sempre rinviato o rimosso, dell’agenda delle relazioni tra l’Italia e i paesi dispotici? Infine, Giulio Regeni era un “giovane contemporaneo” (la madre Paola), così simile ai nostri figli e ai nostri nipoti che, curiosi delle persone e dei popoli, attraversano l’Europa e il mondo, apprendono lingue e stili di vita, e trasformano il senso comune. E si ritrovano oggi in un’Europa nuovamente matrigna e avara, esausta e sciovinista, che mortifica risorse, chances e speranze. Cosa, politicamente (sottolineo: politicamente) possiamo fare per loro?

Sorgente: Luigi Manconi ad Huffpost: “Tatticucce ed espedienti, lo stato continua a disinteressarsi di Giulio Regeni”

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